Il consumismo e la fine della comunità

Il consumismo, come fenomeno di massa, entrò prepotentemente nelle case di noi occidentali solamente dopo le guerre, a inizio Novecento. Esso portò un cambiamento così radicale all’interno della società, che ben presto divenne una parte integrante di noi stessi, tanto da non riconoscerne più gli effetti negativi.

Pier Paolo Pasolini fu uno degli intellettuali italiani che vide e cercò di contestare tutto ciò, fino ad affermare come fosse peggio del fascismo: “Perché il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo – che è tutt’altra cosa – non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo”1.

Infatti, il boom economico italiano stava entrando in ogni casa che potesse permetterselo. Questo apparente benessere sembrava potesse bastare per tutti, ma non fu così. Anzi fu talmente disequilibrato, che a distanza di anni portò a una disuguaglianza sociale enorme, destinata pure a peggiorare col tempo. Infatti, l’1% della popolazione mondiale detiene più ricchezza netta del restante 99%2. Questa ricchezza starebbe passando a sempre meno individui, aumentando tuttora questo divario.

A detta di Pasolini, il capitalismo ha vinto, poiché le persone che avrebbero dovuto contrastarlo stettero a guardare o non si accorsero di tale iniquità, perché la società consumistica crea vane speranze di ricchezza, o come scrisse Marx: ”L’aumento del salario eccita nell’operaio il desiderio di arricchirsi, che è proprio del capitalista, ma che egli può soddisfare soltanto col sacrificio del proprio spirito e del proprio corpo”3. Quindi, la forza che doveva contrastare il capitalismo è stata neutralizzata da questa illusione di futuri guadagni. Ci hanno ingannato facendoci credere di poter diventare tutti ricchi, e noi abbiamo barattato la felicità dell’intera comunità, per delle vogliuzze individualistiche, che hanno depotenziato di fatto il carattere rivoluzionario che avevano le manifestazioni collettive. Perciò non c’è da stupirsi se questa ideologia consumistica sia entrata talmente dentro di noi da non riuscire a comprenderla e così sradicarla.

Pasolini criticò l’esperienza del ’68, la quale sembrava volesse sovvertire quel sistema. Per il poeta, infatti, quello che avrebbero dovuto fare, ovvero lottare contro il neocapitalismo e il consumismo, venne messo da parte per portare avanti lotte a loro più congeniali, come quelle sui diritti4, lasciando il vero peccato del tempo a inebriare i loro corpi fino ad addormentarli e a farlo giungere pian piano sino ai nostri tempi.

Questa nostra società consumistica ubriacata da quello che Pasolini chiamò l’”ideologia edonistica”, sarebbe stata più efficace del fascismo, anche per i nuovi mezzi di comunicazione, come la televisione, con i quali riuscirebbe meglio a propagare il proprio messaggio unidirezionale. Infatti, afferma il poeta: “Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi”5.

Questa critica alla borghesia e al consumo di massa fu predittiva, poiché se la svolta sessantottina ebbe alcuni traguardi importanti sui diritti civili, non placò quella sete che tuttora contamina anche la nostra epoca.

Abbiamo visto come tale strada porti a un individualismo che corrode necessariamente la comunità nei suoi fondamentali valori, poiché la sete egoistica della persona singola minaccia il gruppo. La collettività, quindi, dovrebbe essere vista non come una forma repressiva che impone regole a discapito dell’individuo come singolo, ma come un’esperienza comune rivolta al bene collettivo. Da soli, come individui, non riusciremmo a sopravvivere, perché abbiamo bisogno dell’Altro, poiché egli ci completa.

1 Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti Libri s.p.a., Milano 2008, p. 50.

https://www.oxfamitalia.org/economiaumana/

3 Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, prefazione e traduzione di Norberto Bobbio, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 2004, p. 15.

http://temi.repubblica.it/espresso-il68/1968/06/16/il-pci-ai-giovani/?printpage=undefined

5 Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti Libri s.p.a., Milano 2008, p. 22.

Pier Paolo Pasolini e la critica al consumismo

 

Pier Paolo Pasolini fu un grande critico del consumismo. Egli capì come “l’edonismo della società consumistica” stesse appiattendo ogni cosa: persone ed idee.

Per Pasolini, una delle cause di tutto ciò sarebbe stata la televisione: in grado di omologare non solo il consumo dei prodotti, ma pure delle idee. Infatti, per lo scrittore, questo “nuovo fascismo” (la società consumistica) sarebbe molto più devastante del fascismo nel ventennio, poiché il consumismo tende ad omologare, e quindi, ad appiattire ogni cosa, togliendoci ogni diversità, rendendoci tutti uguali e portando avanti un pensiero unico: il proprio (quello del consumismo medesimo).

Perciò, egli scrisse varie pagine su questi argomenti. Voglio qui trascriverne alcuni estratti dal bellissimo libro: Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti Libri s.p.a, Milano 2008.

 

«L’«edonismo» del potere della società consumistica ha disabituato di colpo, in neanche un decennio, gli italiani alla rassegnazione, all’idea del sacrificio ecc.: gli italiani non son più disposti – e radicalmente – ad abbandonare quel tanto di comodità e di benessere (sia pur miserabile) che hanno in qualche modo raggiunto»1.

«Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre…»2.

«Perché il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo – che è tutt’altra cosa – non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo»3.

1Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti Libri s.p.a., Milano 2008, p.29.

2Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, cit., pp. 24-25.

3Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, cit., p.50.

 

 

La povertà è figlia del capitalismo

Società a Responsabilità Capitalistica

Lo scorso 7 gennaio 2016, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza contro Ostriakov Roman, uno straniero senza fissa dimora, il quale era stato scoperto rubare in un negozio due porzioni di formaggio ed una confezione di wurstel, del valore complessivo di 4 euro. Dopo aver acclarato, attraverso il I° ed il II° grado di giudizio, che Roman aveva pagato alle casse soltanto una confezione di grissini ed aveva nascosto il resto sotto la giacca, la Cassazione ha decretato che: “L’accertamento, in questa sede, dell’esistenza di una causa di giustificazione impone l’annullamento della sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato” e sempre nella sentenza la Corte aggiunge: La condizione dell’imputato e le circostanze in cui è avvenuto l’impossessamento della merce dimostrano che egli si impossessò di quel poco cibo per far fronte ad una immediata ed imprescindibile esigenza di alimentarsi, agendo quindi in stato di necessità.”

Sentenza a mio avviso esemplare! È la migliore risposta che un’istituzione abbia mai dato a questa nostra opulente società, in cui ognuno pensa per sé!

È la collettività in cui viviamo oggi che ci mette gli uni contro gli altri, in una concorrenza talmente spietata che qualcuno alla fine si deve far male e se non c’è una rete sociale o familiare come ammortizzatore sociale (come una volta era l’intera comunità di un paese, per esempio), si rimane isolati.

Non sto giustificando i ladri che rubano nelle case per rivendere la refurtiva e ricavarci soldi, anche se tali persone sono pur loro figlie di questa Società a Responsabilità Capitalistica, ma il gesto di Roman rimane il simbolo dell’indifferenza nutrita da questa nostra società, che oltre a mettere alcuni individui nelle condizioni di rubare per sopravvivere, dall’altra vorrebbe una punizione degna per un reato da lei stessa creato, ma i suoi occhi sono talmente iniettati di odio verso il “diverso”, che non riesce a notarne l’umanità.

La povertà esisterà fintantoché esisterà la ricchezza! C’è una bellissima frase di John Ruskin, scritta nel libro Fino alla fine, che mi ritorna alla mente e dice: “La forza della ghinea che voi avete nella vostra tasca dipende totalmente dalla mancanza di una ghinea nella tasca del vostro vicino. Se egli non ne avesse bisogno essa non sarebbe per voi di alcuna utilità”.

Quanto aveva ragione Ruskin! Lui aveva capito molto tempo fa quello che per noi non è ancora chiaro. Purtroppo, al giorno d’oggi, ci dobbiamo avvalere dei dati per essere consapevoli dello stato d’emergenza in cui viviamo. E allora porterò uno studio dell’organizzazione umanitaria Oxfam, del 18 gennaio 2016, intitolato An economy for the 1%. Il seguente report ha calcolato che: “Il più ricco 1% del mondo detiene più ricchezza che il resto del mondo messo insieme, potere e privilegio sono utilizzati per incrinare il sistema economico ed aumentare il divario tra i più ricchi e il resto del mondo” e prosegue: “Nel 2015, appena 62 individui avevano la stessa ricchezza di 3.6 miliardi di persone – la metà inferiore dell’umanità. Questa cifra è scesa da 388 individui dal 2010” ed ancora: “La ricchezza delle 62 persone più ricche è aumentata del 45% nei 5 anni dal 2010”.

I dati parlano da soli. Per ulteriori informazioni rimando ad un mio precedente post: “Le bugie del capitalismo”.

Volevo concludere questa dissertazione con una trascrizione di uno dei miei autori preferiti: Pier Paolo Pasolini, il quale lottò a lungo contro le barbarie della società capitalistica e borghese. Questo è un estratto dalle Lettere luterane: “La regressione e il peggioramento non vanno accettati: magari con indignazione o con rabbia, che, contrariamente all’apparenza, sono, nel caso specifico, atti profondamente razionali. Bisogna avere la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile. Chi accetta realisticamente una trasformazione che è regresso e degradazione, vuol dire che non ama chi subisce tale regresso e tale degradazione, cioè gli uomini in carne ed ossa che lo circondano. Chi invece protesta con tutta la sua forza, anche sentimentale, contro il regresso e la degradazione, vuol dire che ama quegli uomini in carne ed ossa. Amore che io ho la disgrazia di sentire, e che spero di comunicare anche a te”.