L’uso smodato di psicofarmaci

Nel libro di Alberto Caputo e Roberta Milanese, Psicopillole, si parla dell’uso eccessivo di psicofarmaci, che ha raggiunto livelli molto preoccupanti. Negli Stati Uniti, per esempio, il fenomeno è diventato così allarmante che la prescrizione di quelli legali starebbe provocando più morti di quelli prescritti illegalmente, come afferma il testo: “Tra il 1999 e il 2013 le prescrizioni di psicofarmaci negli Stati Uniti sono più che duplicate […] nello stesso periodo le morti per overdose da farmaci psichiatrici sono quasi quadruplicate, superando i decessi per overdose di eroina quasi del 50%. Può sembrare incredibile ma oggi si muore di più a causa di farmaci prescritti legalmente che per droghe illegali”1.

Ma questo non è un caso isolato, poiché anche l’Italia non è da meno, con i suoi quasi dodici milioni di persone che ogni anno assumono psicofarmaci2, un italiano su cinque.

Si possono comprendere meglio questi dati analizzando uno studio dell’Ocse chiamato Health at a Glance 2017, in cui si vede benissimo questo aumento nel tempo. Infatti, secondo il rapporto, il consumo di antidepressivi nella zona Ocse tra il 2000 al 2015 è raddoppiato3, confermando il trend crescente degli Stati Uniti, paese a cui tutti noi ci chiedono di ispirarci e di prendere da esempio come modello economico.

Dobbiamo ricordarci che i dati sono l’espressione di questo nostro mondo economico capitalistico occidentale, il quale, per sopravvivere, ci richiede sforzi psicofisici talmente enormi per noi esseri umani naturali, da mettere a repentaglio le nostre vite. Perciò crediamo che un farmaco ci affranchi per un attimo da questi sforzi, giungendo così al punto da non riuscire più a gestire la nostra vita senza l’uso di esso, il quale sembrerebbe temporaneamente e apparentemente  che ci dia sollievo, ma dall’altra parte quella pillola sta pian piano assuefacendo la nostra mente, alterando innaturalmente il nostro equilibrio.

Lo stato psichico delle persone, infatti, è una conquista raggiunta giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza, perché la nostra mente si adatta alle circostanze ambientali, in maniera tale da sopportare, per esempio, episodi spiacevoli che avvengono nella vita di ognuno di noi. Ma se non alleniamo la nostra psiche ai vari tipi di eventi che potremmo vivere un domani, come potrà sopravvivere?

Se allenassimo la mente anche agli episodi spiacevoli, questa diventerebbe più forte e ogni qualvolta ne avremmo bisogno saprà come comportarsi. Mentre il farmaco, invece, aggira l’ostacolo. Non cura la malattia ma la elude, dandoci la sensazione di aver curato una depressione, rimanendo però sempre la stessa, un po’ latente ma presente, poiché l’assuefazione ai farmaci e il loro continuo bisogno saranno lì a ricordarcelo.

Mentre se allenassimo la nostra mente agli episodi più imprevisti, attendendo il tempo che ci vuole per metabolizzare tali eventi, potremmo risolvere questo problema naturalmente. Ma in questa nostra società che ha perduto la naturalezza, ci stiamo ammalando poiché stiamo diventando innaturali, senza sapere più comprendere i nostri tempi naturali. Questa società che ha perduto il senso del tempo (perché ci vuole del tempo per risolvere questi nostri disagi) e ci chiede di fare sempre più veloce, pure per risolvere i nostri stati psichici. Per questo ci fa assumere dei psicofarmaci, per velocizzare anche la cura.

Ma il nostro corpo e la nostra mente non richiedono velocità, hanno un loro ritmo naturale, che incessante e predominante viene fuori ogni qualvolta violiamo la sua legge, la legge naturale.

Per questo tutto ciò che è innaturale o alterante per il nostro stato psicofisico è profondamente inadeguato e sbagliato, perché compromette lo stato armonioso della natura. Dobbiamo ritornare a sentire i nostri ritmi naturali, poiché solamente lì c’è la nostra salvezza, come individui e come comunità.

1 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, Adriano Salani Editore s.u.r.l., Milano 2017, p. 11.

2 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, Adriano Salani Editore s.u.r.l., Milano 2017, p. 12.

La qualità del lavoro

 

Come tutti sappiamo il lavoro è determinante per la vita di ognuno. Infatti, tutti siamo direttamente o indirettamente influenzati da ambienti lavorativi di vario genere. Perciò la loro tutela deve essere al centro del nostro interesse, non solamente politico.

Se da una parte possiamo trovare lavori di qualità, è pure vero che dietro l’angolo c’è la possibilità di trovare impieghi poco virtuosi e quindi che mettono in pericolo la salute non solo fisica, ma anche psicologica delle persone che li svolgono. Quindi solamente con l’attenta analisi della qualità dei lavori possiamo aspirare a una lotta efficace per correggere gli errori più comuni.

L’Ocse1, in questo senso, ha sviluppato uno studio in cui si valuta la qualità del lavoro attraverso tre punti di analisi necessari per capire quanto un impiego sia buono o meno:

-il primo punto si intitola “la qualità dei guadagni” e mostra le retribuzioni dei lavoratori che contribuiscono al loro benessere. L’Italia purtroppo segue la gran parte dei paesi del Nord Europa. Molta strada c’è ancora da fare;

-il secondo punto è la “sicurezza nel mercato del lavoro” e afferma come i vari Stati proteggono i propri cittadini nel momento in cui perdono il lavoro. Qui l’Italia fa addirittura peggio, poiché se nel punto precedente poteva vantarsi di risultare nella media Ocse, per quanto riguarda la protezione del lavoro in caso di disoccupazione, riusciamo a fare peggio. L’Italia sorpassa solamente la Grecia e la Spagna;

-il terzo punto è “la qualità dell’ambiente di lavoro” il quale analizza i fattori non economici dell’impiego, come il contenuto del lavoro svolto, le modalità e le relazioni sociali all’interno dell’ambiente di lavoro. Anche qui l’Italia si conferma agli ultimi posti della classifica Ocse.

L’analisi di questi dati ci suggerisce come ci sia ancora molto da fare per noi italiani in politiche di lavoro. Dagli stipendi più adeguati, agli ambienti lavorativi più efficienti e salutari e a un aiuto per quei lavoratori che perdono un lavoro, abbiamo delle grandi lacune da colmare, perciò è molto importante realizzare politiche economiche degne di questo nome per sopperire a un altro grave evento che accade in Italia e che è conseguente ai dati citati poc’anzi: il fenomeno dei Working Poor.

Non è un caso che, rispetto ad altri paesi, l’Italia abbia un elevato tasso di working poor 2. Questi nuovi poveri sono quei lavoratori che prendono uno stipendio talmente basso, con cui non riescono nemmeno a mantenersi.

L’Italia ha il triste primato anche in questo dato, poiché il suo 23% supera di gran lunga la percentuale di molti paesi sviluppati economicamente.

Perciò dobbiamo tutelare i nostri cittadini in ogni momento della vita lavorativa poiché come ci hanno mostrato i dati la qualità del lavoro è necessaria e determinante per la vita di ogni cittadino, che attraverso di essa può contribuire a vivere una vita più felice.

1 http://www.oecd.org/employment/job-quality.htm

2 https://www.investireoggi.it/economia/working-poor-italiani-lavoratori-stipendio-rischio-poverta/