L’origine della disuguaglianza fra gli uomini per Rousseau

 

Il filosofo del Settecento Jean-Jacques Rousseau, nella sua opera Origine della disuguaglianza, racconta molto bene come questa diversità sia nata fra gli uomini. Secondo Rousseau, infatti, l’evoluzione dell’essere umano si sarebbe svolta in due fasi: prima nell’uomo selvaggio; e poi nell’uomo civile. L’uomo selvaggio era armonizzato con la natura e non aveva altri bisogni al di fuori di essa: il nutrimento e gli istinti primari non lo differenziavano dall’animale, se non per la qualità di “agente libero” dalla cui azione naturale, però, poteva sottrarsi. Questa libertà di agire, rispetto all’animale, non sarebbe la sola qualità presente nell’uomo, infatti secondo Rousseau, ci sarebbe pure la “facoltà di perfezionarsi” che crea in esso il bisogno di migliorare la propria situazione, ma porterebbe a ogni sua sventura. Scrive: “Questa facoltà distintiva e quasi illimitata è la sorgente di tutte le sventure dell’uomo, che è essa che, con la forza del tempo, lo trae da quella condizione naturale nella quale egli passerebbe giorni tranquilli e innocenti, ed è essa che, facendone di secolo in secolo sviluppare l’intelligenza e gli errori, i vizi e le virtù, a lungo andare lo rende tiranno di se stesso e della natura” […] L’uomo selvaggio, privo di ogni sorta di lumi, non prova che le passioni di quest’ultima specie: i suoi desideri non vanno al di là dei bisogni fisici; i soli beni che egli conosca nell’universo sono il nutrimento, una femmina e il riposo; i soli mali che tema sono il dolore e la fame […] la sua immaginazione non gli prospetta niente; il suo cuore non gli chiede nulla. I suoi parchi bisogni si trovano così facilmente soddisfatti, ed è così lontano dal grado di conoscenza che è necessario per aver desideri più grandi che non può avere né previdenza né curiosità.1

Col tempo, dice Rousseau, l’uomo selvaggio comincia ad emanciparsi dal suo stato naturale conducendolo all’uomo che è diventato ora. Infatti, l’essere in stato di natura e quello civilizzato, conclude il filosofo, sono completamente diversi poiché: “Il primo non desidera altro che quiete e libertà, altro non desidera che restare in ozio, e la stessa imperturbabilità degli Stoici non si avvicina alla sua profonda indifferenza per ogni altra cosa. Invece il cittadino è sempre attivo, suda, si agita, si tormenta continuamente per cercare occupazioni delle più faticose, lavora fino a morire, e anzi corre alla morte per mettersi in condizione di vivere, oppure rinuncia alla vita per conquistare l’immortalità; fa la corte ai potenti che odia e ai ricchi che disprezza, non bada a spese per ottenere l’onore di servirli, si vanta con orgoglio della sua bassezza e della loro protezione; e, fiero della sua schiavitù, parla con disprezzo di quelli che non hanno l’onore di condividerla”.2

L’uomo selvaggio quindi rimanendo all’interno dei vincoli della natura, sarebbe armonizzato ad essa, la quale lo avrebbe dotato solamente dei bisogni più prossimi. Ma poiché nell’essere umano vive pure la qualità del perfezionamento e del miglioramento di sé, si sarebbe svincolato da quell’istinto primitivo per aprirsi verso l’ignoto. Questa sua libertà l’avrebbe pagata a caro prezzo, poiché da essa è derivato pure un castigo. Infatti afferma il filosofo: “E questa è, di fatto, la vera causa di tutte queste differenze: che il selvaggio vive in se stesso, mentre l’uomo socievole, sempre fuori di sé, invece sa vivere soltanto nell’opinione degli altri, ed è, per così dire, soltanto dal loro giudizio ch’egli trae il sentimento della propria esistenza […] come, riducendosi tutto alle apparenze, tutto divenga fittizio e simulato – onore, amicizia, virtù, e spesso persino i vizi, di cui si finisce col trovare il modo per gloriarsene; insomma come, domandando sempre agli altri quello che siamo e non osando mai interrogare noi stessi in proposito, in mezzo a tanta filosofia, tanta umanità e civiltà e tante massime sublimi non abbiamo che un’apparenza esterna ingannatrice e frivola, onore senza virtù, ragione senza saggezza e piacere senza felicità. Mi basta di aver provato che questo non è lo stato originario dell’uomo ed è soltanto lo spirito della società e della disuguaglianza da questa generata che cambia e altera in tal modo le nostre inclinazioni naturali”.3

Rousseau ci racconta poi che questa civilizzazione porta l’uomo a scontrarsi con la moda del possesso, del mio e del tuo, e quindi diviene necessaria la legge per governarci, poiché non siamo più in grado di convivere con gli altri. Ma è proprio da questo che nascerebbe il nostro guaio. Infatti, afferma che: “Con passioni così poco attive e un freno così salutare gli uomini, più brutali che cattivi e più preoccupati di guardarsi dai mali che potrebbero minacciarli che tentati di farne altrui, non andavano soggetti a risse molto pericolose, dal momento che non c’erano fra loro alcuna specie di commercio e di conseguenza non conoscevano né la vanità, né la considerazione, né la stima, né il disprezzo: non avevano la minima nozione del mio e del tuo, né alcuna vera idea di giustizia; consideravano le violenze che per caso subivano come un male facile da ripararsi e non come un’ingiuria che bisogna punire; e non pensavano pure a vendicarsi, se non forse meccanicamente e immediatamente, come il cane che morde il sasso che gli si tira […] Come principio bisogna ammettere che più le passioni sono violente, più sono necessarie le leggi per contenerle: ma, oltre al fatto che i disordini e i delitti provocati quotidianamente in mezzo a noi da queste passioni provano abbastanza l’insufficienza, a questo riguardo, delle leggi, sarebbe anche opportuno esaminare se questi disordini non siano nati proprio con le leggi, perché in tal caso, quand’anche fossero in grado di reprimerli, il meno che si dovrebbe esigere sarebbe che esse fermassero un male che senza di esse non esisterebbe […] Ed è anche più ridicolo l’immaginarsi i selvaggi che si sgozzano incessantemente per soddisfare la loro brutalità, per il fatto che questa opinione è direttamente contraria all’esperienza, e che i Caraibi, quello fra i popoli esistenti che si è meno allontanato dallo stato di natura, sono proprio i più pacifici negli amori e i meno soggetti alla gelosia, sebbene vivano sotto un clima ardentissimo che sembra rendere più attive queste passioni”.4

Sebbene non credo siano le caverne il posto a cui aspirare, tutto il discorso di Rousseau è molto interessante per capire come l’essere umano civilizzandosi abbia perso completamente l’armonia che lo legava alla natura. In fondo la cultura non ha fatto altro che crearci delle sovrastrutture che ci hanno allontanano inesorabilmente dai principi naturali. Dobbiamo ritornare quindi al contatto con essa per non perdere per sempre quell’equilibrio. Poiché abbiamo già questa qualità da sempre dentro di noi, prima ancora della cultura e dell’educazione, spetta solamente a noi riscoprirla. Afferma Rousseau che: “C’è un altro principio [..] dato all’uomo per addolcire in certe circostanze la ferocia del suo amor proprio, o (prima della nascita di questo amor proprio) del suo desiderio di conservazione, tempera l’ardore che egli ha per il suo benessere con una ripugnanza innata a veder soffrire il proprio simile. Non credo di correre il rischio di cadere in contraddizione accordando all’uomo la sola virtù naturale che anche il detrattore più spinto delle virtù umane è stato costretto a riconoscere all’uomo: voglio dire la pietà, disposizione che conviene a esseri tanto deboli e soggetti a tanti mali come siamo noi, virtù tanto più universale e tanto più utile all’uomo in quanto in lui precede l’uso di qualsiasi riflessione e tanto naturale che persino le bestie ne danno qualche volta dei segni sensibili […] Difatti, che cosa sono la generosità, la clemenza, l’umanità, se non pietà verso i deboli, i colpevoli o verso la specie umana in generale? Persino la benevolenza e l’amicizia sono, a ben guardare, effetti di una pietà costante, fissata su di un oggetto particolare: giacché il desiderare che qualcuno non soffra che altro è se non desiderare che sia felice? Quand’anche fosse vero che la compassione altro non è che un sentimento che ci mette al posto di colui che soffre – sentimento oscuro e vivo nell’uomo selvaggio, sviluppato ma debole nell’uomo civile”.5

Infine, per il filosofo, la pietà sarebbe la vera e la sola grande virtù che vive dentro ognuno di noi e fa in modo tale che si possa convivere con gli altri come in una comunità. Tutti noi quindi siamo in grado di provare quella compassione che genera empatia verso l’Altro. Infatti: “È dunque certissimo che la pietà è un sentimento naturale che temperando in ogni individuo l’attività dell’egoismo concorre alla mutua conservazione di tutta la specie. È la pietà che ci porta senza riflettere a soccorrere coloro che vediamo soffrire; è essa che, nello stato di natura, tiene il luogo di legge, di costume e di virtù, con il vantaggio che nessuno è tentato di disobbedire alla sua dolce voce; è essa che distoglierà ogni selvaggio robusto dal togliere a un bambino debole o a un vecchio infermo il cibo acquisito con tanta fatica, quando abbia la speranza di trovare altrove il suo; è essa che, al posto di questa sublime massima di giustizia razionale “fa agli altri quello che vorresti fosse fatto a te,” ispira a tutti gli uomini quest’altra massima di bontà naturale, assai meno perfetta ma forse più utile della precedente: “procura il tuo bene con il minor male possibile per gli altri.” In una parola, è in questo sentimento naturale piuttosto che in argomentazioni sottili che bisogna cercare la causa della ripugnanza provata da tutti gli uomini a far del male, anche indipendentemente dalle massime dell’educazione”.6

Sebbene, come dice Rousseau, sia il miglioramento una parte della nostra anima, questa emancipazione è anche la causa di tutte le nostre tribolazioni. Ma senza dover tornare a quelle origini, perché non ricostruire una comunità in cui esistano pochi bisogni essenziali per l’essere umano, anziché una collettività come quella odierna in cui le passioni illimitate creano solamente disuguaglianza e quindi ingiustizia? Se è vero che siamo esseri che cerchiamo il miglioramento è pure vero che il nostro spirito di adattamento è la virtù che ci fa superare le situazioni più difficili. Perciò se questo fosse giustamente il nostro destino dovremmo dosare bene le due qualità e indirizzarle verso un senso comune.

La grande filosofia che mette in scena Rousseau, nel libro, è la dicotomia che si origina con l’evoluzione dell’essere umano, poiché se da una parte ci sono gli istinti che lo uniscono alla natura; dall’altra lo gettano in una dimensione tutt’altro che predefinita. Infatti di tutti gli esseri viventi (vegetali e animali) l’uomo è il solo in grado di destabilizzare gli equilibri naturali e quindi di tutti noi. Ma se da una parte questa dimensione umana civilizzata avrebbe un lato negativo, dall’altra, se lo impariassimo a comprendere avrebbe necessariamente un lato positivo. Spetta a noi quindi cercare la bellezza e il bene nella Natura.

La cosa interessante che ne esce dall’opera è lo spirito di adattamento dell’uomo. Quella mente che abbiamo usato per adattarci alle varie culture del mondo, ci fa comprendere come potremmo assorbire qualsiasi cosa senza nessuna complicazione, poiché l’elasticità del nostro cervello è una delle nostre potenzialità. Questo sarebbe l’auspicio per il futuro, poiché se non c’è niente che non possiamo fare con la nostra mente, possiamo creare qualsiasi cosa. Dobbiamo stare solamente attenti a non allontanarci troppo dai canoni naturali, i soli che ci possano guidare in questo mare di potenzialità umana. Perché sebbene noi non siamo esseri malvagi, ma possiamo essere condizionati verso il bene o il male, l’esempio che diamo sarà molto importante per la nostra comunità..

 

1 Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 47-50.

2 Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 105-106.

3 Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, p. 106.

Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 64-66.

Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 61-63

Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 63-64.

La “teoria” dell’uomo buono

“L’uomo è nato libero e ovunque si trova in catene”
Jean-Jacques Rousseau

Per Jean-Jacques Rousseau: “l’essere umano per natura è buono, è poi la società che lo corrompe”. E analizzando i molti fatti accaduti di recente, ma anche lungo tutta la storia, credo che Rousseau non avesse poi tutti i torti. L’essere umano è totalmente condizionato dalla società in cui vive, la quale lo cresce, ma molte volte lo abbandona a se stesso.

Succede spesso, nei fatti di cronaca, che la persona violenta compie l’atto sotto l’effetto di qualche psicofarmaco, come se l’abominio non sarebbe accaduto in una stato mentale normale, e servisse un “aiutino” per forzare quella “parte buona” che lega noi esseri umani.
Infatti, persino nell’abitazione dei terroristi degli attentati di Parigi del 13 Novembre, si è trovato del “Captagon”, un’anfetamina che toglie la paura e dà un senso di onnipotenza a chi l’assume. Droga usata da terroristi  anche in altri casi. Secondo lo scrittore tedesco Norman Ohler, lo stesso Hitler dava al proprio esercito sostanze stupefacenti, in particolare “Pervitin”, per renderlo invincibile.

Sicuramente ci sono casi in cui è una malattia organica celebrale a distruggere quella” parte buona dell’essere umano”, ma solitamente l’uomo deve “alterarsi” per usare violenza ad un altro uomo.

Queste “alterazioni” psico-fisiche possono essere date anche da farmaci che vengono comunemente commercializzati come antidepressivi. Se consultiamo il foglio illustrativo di questi farmaci, noteremo che le controindicazioni sono molto peggiori dei benefici che lo stesso farmaco dovrebbe dispensare.
Se ad esempio analizziamo quello del Prozac, tra gli effetti indesiderati non comuni, che possono interessare fino a 1 paziente su 100, ci sono: “sensazione di distacco da se stessi, strani pensieri, umore eccessivamente elevato, pensieri di suicidio o di farsi del male”; mentre tra quelli rari, che possono interessare fino a 1 paziente su 1000, ci sono: “allucinazioni, attacchi di panico, stato confusionale”.

Ora, che queste controindicazioni, come scrivono le case farmaceutiche, accadano raramente, non mi mette il cuore in pace. Infatti, chi assume questi farmaci non è altro che una mina vagante pronta a scoppiare da un momento all’altro. Come abbiamo già visto negli attentati a Parigi o nelle stragi che hanno compiuto i ragazzi nelle scuole americane, basta solamente una persona che prenda queste pillole e vada via di testa, per massacrarne delle altre, non servono plotoni di uomini.
Questa correlazione “strage e psicofarmaci” è nota già da anni dagli esperti, ma quello che fa più paura è l’incremento nel consumo di antidepressivi che dilaga nei paesi più ricchi e le conseguenze che ne possono derivare.

Già nel 2012, Luca Pani, Direttore Generale dell’AIFA, denunciava un aumento dei farmaci antidepressivi nell’articolo “Come sta cambiando il consumo degli Psicofarmaci in Italia?”.

Ma questo, purtroppo, non è solamente un fenomeno italiano. Basta osservare il report “Health at a Glance – 2015” per capire che si sta espandendo in tutti i paesi più sviluppati. E continua la sua inarrestabile ascesa.

Se il fenomeno è in continuo aumento, significa che stiamo diventando tutti depressi, oppure molte volte questi farmaci vengono prescritti anche se non ne abbiamo veramente bisogno. Per i casi meno gravi, non so quanto valga la pena rischiare la vita solamente perché non siamo in grado di gestire quei piccoli momenti difficili della nostra vita in maniera naturale. Tutti prima o poi ci troviamo ad affrontare dei momenti tragici, ma se non riusciamo ad allenare la nostra psiche senza l’”aiutino” dei psicofarmaci, ci troveremo sempre nell’oblio, e avremo sempre bisogno di una cura più sostanziosa per risolvere il problema.
Per questo, a meno che non ci siano malattie psichiatriche pesanti, credo che valga la pena pensare a quello che si prende, poiché potremmo entrare in un circolo da cui sarà difficile uscirne.