Le pene alternative al carcere

Se la pena servisse come deterrente per abbattere i reati, gli Stati Uniti, che hanno il tipo di condanna peggiore che possa essere prevista ovvero la pena di morte, dovrebbero essere il Paese con il più basso tasso di criminalità e quindi di recidiva, la quale misura la percentuale di persone che appena uscite dal carcere commettono nuovamente un crimine. Guardando i dati gli Stati Uniti hanno invece un alto tasso, poiché si stima che il 68% dei prigionieri liberati vengono arrestati entro i prossimi 3 anni, il 79% entro 6 anni, e l’83% entro 9 anni dal rilascio1.

La Norvegia invece può vantare una percentuale di recidiva molto bassa, del 20%2, e questo risultato penso sia stato raggiunto dal proprio modello alternativo di considerare la pena, cercando di realizzare veramente un reinserimento nella società di tutti i prigionieri. Si chiama “open prison” e ne avevo già parlato nel post Il carcere buono, in cui descrivevo gli effetti positivi di una prigione che cerca sul serio di reintegrare le persone che sbagliano, attraverso la fiducia e la riabilitazione sociale. Questa è una breve trascrizione di un articolo apparso sul New York Time intitolato The Radical Humaneness of Norway’s Halden Prison che parlava della prigione di Halden in Norvegia. L’articolo descriveva che: “Non c’erano rotoli di filo spinato in vista, senza recinzioni elettriche letali, senza torri presidiate da cecchini – niente di violento, minaccioso o pericoloso. Nessun prigioniero ha mai cercato di scappare […] non solo non c’è la pena di morte in Norvegia, non ci sono condanne a vita; la pena massima per la maggior parte dei crimini è di 21 anni […] Nel 1998, il Ministro della Giustizia norvegese rivalutò i metodi e gli obiettivi da eseguire nelle carceri, ponendo l’accento sulla riabilitazione attraverso l’istruzione, la professionalità lavorativa e la terapia […] nel 2007 si fece particolare attenzione su come aiutare i detenuti a trovare alloggio e lavoro con un reddito costante, prima di essere rilasciati […] il servizio correzionale? Sottolinea quello che si definisce “sicurezza dinamica”, una filosofia che mette nei rapporti interpersonali tra il personale e i detenuti il fattore primario nel mantenimento della sicurezza all’interno della prigione […] Non ci sono telecamere di sorveglianza nelle classi o nella maggior parte dei laboratori o nei luoghi comuni o celle stesse. I detenuti hanno la possibilità di agire ma hanno scelto di non farlo. In 5 anni, la cella di isolamento arredata non è mai stata utilizzata”3.

La bassa recidiva nelle pene alternative ci indica la strada da compiere per non commettere l’errore di credere che una punizione molto incisiva possa servire come deterrente. Secondo lo studio Rassegna penitenziaria e criminologica del 2007, il tasso di recidiva per i carcerati che subiscono una condanna senza misura alternativa è del 68,45%. Se il detenuto invece ha subito una pena alternativa al carcere la percentuale si abbassa notevolmente poiché solamente meno di 2 casi su 10 sono recidivi4.

Come conferma pure il 15 rapporto dell’Associazione Antigone (Associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale), le misure alternative al carcere, oltre ad abbattere il tasso di recidiva, costerebbero allo Stato meno di un decimo di una prigione classica5. Un altro dato molto interessante è quello estrapolato dalla ricerca di Francecso Drago e Roberto Galbiati, intitolata Indirect Effects of a Policy Altering Criminal Behavior. Evidence from the Italian Prison Experiment. Questi studiosi avrebbero preso un campione di 20.000 detenuti in una prigione italiana e i risultati confermano che la propensione a delinquere di una persona dipende dal comportamento di colui con cui a condiviso il carcere6.

Questa serie di informazione dovrebbe far comprendere come se da una parte l’esempio negativo provochi nelle persone le bassezze più infime, dall’altra parte dobbiamo dare degli esempi belli o perlomeno cercare forme premiali per creare le basi di un giusto reinserimento da parte di una persona che avrà pure sbagliato, ma deve avere un’altra possibilità, poiché come ci insegnano le biografie di chi commette i reati, queste azioni nascono quando si lotta per la sopravvivenza e quando non si ha un’idea di una comunità, e se non si cerca di reintegrare nella società chi sbaglia, egli rischierà di reiterare quel reato all’infinito, e non avrà nessun senso collettivo a guidarlo.

1https://nij.ojp.gov/topics/articles/measuring-recidivism

2 http://wp.unil.ch/space/publications/recidivism-studies/

3 https://www.nytimes.com/2015/03/29/magazine/the-radical-humaneness-of-norways-halden-prison.html

4 Rassegna penitenziaria e criminologica – 2007

5 https://www.antigone.it/quindicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/misure-alternative/

6 Indirect Effects of a Policy Altering Criminal Behavior. Evidence from the Italian Prison Experiment

Il carcere buono

Tempo fa, nella puntata di Presa Diretta, “Senza carceri”, si parlava del sistema carcerario norvegese, la cui filosofia è dignità e rispetto per ogni detenuto. Questo, oltre a confortarmi molto, conferma soprattutto la “teoria dell’uomo buono”: secondo cui l’uomo farebbe del male solamente se è messo nelle condizioni di “sopravvivere” e non di “vivere” una vita dignitosa.

In quella puntata di Presa Diretta si descrivono le “open prisons” norvegesi famose per la loro bassa percentuale di recidiva (ovvero il numero di detenuti che dopo aver scontato la pena commettono un altro crimine). In Norvegia, dopo questa politica di rieducazione, la recidiva è del 20%, mentre negli Stati Uniti, i quali si ergono a modello di civiltà e Democrazia, sale al 67.8%. Mentre in Italia è del 70%.

Un articolo del New York Time “The Radical Humaneness of Norway’s Halden Prison” descrive la prigione di Halden: “Non c’erano rotoli di filo spinato in vista, senza recinzioni elettriche letali, senza torri presidiate da cecchini – niente di violento, minaccioso o pericoloso. Nessun prigioniero ha mai cercato di scappare […] non solo non c’è la pena di morte in Norvegia, non ci sono condanne a vita; la pena massima per la maggior parte dei crimini è di 21 anni […] Nel 1998, il Ministro della Giustizia norvegese rivalutò i metodi e gli obiettivi da eseguire nelle carceri, ponendo l’accento sulla riabilitazione attraverso l’istruzione, la professionalità lavorativa e la terapia […] nel 2007 si fece particolare attenzione su come aiutare i detenuti a trovare alloggio e lavoro con un reddito costante, prima di essere rilasciati […] il servizio correzionale? Sottolinea quello che si definisce “sicurezza dinamica”, una filosofia che mette nei rapporti interpersonali tra il personale e i detenuti il fattore primario nel mantenimento della sicurezza all’interno della prigione […] Non ci sono telecamere di sorveglianza nelle classi o nella maggior parte dei laboratori o nei luoghi comuni o celle stesse. I detenuti hanno la possibilità di agire ma hanno scelto di non farlo. In 5 anni, la cella di isolamento arredata non è mai stata utilizzata” (questo è una breve trascrizione dell’articolo).

Quindi tutta questa fiducia concessa nella prigione di Halden è importante per costruire quella dignità personale che porterà i detenuti ad un reinserimento normale nella società.

Ma non c’è solamente l’esempio norvegese. In Finlandia esiste una prigione con la stessa filosofia norvegese. Si trova a Suomenlinna Island. Nell’articolo “In Finland’s ‘open prisons’, inmates have the keys” si capisce bene come il detenuto sia percepito in maniera diversa rispetto alle carceri degli altri paesi: “Non ci sono cancelli, serrature o divise, si tratta di una prigione a cielo aperto […] guadagnano circa 8 euro all’ora, hanno telefoni cellulari, fanno la spesa in città e ottengono tre giorni di vacanza ogni paio di mesi. Pagano l’affitto al carcere. Scelgono di studiare oppure lavorare […] il tasso di recidiva è del 20%”.

Questi sono bellissimi esempi che dovremmo prendere in considerazione non solamente per le altre carceri nel resto del mondo, ma soprattutto come filosofia di vita nelle nostre società ormai deturpate dall’individualismo. Per esempio ho visto molti luoghi di lavoro che sono peggio di quelle prigioni di cui ho parlato sopra. Ormai il “business” ha preso il posto della solidarietà e il “mercato” viene visto come un nuovo dio da idolatrare. Dove è andato a finire il senso di comunità che aggregava noi esseri umani, se mai lo siamo stati?