L’ospitalità canadese

Nella puntata di Presa diretta, Il Canada arcobaleno, del 02-09 scorso, si narra di come in questo Stato si sia affrontato il tema sull’immigrazione. Il Paese ha le percentuali più alte di immigrati al mondo, inoltre, ha già approvato di far entrare 330.000 nuove persone all’anno per un totale di 1 milione di profughi entro il 2020.

Il Ministro dell’Immigrazione del Canada Ahmed Hussen, anch’esso rifugiato in Canada dalla Somalia, racconta come ciò sia fondamentale in un Paese come il suo che ha un tasso di natalità molto basso. Afferma il Ministro: “Quando sento i miei colleghi europei, che parlano degli stranieri come di un problema, io rispondo sempre ‘ma li state aiutando a trovare un lavoro? State insegnando loro una lingua? Li fate sentire i benvenuti? Li fate sentire cittadini pari agli altri?’”. In Canada insegnano loro gratuitamente la lingua appena arrivano, seguendo un percorso per trovare lavoro.

Come racconta bene il servizio, mentre in Canada, dal 2017 a oggi, si accoglievano 130.000 rifugiati, in alcuni Paesi europei si alzavano i muri. Qui invece ci si prende persino cura di tutte quelle famiglie con persone disabili.

Dopo pochi anni di residenza l’85% degli stranieri ottiene la cittadinanza canadese. Nel momento del giuramento viene detto loro queste parole: “Grazie di esservi uniti a noi. La nostra storia è ora la vostra storia. La vostra storia è ora la nostra storia”.

È lo stesso Ministro dell’Immigrazione a spiegare perché il Canada assegna velocemente a tutti la cittadinanza. Afferma che: “Quando hai un visto temporaneo in un Paese straniero non sai se l’anno successivo ti verrà rinnovato. E così non ti sistemerai, non comprerai una casa, non farai piani a lungo termine, perché non sei sicuro di rimanere lì. Quando hai la cittadinanza ti impegnerai in quel Paese e darai il tuo contributo. Noi vogliamo che gli immigrati portino beneficio allo Stato, ma dobbiamo renderli parte della nostra famiglia […] Qui in Canada abbiano il multiculturalismo: puoi sentirti orgogliosamente canadese e contemporaneamente Somalo”.

A Toronto si parlano 180 lingue e dialetti, abitano 230 etnie e il 51% dei residenti è nato fuori dal Canada. Ci sono vari quartieri etnici che non sono però degradati. Qui si praticano 108 religioni diverse con i propri templi.

Il Preside della scuola Islington Junior Middle School, Rocco Colucci, afferma che: “La nostra ricetta è ‘tu che sei venuto in questo Paese non devi assimilarti a noi. Noi impariamo da te e tu impari da noi’. È questo il senso della nostra comunità”. Nella scuola si festeggiano tutte le feste religiose mettendole allo stesso piano, questo per fare sentire tutti i bambini accettati.

Per questo riusciamo a comprendere come mai così tante etnie e culture differenti possano convivere fra di loro. Questo multiculturalismo è vincente poiché lo straniero, come dice Michela Murgia intervistata in studio, non deve integrarsi a ciò che esiste già, ma contribuisci lui stesso alla cultura del Paese, non c’è l’integrazione degli stranieri a quelli autoctoni, come vorrebbero alcuni Stati europei in cui lo straniero deve integrarsi alla cultura nativa, cancellando così la propria identità. In Canada esiste un rapporto di scambio reciproco di culture diverse. Come ha detto il Preside nel servizio ‘Noi impariamo da te e tu impari da noi’. È una frase bellissima e potentissima perché apre lo spazio all’umanità e al rispetto per l’altro, poiché senza questi valori fondanti non può nascere nessuno Stato democratico e moderno.

Come dice bene un altro Ministro nel servizio ‘La diversità è la loro forza’. E lo credo bene, poiché il Canada ha compreso che non si può vivere in una comunità in cui ogni giorno ci si fa la guerra gli uni con gli altri. Provate a pensare se anche a voi capitasse, come per esempio capita agli immigrati in Italia, di venire vessati e continuamente umiliati e portati agli stremi, come potreste costruirvi una vita in un Paese in cui siete accolti in questa maniera? Per questo spero che l’esempio canadese sia d’esempio per altri Stati affinché adottino tale provvedimenti sull’immigrazione. Poiché la sicurezza tanto declamata parte dall’accoglienza e dal rispetto reciproco.

I “Lager” moderni

Mentre l’ex-Ministro dell’Interno Marco Minniti e l’attuale Matteo Salvini fanno a gara per prendersi il merito di aver fatto diminuire gli sbarchi nel nostro paese, nessuno di loro si chiede che fine abbiano fatto tutte quelle persone che non arrivano più in Italia. Gli accordi con la Libia, infatti, siglati dall’ex-Ministro Minniti hanno contribuito a diminuire il flusso della migrazione, ma a quale prezzo? Dove sono finite tutte queste persone?

Ci può aiutare il report pubblicato il 20 dicembre 2018 dall’ONU intitolato Desperate and Dangerous – Report on the human rights situation of migrants and refugees in Libya, un racconto sulla condizione dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati in Libia, il quale mette in luce quest’aspetto: ovvero gli effetti collaterali che hanno purtroppo prodotto questo compromesso fra gli Stati.

La relazione afferma che: “Durante il loro transito e soggiorno in Libia i migranti e i rifugiati subiscono inimmaginabili orrori. Dal momento in cui mettono piede sul suolo libico, diventano vulnerabili a uccisioni illegali, torture e altri maltrattamenti, detenzione arbitraria e privazione illegale della libertà, stupri e altre forme di violenza sessuale e di genere. Schiavitù e lavoro forzato, estorsione e sfruttamento da parte di attori sia dello Stato che non statali”.

Questo report si basa su 1300 resoconti raccolti di prima mano dai funzionari dei diritti umani dell’UNSMIL (Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia), in 11 centri di detenzione per immigrati in Libia, in cui sostano prima della loro partenza in Europa, in cerca della libertà.

L’UNSMIL ha anche documentato la tortura e altri maltrattamenti, il lavoro forzato, lo stupro e altre forme di violenza sessuale commesse dalle guardie nei DCIM, impunemente, mentre molti di coloro che sono reclusi in questi centri sono sopravvissuti a orrendi abusi da parte di contrabbandieri e trafficanti e avrebbero bisogno di assistenza medica e psicologica. Nonostante le prove schiaccianti di violazioni dei diritti umani le autorità libiche sono state finora incapaci o riluttanti a porre fine a tutto ciò.

L’OHCHR (Alto commissariato delle Nazioni Unite) e l’UNSMIL raccomandano all’Unione europea e agli Stati membri che intensifichino le loro operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo e facilitino il lavoro di soccorso da parte di queste navi gestite da organizzazioni umanitarie. Infatti, sono queste imbarcazioni ONG, tanto odiate da alcuni politici che le vedrebbero come la causa di quella situazione d’emergenza, ma che invece sarebbero proprio la soluzione migliore e più appropriata per gestire una situazione d’urgenza come quella.

Perciò le ONG sono l’ultimo baluardo d’umanità che rimane a emblema di questa Europa martoriata oramai da migliaia e migliaia di morti in mare, senza nessuna risposta da parte della politica che invece dovrebbe interessarsi in prima istanza a queste problematiche. Poiché se tu politico non sei il primo a creare le basi per la migrazione legale, l’illegalità prenderà il sopravvento. Servirebbero quindi più regole d’inclusione verso l’Altro, anziché abbandonarlo alla misera e alla violenza. Dobbiamo riscoprire quell’umanità che abbiamo in ognuno di noi.

Mechelen. Un modello di integrazione

Nella puntata di Presa Diretta del 17/09/18 intitolata La città si cura, si affronta il problema della sicurezza. Sono riportati molti esempi di come rendere le città più sicure, poiché questa è la preoccupazione percepita dalla maggior parte dei cittadini. Negli articoli La triste moda del razzismo e Pregiudizi da sfatare sull’immigrazione ho trattato questo argomento dal punto di vista di come questa sensazione negativa verso gli immigrati sia infondata. Il programma Presa Diretta, però, porta al tema ulteriori e importantissimi argomenti.

Infatti, nella puntata intitolata La città si cura viene intervistato il Professore Paolo Pinotti dell’Università Bocconi, il quale ha eseguito uno studio molto interessante sull’incidenza dei reati commessi da stranieri ammessi e non ammessi al permesso di soggiorno. Analizzando il “decreto flussi” del 2007, in cui venivano offerti 170.000 permessi di soggiorno (per lavoro), a fronte di 610.239 domande, si è notato come questi due gruppi, nell’anno seguente, abbiano raggiunto risultati differenti: “Per coloro che hanno avuto il permesso di soggiorno il tasso di criminalità si dimezza, mentre per coloro che sono rimasti esclusi (perché non è stata accettata la domanda) il tasso di criminalità rimane uguale a quello dell’anno precedente”. Confermando come l’integrazione, in questo caso attraverso il lavoro, sia un punto fondamentale per salvare questi immigrati dalla disperazione e quindi dalla possibilità che essi rifuggano nella criminalità, per ovviare a un sistema sociale che non li accetta.

Un esempio molto edificante riportato nella puntata di Presa Diretta, è l’esperienza positiva di integrazione della città di Mechelen, in Belgio, in cui il 30% della popolazione sono stranieri. Come spiega bene il sindaco Bart Somers, vent’anni fa la città era degradata: aveva la più alta percentuale di criminalità di tutto il Belgio; vi era molta povertà; molte persone della classe media volevano andarsene. I populisti dettero la colpa di questi disagi agli stranieri, arrivando così a prendere fino al 30% dei voti. Il vicesindaco Marc Hendrickx, però, afferma che da quando i cittadini hanno capito che gli immigrati sono persone come gli altri e anche loro sono il futuro di questa città, hanno cambiato il loro voto, e il partito di estrema destra è passato dal 25% all’8%.

Il sindaco di Mechelen ha solamente cercato di prendere le idee migliori di tutti, poiché tutti noi vogliamo avere città più sicure e una vita tranquilla, anche gli immigrati. Le precauzioni adottate sono state molte: come assumere più polizia per controllare il territorio. Ma come dice Somers non serve solamente repressione, dobbiamo costruire una città diversa che prevenga quei disagi. Ecco allora che fin dalla scuola si educano i bambini all’integrazione con gli altri poiché il rispetto reciproco è fondamentale per la convivenza di tutti.

Uno dei tanti progetti si chiama “insieme integrando”. L’idea è che un cittadino volontario faccia da tutor a un migrante appena arrivato. All’inizio si trovano una volta alla settimana, ad esempio parlando della città, facendo conoscenza, facendolo sentire vicino come comunità e non più segregato, come ci spiegano bene i due intervistati, i quali hanno creato questa solida amicizia che va avanti da tantissimo tempo e li ha portati a conoscere le reciproche famiglie.

Un’altra idea per questo percorso è stata far rinascere i luoghi più disagiati della città rivitalizzandoli, ovvero riportali ad uso dei cittadini, creando così luoghi d’incontro comuni fondamentali per l’integrazione. Un esempio è la piazza della città che da un parcheggio di automobili, oggi è diventata un luogo in cui le persone possono incontrarsi e relazionarsi. Come ci spiega il sindaco Somers, chiamandola teoria delle finestre rotte: se tu vedi finestre rotte, graffiti o sporcizia, non hai rispetto e sei aggressivo poiché non senti tua la città. Mentre ora tutti sono orgogliosi di essa. Conclude Somers: “Secondo una statistica del governo federale, Mechelen è la città del Belgio in cui è massima la fiducia tra popolazione e governo locale. Le persone oggi sono molto più aperte rispetto alla diversità. Perché dicono questa è una città sicura, una città molto pulita. La diversità non è più un segno del declino o di perdita […] ci sono persone che sono nate e cresciute qui, le vogliamo considerare ancora persone straniere? È la loro città come la nostra. […] noi a Mechelen abbiamo provato al resto dell’Europa, che vivere insieme nella diversità può essere un successo”.

Non avevo alcun dubbio dell’efficacia di un esperimento come Mechelen. Mentre noi italiani continuiamo a parlare ancora di chi è giusto che rimanga e chi no, dando sempre la colpa agli altri delle nostre disgrazie, altre esperienze ci confermano quale sia la strada giusta da percorrere, poiché il degrado, come ci insegna Somers, può portare solamente ad altro degrado. Finché non proponiamo politiche di integrazione verso gli immigrati è ovvio che persone non volute cerchino la salvezza in altre braccia, come quelle della criminalità.

Siamo noi, quindi, che non riuscendo ad integrare le persone, le mettiamo in condizioni di reagire per sopravvivere e scegliere altre strade meno legali, mettendo la comunità in un continuo stato di tensione e pericolo gli uni con gli altri, creando così una perpetua ansia sociale che porta ad aver paura fra le persone. Mechelen è un bellissimo progetto di come la tensione sociale sia stata eliminata grazie al coinvolgimento di tutti i cittadini, integrandoli. Questo è un esempio da cui ripartire per salvare la comunità perché è la felicità di tutti lo scopo a cui arrivare.

Pregiudizi da sfatare sull’immigrazione

In un articolo apparso lo scorso 5 giugno sul Theguardian.com, intitolato Five myths about the refugee crisis, il giornalista Daniel Trilling affronta i luoghi comuni più dibattuti negli ultimi anni sul tema dell’immigrazione. Questa attenta analisi lo ha portato a scrivere un post molto articolato ma ben fatto. Il testo è scritto in inglese, ma cercherò di tradurre le parti più interessanti. L’indirizzo dell’articolo in lingua originale è questo: https://www.theguardian.com/news/2018/jun/05/five-myths-about-the-refugee-crisis.

La crisi dei migranti che ha investito i giornali nel 2015 e nel 2016 consiste in un aumento vertiginoso nel numero di richiedenti asilo in Europa. Gli arrivi, oggi, sono diminuiti ma i vari governi continuano ad attuare serie misure per contrastare questi flussi migratori. Molti di questi rifugiati sono rinchiusi in centri di accoglienza o campi nell’Europa meridionale, mentre altri cercano di rifarsi una vita nei luoghi in cui si trovano.

Vedere la crisi degli immigrati come un evento cominciato e finito in quegli anni è sbagliato, poiché dà l’impressione che l’Europa sia stata invasa da orde di rifugiati senza precedenti. Mentre il disastro degli anni recenti ha a che fare con le politiche sull’immigrazione redatte nelle capitali europee. Le cui conseguenze hanno consistito in reazioni eccessive di panico, alimentate da una serie di convinzioni sbagliate sui rifugiati.

Dal 1990, quando sono caduti i confini all’interno dell’Europa, dando più libertà di movimento ai cittadini dell’EU e viaggiando senza passaporto, la sua frontiera è diventata sempre più militarizzata. Amnesty International stima che, tra il 2007-2013, prima della crisi, l’EU abbia speso circa 2 miliardi di euro per recinzioni, sistemi di sorveglianza e percorsi di pattugliamento su terra e su mare.

In teoria, i rifugiati – che hanno il diritto di attraversare i confini in cerca di asilo in base al diritto internazionale – dovrebbero essere esenti da questi controlli. Ma in realtà, l’EU ha provato ad impedire ai richiedenti asilo di raggiungere il territorio ovunque possibile: chiudendo le vie legali, come la possibilità di chiedere asilo alle ambasciate estere; introducendo penalità per le compagnie di trasporto che consentono alle persone di viaggiare all’interno dell’Europa senza i documenti corretti; e firmando trattati con i paesi vicini affinché essi possano controllare i migranti per conto dell’Europa. E all’interno dell’Europa, un accordo chiamato regolamento di Dublino forza i richiedenti asilo a fare domanda in qualsiasi paese essi raggiungono per primi.

Dopo la rivolte arabe del 2011, gli arrivi in Europa a chiedere asilo – attraverso la Turchia, o attraverso il Mediterraneo centrale dal nord Africa – hanno iniziato ad aumentare. Ma l’Europa ha continuato a fare della sicurezza la sua priorità, anziché proteggere queste persone vulnerabili. Nello stesso periodo in cui l’Europa ha speso 2 miliardi di euro sulla sicurezza del confine, ha speso solo un valore stimato di 700 milioni sulle condizioni di accoglienza per i rifugiati. Quasi 3 milioni di persone hanno chiesto asilo in EU nel 2015 e nel 2016 – ancora solo una piccola parte della totale popolazione dell’EU di 508 milioni – ma il modo in cui sono arrivati è stato caotico; migliaia sono morti nel tentativo. La maggior parte dei migranti che sono arrivati e hanno provato a continuare il loro viaggio nel nord-est Europa in applicazione del trattato di Dublino è temporaneamente fallito.

Le difese dei confini spesso producono o aggravano i veri problemi che si aspettano di risolvere, costringendo gli immigrati irregolari a prendere percorsi sempre più pericolosi, spesso con il crescente affidamento a trafficanti di persone, il che a propria volta incoraggia gli Stati ad inasprire i controlli ancora più duramente. In novembre del 2017, un gruppo di coalizione sui diritti umani ha pubblicato una lista di 33.293 persone che sono morte dal 1993 come risultato della “militarizzazione, leggi sull’asilo, politiche di punizione ed espulsione” in Europa. Ma essa ha continuato a respingere i migliaia di migranti indesiderati che provano a raggiungere le coste europee sempre più lontano dal continente. Un accordo con la Turchia, varato nel marzo del 2016, ha ridotto il movimento dei siriani verso l’Europa, anche se tuttavia oltre 12 milioni di essi rimangono sfollati per la guerra – 5 milioni di loro al di fuori del proprio paese – e molti hanno ancora bisogno di urgente assistenza umanitaria. Anche se l’Afghanistan è un paese diventato più pericoloso, i governi europei persistono nel loro tentativo di deportare molti afgani a Kabul. E per arginare la migrazione indesiderata dall’Africa sub-Sahariana, l’Europa ha provato a stringere accordi per fermare le rotte di tratta di esseri umani che attraversano il deserto e per tutto il nord Africa. L’Italia ha preso serie misure sui salvataggi in mare delle ONG (Organizzazioni non governative) e ha pagato le milizie in Libia, proprio mentre prove di torture e abusi nei loro centri di detenzione sono trapelate; L’EU ha esplorato accordi con la dittatura repressiva del Sudan, e in Nigeria. Centinaia di migliaia di individui vulnerabili saranno direttamente interessati da queste nuove politiche.

Noi spesso siamo incoraggiati a pensare a delle “soluzioni” alla crisi, ma non c’è una fine precisa. Finché continueranno le guerre – guerre che sono qualche volta cominciate o appoggiate da Stati europei, o alimentate dalle vendite di armi – le persone continueranno a scappare da esse. E altri continueranno a migrare anche quando gli Stati non li vogliono. Ma gli sforzi dei nostri governi per arginare la migrazione indesiderata possono finire per creare o aggravare gli stessi problemi che intendono risolvere. Le decisioni di accelerare il controllo sull’immigrazione presa al momento della crisi, o in risposta alla pressione dei media, può avere effetti profondi e duraturi – dal trattamento dei cittadini di Windrush nel Regno Unito, alle migliaia di rifugiati che languono in sudici campi sulle isole greche dell’Egeo.

Molti di noi sono migranti economici – anche se all’interno dei nostri stessi paesi – ma il termine ha preso un nuovo e peggiorativo significato dalla crisi dei rifugiati. Esso è spesso spiegato con lo stesso modo in cui era chiamato in passato dalla stampa britannica “falso richiedente asilo” – per suggerire che le persone stanno provando a giocare col sistema, che la loro presenza è la causa dei problemi alla frontiera, e che se potessimo rimuoverli filtrandoli, l’ordine verrebbe ripristinato. In effetti, la storia della migrazione è la storia di controlli sul movimento di tutti tranne di una élite benestante.

In passato, gli Stati cercavano di limitare il movimento delle loro stesse popolazioni, attraverso la schiavitù o la servitù, o leggi per poveri o atti per i vagabondi; oggi il diritto di circolare liberamente all’interno del proprio territorio è sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. La maggior parte di noi dà questi diritti per scontati, anche se sono relativamente recenti. Adesso, invece, il movimento delle persone attraverso i confini internazionali è strettamente controllato e regolato. In proporzione alla popolazione mondiale, il numero totale di migranti internazionali – di questo tipo – è rimasto relativamente stabile: circa il 3% dal 1960, secondo il sociologo Hein de Haas.

Questo potrebbe sembrare sorprendente in un’epoca in cui le merci, la comunicazione e certi tipi di persone possono muoversi con maggiore facilità rispetto al passato, ma la globalizzazione è un processo altamente iniquo. Sebbene la proporzione dei migranti non sia cresciuta significativamente, l’origine e la direzioni della migrazione sono cambiate: la ricerca di De Haas e Mathias Czaika suggerisce che le persone stanno lasciando un ampio raggio di paesi rispetto a prima, e si stanno dirigendo in una più ristretta gamma di destinazioni rispetto a prima. Essi stanno andando in paesi in cui potere e ricchezza si sono concentrati. Europa, ed Europa nord-occidentale in particolare, è uno di questi luoghi. Non è la sola destinazione – la maggior parte della migrazione africana, per esempio, si verifica in Africa. E la maggior parte della migrazione verso l’Europa avviene legalmente: si stima che il 90% dei rifugiati che entrano in Europa lo facciano con il permesso. Ma i paesi più ricchi stanno facendo sempre di più sforzi per tenere fuori gli indesiderati: nel 1990, secondo le ricerche del geografo Reece Jones, 15 paesi avevano muri o recinti sul loro confine; all’inizio del 2016, quel numero è salito a quasi 70.

Il diritto internazionale mira a proteggere il rifugiato mentre consente agli Stati di mantenere il controllo dei loro confini – ma la definizione di status di “rifugiato” è politica, e soggetta a una costante sfida su chi è meritevole e su chi no. Il termine ha sia un significato legale, in quanto esso descrive una persona che ha diritto all’asilo secondo la legge internazionale, e uno colloquiale, in quanto descrive una persona che è fuggita da casa sua.

Secondo la convenzione sui rifugiati del 1951, un rifugiato è definito come qualcuno che ha lasciato il suo paese a causa di “un fondato timore di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un particolare gruppo sociale o opinione politica”. All’inizio, la convenzione si applicava solo agli europei, e non riguardava tutti coloro che fuggivano da una zona di guerra; questo tipo di protezione è stato creato solo dopo le pressioni dei nuovi Stati indipendenti africani negli anni ’60 e negli Stati dell’America Latina negli anni ’80. Le persone costrette a lasciare le loro case per disastri economici o cambiamenti climatici catastrofici non sono mai state incluse. Ancora oggi, la convenzione lascia il potere principale nelle mani degli Stati nazionali. Non obbliga i suoi firmatari a dare a chiunque asilo, solamente per ascoltare i loro casi e non respingerli indietro in un paese in cui potrebbero essere in pericolo.

Nel 21° secolo, un confine non è solo una linea sulla mappa; è un sistema per filtrare le persone che si estende dai suoi margini fino all’interno del suo cuore, colpendo coloro che sono già nel paese – come abbiamo appreso da Theresa May che l’”ambiente ostile” è venuto alla luce. I richiedenti asilo sono soggetti particolarmente complessi. Una volta che essi attraversano le frontiere d’Europa, il loro movimento è limitato: sono rinchiusi o segregati in alloggi lontani dai centri cittadini. Il loro diritto a lavorare o all’accesso ad una sicurezza sociale è negato o severamente limitato. Mentre le loro richieste stanno per essere valutate, spesso da un processo che è opaco, ostile e incoerente, essi vivono con la minaccia che le libertà che hanno possano essere ridotte in qualsiasi momento. Il sistema cerca di collocarli in categorie – rifugiati o migranti economici, legali o illegali, meritevoli o immeritevoli – che non sempre si adattano alla realtà delle loro vite. E se il sistema si rompe, le persone vengono gettate in una zona grigia legale e morale che dura per molti mesi o addirittura anni. Come Cesar, un giovane uomo del Mali che ho incontrato mentre facevo un reportage in Sicilia, me lo ha detto: “Non è come se una persona avesse stampato sulla fronte ‘rifugiato’, e un’altra avesse ‘migrante economico’”.

L’empatia è importante, ma ha sempre dei limiti e non dovrebbe essere una precondizione affinché le persone possano accedere ai propri diritti. Cesar è arrivato in Sicilia alla fine del 2014, salvato da una barca di contrabbandieri alla deriva nel Mediterraneo dalla marina italiana. Quando egli è arrivato la Sicilia aveva l’attenzione dei media di tutto il mondo: i giornalisti volevano conoscere le storie delle persone come Cesar: da dove provenivano, che tipo di viaggi avevano fatto, quali erano le esperienze peggiori che avevano vissuto. Ma l’estate seguente, l’attenzione si era spostata altrove. Alla fine di Agosto del 2015, mentre un numero senza precedenti di rifugiati dalla Siria e altrove in Medio Oriente ha fatto la loro lunga camminata verso i Balcani, io stavo visitando Cesar nella sua casa in Sicilia. Mentre guardavamo la TV, la quale stava mostrando di continuo filmati di persone che chiedevano a gran voce di salire a bordo dei treni per la Germania alla stazione Kaleti di Budapest, Cesar indicò lo schermo: “Vedi? Le telecamere non vengono più qui perché ora sono solo i neri che arrivano in Sicilia?”. Sentiva fortemente che le persone come lui erano state abbandonate – dai media, e da un sistema che impiegava anni per elaborare la sua richiesta di asilo.

Ma queste storie hanno anche la capacità di alienarci. Se ti dico che Cesar ha passato 18 mesi sbalzato da una banda di trafficanti a un’altra in Algeria e Libia, durante il quale è stato torturato e messo a lavorare come uno schiavo, questo ti aiuta a capire chi è e perché ha fatto le scelte che ha fatto – particolarmente se questo è tutto quello che sai sulla sua vita? E se centinaia di persone hanno storie simili? Ad un certo punto, ci sentiamo sopraffatti e iniziamo a spegnere. Alcuni di noi potrebbero persino sentirsi ostili: perché a noi ci viene chiesto costantemente di dispiacersi per questi stranieri?

L’agenzia per le Nazioni Unite per i rifugiati, l’UNHCR, dice che ci sono più persone sfollate a causa dei conflitti nel mondo oggi che in qualsiasi momento dopo la seconda guerra mondiale. Questo è vero: circa 66 milioni di persone sono attualmente sfollate, sia nei loro paesi di origine, sia all’estero. Ma l’86% di queste rimane nel mondo in via di sviluppo, non in regioni ricche come l’Europa. E nonostante i recenti conflitti, secondo De Haas, i rifugiati rappresentano circa lo 0,3% della popolazione mondiale; una piccola porzione relativamente stabile. Il problema è solo di risorse e politica, non sono numeri schiaccianti.

Ho incontrato un numero di persone che hanno avuto un viaggio simile a Cesar, e ognuna di queste sta provando in maniera differente di mantenere il controllo delle loro vite e prendere decisioni per il futuro. Cesar mi ha detto che vuole solo trovare un lavoro monotono per “dimenticare il passato”. Al contrario, Fatima, una donna della Nigeria che finì anche in Sicilia, fece “un patto con Dio” quando salì su una barca gonfiabile sulle coste della Libia, e ora vuole dedicare il resto della sua vita a far crescere l’attenzione circa le donne trafficate. Azad è fuggito dalla Siria perché, sebbene fosse solidale con la rivolta contro Bashar al-Assad, e orgoglioso della sua identità curda, non voleva però ammazzare le persone.

Negli ultimi anni, i “valori europei” sono stati invocati sia a sostegno dei migranti e rifugiati che ad attaccarli. Da un lato, demagoghi come l’Ungherese Viktor Orbán hanno posizionato se stessi come difensori di una civiltà cristiana europea, attuando politiche anti-migranti per proteggere l’Europa dall’essere invasa da orde di mussulmani. Dall’altro, gli umanitari hanno spesso fatto appello a una visione dell’Europa come quella presentata da José Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea nel 2012, quando l’EU ha ricevuto il premio Nobel per la pace. “Come una comunità di Nazioni che ha superato la guerra e ha combattuto il totalitarismo”, ha detto Barroso nel suo discorso di accettazione, “Noi staremo sempre più vicino a coloro che sono alla ricerca della pace e della dignità umana”.

Entrambe le visioni sono sbagliate. Il primo cerca di cancellare che l’Europa è un continente diverso, in cui tradizioni cristiane, ebraiche e secolari siano presenti da secoli. La visione di Orbán ha anche un compagno liberale, popolare specialmente in Europa occidentale, che sostiene che gli immigrati mussulmani rappresentino una minaccia per le tradizioni “europee” di tolleranza, libertà e democrazia: anche questo ignora il fatto che dove questi principi esistono sono stati combattuti e vinti.

La seconda visione presenta l’Europa come un faro di speranza per il resto del mondo. L’Europa ha certamente un grande potere di influenzare il mondo nel bene e nel male, e pressare i nostri politici per esserne all’altezza è un aspirazione per cui ne vale la pena. Ma l’aspirazione rimarrà insoddisfatta se ignoriamo il fatto che mentre le nazioni d’Europa hanno superato la guerra e combattuto il totalitarismo, molte di queste stesse Nazioni sono diventate ricche e potenti conquistando e amministrando enormi imperi, i quali erano parzialmente giustificati dall’idea di una razza suprema europea. E l’Europa Unita, nei suoi documenti fondatori, è stata concepita come un modo per mantenere il potere imperiale, oltre a prevenire futuri conflitti al suo interno.

Anziché vedere il razzismo europeo come una cosa del passato, il riconoscimento della sua persistenza è essenziale se vogliamo comprendere la crisi dei rifugiati e alcune delle risposte ad essa. Migliaia di persone provenienti da ex colonie europee, i cui nonni sono stati trattati in modi meno che umani delle loro regole europee, sono annegati nel Mediterraneo negli ultimi due decenni, ma questa è diventata solo una “crisi” quando la portata del disastro era impossibile per gli europei da ignorare.

Nel 2015, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla migrazione ha proposto due risposte che avrebbero fatto molto per alleviare la “crisi”: il reinsediamento internazionale di massa dei rifugiati dalla Siria e un regime temporaneo di visti di lavoro in modo che i migranti economici potessero andare e venire senza rimanere intrappolati nei mortali percorsi clandestini. La ragione per cui questo non è successo è perché i governi europei semplicemente non vogliono farlo. Ci sono pressione politiche interne in Europa, e una più ampia crisi del sistema internazionale attraverso il quale si suppone che i conflitti e le divergenze tra gli Stati siano risolti.

Persino ora, una gerarchia di sofferenze pervade gran parte del dibattito in cui le lotte popolari sono ignorate o respinte a seconda del proprio background, con poche discussioni su come l’Europa possa aver contribuito alla situazione dei paesi che i migranti lasciano alle spalle – storicamente, o attraverso politiche militari ed economiche degli attuali governi. E quando i conflitti locali che coinvolgono i rifugiati appena arrivati scoppiano nei paesi europei, molti commentatori saltano senza problemi da un incidente che ha bisogno di una risposta ponderata, alla dichiarazione di una minaccia esistenziale per l’Europa dalla sua minoranza mussulmana. Alla sua estremità finale, questa è una logica genocidaria, di un tipo che l’Europa ha conosciuto in passato.

Non dobbiamo accettarlo, una conversazione più onesta sulla crisi comporterebbe una resa dei conti con il nostro passato – e un buon punto di partenza sarebbe riconoscere che per molti dei migranti che fanno viaggi pericolosi verso l’Europa di oggi, essa è già parte delle loro vite. “Ricordiamo il passato, ricordiamo la schiavitù; hanno iniziato le guerre mondiali e abbiamo combattuto per loro”, mi è stato detto una volta da un gruppo di uomini provenienti dall’Africa occidentale abbandonati in un centro di accoglienza nel sud Italia. Non si tratta di dare la colpa o meno. Si tratta di riconoscere che il mondo non è facilmente diviso in “europeo” e “non-europeo”. Questo è vero sia per la Gran Bretagna che per il resto d’Europa, anche se la Gran Bretagna lascia l’unione politica. “Sono sempre sorpreso quando la gente chiede: ‘perché i rifugiati vengono nel Regno Unito?’”, ha detto Zainab, che è fuggito dallo Stato islamico in Iraq e ha portato i suoi tre bambini in Gran Bretagna via Calais, nascosti in una serie di camion. “Vorrei rispondere: ‘L’Iraq non è stato occupato dalla Gran Bretagna e dall’America?’ Voglio che la gente veda la sofferenza che le popolazioni di questi luoghi hanno attraversato. Desidero davvero che la gente veda la connessione”.

L’Olocausto non è mai stato lontano dalla superficie delle coscienze europee. E la sua presenza è stata avvertita in una serie di risposte alla crisi dei rifugiati – dalle grandi dichiarazioni politiche sul dovere di agire in Europa, all’invocazione del Kindertransport nel dibattito britannico sui rifugiati infantili, alle storie degli anziani ebrei europei che oggi stanno aiutando migranti sfollati che attraversano frontiere.

Il nostro sistema di protezione dei rifugiati è stato istituito principalmente per far fronte agli enormi sconvolgimenti della popolazione in Europa causati dalle due guerre mondiali. Ora in gran parte nel passato questi sconvolgimenti sono visti come una lezione morale, uno dei tanti modi in cui l’Europa ha dichiarato: “Mai più”. Ma sebbene la crisi di sfollamento dell’Europa abbia avuto un inizio e una fine, per gran parte del mondo, questi sfollamenti sono persistenti, le sue cause apparentemente complicate, le persone al centro di esso hanno meno significato.

Ma è fondamentale che noi prestiamo attenzione non solamente per ragioni umanitarie, ma perché gli sfollamenti indicano una pericolosa debolezza nelle società democratiche liberali. Sebbene siamo giunti a considerare certi diritti come fondamentali e universali, questi sono spesso garantiti solo dall’appartenenza ad uno Stato-nazione. Nel suo libro The Origins of Totalitarianism del 1951, la teorica politica Hannah Arendt sosteneva che l’incapacità degli Stati di garantire i diritti agli sfollati in Europa tra le due guerre contribuì a creare le condizioni per la dittatura. L’apolidia ha ridotto le persone alla condizione di fuorilegge: hanno dovuto violare le leggi per vivere e sono state condannate a pene detentive senza commettere un crimine. Essere rifugiato significa non fare ciò che ti viene detto – se lo facessi, probabilmente saresti stato a casa per essere ucciso. E continui a piegare le regole, a dire falsità, a nasconderti anche dopo aver lasciato il pericolo immediato, perché questa è la strada che tu negozi a un sistema ostile.

Questo ha un preoccupante parallelo con i nuovi poteri e le infrastrutture di sicurezza – dall’ambiente ostile della Gran Bretagna, alle leggi che criminalizzano i cittadini europei che aiutano i migranti, alle “strutture di soggiorno temporaneo”, al nuovo ministro dell’Interno italiano di estrema destra che ha proposto un piano per aumentare le deportazioni – che i governi europei stanno creando. Lungi dall’essere i barbari che sono spesso raffigurati come una massa di “clandestini” che minacciano la sicurezza e l’identità europea – le persone prive di diritti appaiono come “i primi segni di una possibile regressione della civiltà”, ha avvertito Hannah Arendt.

Ma la Arendt indica una minaccia, non qualcosa di inevitabile – e soprattutto, i governi rispondono alle pressioni dell’elettorato. Nell’autunno del 2015, per esempio, la protesta pubblica sulla fotografia di un bimbo annegato, Alan Kurdi, che circolava sui media internazionali, ha spinto il governo britannico a espandere un piano per reinsediare i profughi siriani.

Noi dobbiamo essere attenti ai modi in cui alcuni politici cercano di convincere le persone di rinunciare ai diritti e alla protezione esistenti a beneficio di tutti. Qualsiasi figura autoritaria che dice: “Dovremmo prenderci cura dei nostri prima di aver cura dei profughi”, probabilmente non è interessata a farlo neanche. E dovremmo riconoscere l’importanza dell’azione collettiva. Non ci saranno “soluzioni” a questa crisi, nel senso di una o più decisioni politiche che faranno svanire i rifugiati.

Le guerre producono rifugiati. Le persone continueranno a muoversi per migliorare la loro qualità della vita, non solo a causa della povertà estrema, ma perché sono collegate alla cultura globale e alle reti di comunicazione globali. Il cambiamento climatico ha il potenziale di creare spostamenti molto più grandi di quelli che abbiamo visto negli ultimi anni. Come con i rifugiati della guerra è probabile che siano i paesi più poveri a sentire il grande impatto. Non possiamo controllare se queste cose accadono, ciò che conta sarà come rispondiamo e se ripetiamo gli errori di questa crisi.

Non devi permettere che il tuo pensiero sia limitato alle categorie attualmente esistenti. È possibile difendere le protezioni dall’attuale sistema di leggi sui rifugiati, pur riconoscendo i loro limiti. I politici possono cercare di fare una distinzione tra “veri” rifugiati e altri migranti irregolari, e la nostra economia può assegnare valori relativi alle vita delle persone in base al loro uso come lavoratori, ma ciò non significa che dovremmo accettare che una di queste persone sia meno una persona, o che le loro esperienze siano meno reali. La legge sui rifugiati fornisce una protezione essenziale per alcuni tipi di sfollati, ma non per tutti. Disegnata in un mondo in cui potere e ricchezza sono distribuiti in modo ineguale, ha sempre rispecchiato le preoccupazioni dei potenti. Più rigidamente facciamo rispettare le distinzioni fra meritevoli e immeritevoli più è probabile che accettiamo la violenza fatta nel nostro nome.

Per tutto il 2015 ho continuato a sentire e leggere dei rifugiati che hanno un “sogno” dell’Europa. Forse è così, siamo tutti mossi a volte da un ideale, ma implica una certa ingenuità da parte di chi guarda, che qualcuno venga trascinato da un’illusione che il resto di noi non condivide. Per il pubblico europeo e per estensione il pubblico in altre parti ricche del mondo è rassicurante: stanno sognando di avere una vita come la nostra – e chi può biasimarli per aver idealizzato la nostra esistenza?

Il “muro” di Orban

“Saremo noi che abbiamo
nella testa un maledetto muro”
Ivano Fossati

 

Mentre alcuni politici apprezzano la celerità e la solerzia con la quale il premier ungherese Viktor Orban sta risolvendo il problema dei profughi (vedi Borghezio), altri ricordano tempi che sembravano ormai finiti. È di pochi giorni fa, infatti, l’accusa che il cancelliere austriaco Werner Faymann muove al premier ungherese tacciandolo di attuare una politica nazista per risolvere il problema dell’immigrazione. Dice infatti il cancelliere: “Stipare i rifugiati nei treni e mandarli in luoghi completamente diversi da quelli che essi credono, ci ricorda i più bui capitoli della storia del nostro continente”.

Tutti noi siamo rimasti senza parole quando abbiamo visto l’esodo di migliaia di profughi che stavano arrivando in Europa, ed è normale che la prima sensazione che avvertiamo è la paura. Perché è quello che non conosciamo che ci fa paura.
Ma non dobbiamo cadere nella retorica tutta giornalistica, che alimenta il terrore verso queste persone, a prescindere dalla conoscenza che noi abbiamo di loro, poiché l’unica azione a cui porterebbe tale scelta sarebbe un odio incondizionato verso una popolazione che ha una sola colpa: l’essere nata in un paese povero e in guerra.

Alcuni politici poi, distinguono fra profughi che scappano dalla guerra e quelli che scappano perché non hanno niente e verrebbero da noi per delinquere. Se quelle persone sono disposte a spendere tutti i loro guadagni di una vita solamente per scappare dal proprio paese, senza avere la certezza se arriveranno o meno a destinazione, non credo che la loro prima aspirazione sia delinquere, ma sarà piuttosto il paese in cui arriveranno che li metterà nelle condizioni di delinquere o meno.

È difficile trovare la soluzione giusta ad un evento migratorio di una portata così eccezionale, ma l’unico elemento che a mio avviso serve è una cooperazione fra i vari Stati. Non è alzando un “muro” e chiudendosi dall’esterno che si risolvono questi problemi e pensiamo alle generazioni future. Dobbiamo ricordarci che le Democrazie più emancipate, come gli Stati Uniti o l’Australia, sono nate e cresciute con l’immigrazione. L’isolamento, quindi, non ha mai portato a niente di buono e solamente aprendosi al diverso l’umanità è progredita.