Gli effetti collaterali degli smartphone e dei social

Nella puntata di Presa Diretta, intitolata Iperconnessi, andata in onda il 15 ottobre scorso, si è esaminato il tema di come questa nostra tecnologia digitale degli smartphone, oltre a proiettarci verso il futuro, sarebbe pure la causa di alcuni effetti collaterali per la nostra salute. Infatti, che i social network guadagnino sulla pubblicità commissionata dalle grande aziende ogni qualvolta noi clicchiamo sui loro portali non penso sia un segreto ormai per nessuno, ma questa gratuità del servizio viene pagata a caro prezzo da queste imprese che ovviamente si aspettano da noi un ritorno, ovvero il pagamento con la nostra attenzione cliccando sulle loro piattaforme. Secondo James Williams, ex Google strategist, Ricercatore Univ. Oxford, e conoscitore del settore, l’utente medio per Facebook vale tra i 5 e i 6 dollari l’anno. Ci sono migliaia di ingegneri e programmatori da tutto il mondo, continua il ricercatore, che studiano affinché noi rimaniamo su questi siti. È il loro modello di business e in questa guerra dei click, per noi ignari e inconsapevoli, non possiamo che uscirne sconfitti.

Sebbene già da sola questa notizia farebbe sobbalzare molte persone, il vero turbamento sarebbe l’effetto di tale attenzione in ognuno di noi. Secondo i professori Erik Peper e Richard Harvey, del Dipartimento educazione alla salute, San Francisco State University, ogni volta che riceviamo un messaggio, una e-mail o guardiamo lo smartphone il nostro cervello inizia a rilasciare la dopamina e l’endorfina sostanze responsabili del nostro piacere, ma è anche in quel momento che ha inizio la nostra dipendenza, poiché quando non abbiamo con noi il cellulare, proviamo un senso di perdita identico a quello che si proverebbe durante una crisi di astinenza da droga.

Ma un altro aspetto molto importante correlato all’uso degli smathphone, che emerge dal programma, è la capacità manipolatoria che questi social network avrebbero a livello sociale. Secondo James Williams, ex Google strategist, Ricercatore Univ. Oxford, le notizie che leggiamo sui social sarebbero frutto di una scelta intenzionale da parte delle piattaforme. Se è vero che questi siti guadagnano a ogni nostro click, è naturale che cercheranno di indurci a rimanerci il più possibile. Per catturare la nostra attenzione, però, farebbero leva sulle parti più basse e più impulsive di ognuno di noi. Continua James Williams: “Le piattaforme digitali ci forniscono una specie di ricompensa psicologica e l’indignazione è una ricompensa strepitosa, poiché ci dà un senso di identità con quelli che la pensano come noi. Ci fa sentire parte di una tribù”. Basti pensare che secondo Vox-Osservatorio sui diritti, ogni anno circolano 547.100 messaggi di odio, e i social li alimenterebbero.

Perciò questi pensieri negativi vengono poi canalizzati in ogni nostra azione inconsapevolmente. Non è un caso che ovunque attorno a noi sia frequente assistere ad episodi d’ira verso l’Altro, anziché il rispetto reciproco. Jaron Lanier, sviluppatore Microsoft e saggista aggiunge che: “L’algoritmo che deve decidere che cosa proporti cerca un feedback immediato e le emozioni che sorgono più velocemente sono la paura, la rabbia, l’insicurezza, il risentimento, la gelosia. Sono emozioni economiche, nel senso che basta poco per farle scattare e durano nel tempo. Poiché lo scopo dell’algoritmo è coinvolgerti sempre di più, sceglie di mostrarti ed enfatizzare i contenuti che causano queste reazioni. E questo meccanismo rende le persone più irascibili, più paranoiche”.

Forse è proprio per questo che siamo sempre più arrabbiati e irascibili e temiamo l’Altro come fosse un pericolo poiché non riusciamo, come affermano gli esperti intervenuti nel programma, a sederci un attimo e pensare più in profondità alle cose. Ci fanno credere che la rapidità è un simbolo del futuro, ma la complessità vuole lentezza, richiede quel tempo che viene purtroppo banalizzato dalla celerità del mezzo tecnologico.

Le conseguenze di tutto questo condizionamento non possono che portarci a convivere con una società che non riesce a darsi pace. Questi social toccano le parti più basse di noi esseri umani e condizionano i nostri umori negativamente, indirizzando la nostra rabbia verso i più fragili e gli indifesi. Infatti, si conclude il video raccontando l’esperimento di “contagio emozionale” commissionato sei anni fa da Facebook su quasi 700.000 utenti scelti a caso. Modificando l’algoritmo che decide in che successione mandarci o non mandarci i post, gli scienziati hanno spedito ad alcuni parole positive come “amore, bello, dolce”, e ad altri parole con la caratteristica negativa come “antipatico, dolore, brutto”. Il risultato di questa ricerca è che a seconda del tipo di messaggi che venivano mandati agli utenti, essi cambiavano d’umore.

Quindi, un messaggio negativo li avrebbe portati a pensieri brutti e ostili, anche se poco prima erano felici. E tutto ciò inconsapevolmente da parte dell’utente facendolo diventare più incline al disagio e più disposto alle bassezze morali. Ma questo non siamo noi! Dobbiamo fare più attenzione a quel mezzo che sono i social, all’apparenza innocui, ma che sarebbero la causa di tanti malumori fra le persone. Anzi, sembrerebbero proprio i veri “responsabili morali” di questa nostra società così malata e poco tollerante, che sostiene l’individuo a scapito della comunità.

Post-verità e credibilità digitale

L’Oxford Dictionaries, il dizionario storico della lingua inglese, ha eletto la parola dell’anno 2016: il termine è “post-verità”. Una parola molto usata negli ultimi mesi per il Referendum sulla Brexit e le elezioni di Donald Trump. Post-verità significa far passare una notizia falsa come fosse vera.

Tutti noi, di questi tempi, ci chiediamo come districarsi in tale groviglio di informazioni. È un lavoro molto difficile e certosino. A mio parere un elemento da cui partire è rintracciare la fonte che ha diffuso la notizia e testarne la credibilità.

Per esempio, con che attendibilità, un magnate come Donald Trump (vedi il post “il muraiolo Trump”), può parlare agli operai del Michigan? Tutti i politici, in campagna elettorale, promettono posti di lavoro, uguaglianza, libertà, pur di persuadere le persone a votarli. Ma poi, rispettano veramente le promesse fatte? Una persona ricca come Donald Trump, non credete che se avesse voluto risolvere veramente le sorti dei cittadini più poveri avrebbe potuto farlo anche senza diventare Presidente degli Stati Unti d’America? Perché, una persona che ha i rubinetti d’oro su un aereo da 100 milioni di dollari dovrebbe avere a cuore i problemi degli operai del Michigan?

Noi italiani abbiamo già avuto un imprenditore al governo del paese, ma l’unico che ci ha guadagnato nel “ventennio berlusconiano” è stato lui stesso: Silvio Berlusconi.

Nel 10 giugno 2015, dopo aver ricevuto la laurea honoris causa a Torino, Umberto Eco affermò che: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.

Penso sia chiaro a tutti che prima della nascita di internet, avevamo accesso a meno informazioni di ora. È pure vero, come diceva Umberto Eco, che la rete ha aperto la strada a milioni di persone mettendo un premio nobel a confronto con le persone più umili. Ma la bellezza di internet è proprio questa: mettere a contatto tutte le persone facendole comunicare fra loro. Questa, a mio avviso, è una grande conquista, e se un premio nobel non riesce ad essere all’altezza di una persona semplice, allora non è degno di quel premio.

Un tempo, un numero ristretto di persone “filtrava” le informazioni per tutti gli altri (come auspicava Umberto Eco), e quindi le notizie erano relative a quel piccolo gruppo di persone che controllavano la conoscenza. Ora, tutti lottiamo per avere più informazione possibile, poiché solamente con la pluralità di conoscenza possiamo essere liberi di scegliere.

Io credo che stiamo molto meglio oggi di allora, semmai, come controparte, possiamo dire che l’accesso infinito alle informazioni deve sviluppare in noi un senso critico e non farci accettare una notizia di primo acchito, ma confrontarla con altre fonti.

Internet è un mezzo e come tutti i mezzi va gestito. Nei social network c’è di tutto come c’è di tutto nella comunità vera. Noi dobbiamo insegnare ad usarlo nella maniera migliore, poiché tali mezzi servano pure per delle azioni buone.