La conflittualità fra Bene e Male

L’essere umano è sempre stato condizionato dall’ambiente che lo circonda e quindi dalle persone che lo affiancano. Perciò l’azione che si prefigge l’individuo è sempre limitata ad un contesto sociale.

La persona può volgere verso il Bene (per esempio facendo solidarietà) o verso il Male (per esempio rubando). Il Bene e il Male non sono mai un fatto a se stante. Essi sono sempre figli di una comunità che favorisce il fiorire dell’uno o dell’altro. Noi esseri umani, quindi, agiamo in continua contrapposizione tra ciò che ci dice la nostra ragione e ciò che l’ambiente esterno condiziona in noi. Il Male, quindi, non è mai una vicenda da combattere nella persona che lo commette, ma penso debba essere rimandato a una comunità troppo assente. Infatti, mettendo l’individuo colpevole in prigione si punisce l’episodio singolo, ma non si combatte il Male, poiché l’omicidio, per esempio, come azione rimarrebbe. In questo modo noi condanniamo il colpevole diretto di un episodio, senza comprendere che tale azione si potrebbe prevenire attraverso una politica sociale e comunitaria che protegga l’individuo e lo metta in condizioni di non commettere questo Male.

Noi, invece, cerchiamo sempre un colpevole perché non abbiamo il coraggio di guardarci dentro come comunità e comprendere come colui che fa del Male vive con noi. Non abita in un paesino sperduto. È parte di noi e non possiamo sistemare il tutto incolpandolo come se fosse una persona affetta dal Male assoluto, che una volta eliminata, si porterebbe pure la colpa con sè.

Nell’antichità si festeggiava il capro espiatorio ovvero si prendeva un capro e lo si sacrificava per farsi perdonare i peccati dell’intera comunità. Veniva preso un simbolo terzo che doveva servire a espiare le colpe dell’intera collettività, usandolo per la remissione dei peccati individuali. Noi oggi non facciamo altro che prendere un capro espiatorio per espiare i peccati della nostra società, senza chiederci se non sia la società stessa ad aver creato i presupposti affinché si compia l’azione. Purtroppo non analizziamo dentro di noi le cause di quello che avviene fuori.

Noi esseri umani siamo un continuo equilibrio tra naturale istinto individuale di sopravvivenza, per esempio trovare il cibo per vivere, che si contrappone al bisogno dell’Altro, per esempio nell’amore o nell’amicizia, in cui prevalgono la considerazione e l’approvazione, in una continua ricerca di accettazione da parte dell’Altro (i social network ne sono un esempio). Quell’amicizia che secondo Aristotele sarebbe una delle virtù necessarie nelle nostre vite. Scrive il filosofo: “Giacché essa è una virtù o è accompagnata da virtù, ed è, inoltre, assolutamente necessaria alla vita. Infatti, senza amici, nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni; anzi si ritiene comunemente che siano proprio i ricchi e i detentori di cariche e di poteri ad avere il più grande bisogno di amici” continua Aristotele: “Quando si è amici, non c’è alcun bisogno di giustizia, mentre, quando si è giusti, c’è ancora bisogno di amicizia ed il più alto livello della giustizia si ritiene che consista in un atteggiamento di amicizia”1. Per questo dobbiamo cercare di convivere con tutte queste nostre varie sfaccettature e cercare di indirizzarle verso un bisogno collettivo, poiché da soli moriremmo in un istante. La nostra società occidentale volta al consumismo ci insegna, invece, ad essere autosufficienti e fare a meno degli altri, senza comprendere che senza gli altri nessuna collettività esisterebbe.

Il Bene e il Male quindi sono vissuti all’interno della comunità in cui si vivono, e i tanti esperimenti di psicologia sociale ci confermano tale asserzione. Come per esempio nella Teoria delle finestre rotte. Il professore di Psicologia alla Stanford University, Philip Zimbardo, fece un esperimento sulla scia di questa ipotesi, mettendo un’automobile in un quartiere povero come il Bronx ed una in un quartiere ricco come Palo Alto. La macchina nel Bronx venne smontata pezzo per pezzo e rubate le loro parti, mentre quella a Palo Alto rimase intatta. Questo perché come concluse Zimbardo: “Il disordine pubblico sarebbe uno stimolo situazionale al reato, insieme con la presenza di delinquenti”2.

Perciò dobbiamo volgersi ad una comunità che rispetti l’Altro, in ogni sua forma, poiché una collettività volta al Bene è possibile.

1Aristotele, Etica Nicomachea, testo greco a fronte, Edizioni Bompiani, Milano 2013, p. 299.

2Philip Zimbardo, L’effetto Lucifero, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008, p. 34.

Pubblico e privato

 

Quando si parla di settore pubblico o privato bisognerebbe partire da un presupposto fondamentale. Solitamente, infatti, con la parola “pubblico” il nostro pensiero va a tutti gli sprechi che ci vengono raccontati da quelle persone che credono sia il “privato” libero mercato ad offrire le condizioni necessarie per sviluppare un ambiente meritocratico e quindi di qualità. Ma questi sprechi sono il trionfo di una gestione fallimentare dello Stato, a volte creata apposta per favorire il settore privato. Quante volte abbiamo vissuto anche in prima persona queste lunghe liste d’attesa in ospedali pubblici, che vengono azzerate se si sceglie un medico privato a pagamento.1

La meritocrazia creata da un sistema liberista, quindi, non è sempre simbolo di merito e qualità. Ci viene detto, per esempio, che l’ospedale privato è il modello a cui tutti noi dovremmo guardare, ma quando ci sono di mezzo i soldi, ecco che cominciano i guai. È di pochi giorni fa, infatti, la notizia della paziente dimessa perché non poteva pagarsi le spese sanitarie, in un ospedale privato di Baltimora.2

Negli Stati Uniti, gli ospedali privati, che hanno un rigido bilancio da gestire, devono far tornare i conti come una qualsiasi azienda privata. Quindi se hai i soldi tramite un’assicurazione o un aiuto del welfare statale bene, altrimenti non vieni nemmeno preso in considerazione. Questo è purtroppo il libero mercato privato. Se hai denaro riesci a ricevere le cure adeguate, mentre se non c’è un sistema di welfare che copre le spese delle persone che non riescono a pagarsi le cure, vieni abbandonato. Noi italiani, che avevamo uno dei sistemi sanitari migliori al mondo, lo stiamo pian piano dismettendo in favore di un sistema simile a quello statunitense.

Mentre il settore privato non può permettersi ulteriori costi a quelli previsti da un budget, lo Stato può farlo, poiché la propria spesa è sempre rivolta verso la collettività e la comunità, ovvero tutti noi. Quindi mentre il settore privato esiste solamente se c’è uno Stato vicino ai propri cittadini, il settore pubblico vive da sé, perché tutti noi ne facciamo parte. Per questo se lo Stato deve privilegiare delle spese, per esempio nella scuola, queste dovranno andare al pubblico.

Il settore privato è condizionato dal pubblico, mentre il pubblico non deve essere condizionato dal privato. Invece i nostri governanti stanno privatizzando tutti i settori nevralgici per noi cittadini, che siamo lo Stato. Se guardiamo ai paesi scandinavi, invece, il welfare è molto presente poiché il privato da solo non riesce a colmare le istanze sociali dei propri cittadini.3

Si pensa poi che il settore privato alimenti il “merito”. Ma bisogna capire cosa intendiamo per “meritocrazia”, poiché se per essa cerchiamo di far quadrare i bilanci e basta, allora questo sistema non è degno del nostro spirito comunitario, che non può guardare solamente al denaro.

Questo sistema privato genera il “carrierismo” fondato sul “mors tua vita mea” (ovvero “la tua morte è la mia vita”), e non sull’organizzazione in cui si cerca il bene comune. Alcuni manager, infatti, avendo paura di essere sostituiti, cercano di infangare o togliere di mezzo chiunque possa essere d’intralcio. Questo è tendenzialmente il settore privato in cui prevale tale modalità di fare impresa. Carrieristi che cercano di sopravvivere ad altri carrieristi.

Ma per molte persone privatizzare non significa solamente meritocrazia. Esso significa pure ridurre i costi eccessivi dello Stato nel gestire il patrimonio pubblico. Dallo Stato ai comuni, quindi, si tende a privatizzare tutto per migliorare le prestazioni e il costo dei servizi. Ma è veramente così?

Se a un comune, per esempio, servono servizi di pulizia e per tale scopo assume 10 persone, significa che con tale numero viene coperto il servizio. Se invece, come fanno molte istituzioni o comuni, esternalizzo il lavoro ad un’azienda privata, il costo sarà sempre delle 10 persone che servono per eseguire quel lavoro, con l’aggiunta però di una spesa ulteriore: quella dell’azienda privata che gestisce il servizio richiesto. Privatizzando il servizio, quindi, aumentano i costi e non diminuiscono, poiché crescono necessariamente le persone che coinvolgo.

Ora, a meno che non si voglia intenzionalmente abbassare i costi, il che significherebbe diminuire anche lo standard qualitativo, poiché se servono 10 persone per fare suddetto lavoro e l’azienda privata ne assume 6 (per risparmiare), quel lavoro sarà decurtato qualitativamente e quindi sarà per forza di cose inferiore a quello eseguito da 10 persone (purché non ci si trovi davanti a lavoratori sfruttati o vengano recuperati i costi del privato eseguendo un lavoro grossolano e quindi qualitativamente inferiore).

Esternalizzare, quindi, non è detto che migliori la qualità o i costi.

Perciò, a mio parere, bisognerebbe affidare allo Stato tutti i servizi necessari per noi cittadini, poiché se è vero che lo Stato italiano sperpera denaro, è pure vero che di questo se ne sono approfittate quelle aziende, che hanno speculato sul debito del nostro paese per guadagnarci. Serve una buona gestione del patrimonio pubblico e investire nei settori nevralgici per ognuno di noi come la scuola, gli ospedali, ecc., ovvero quei servizi indispensabili, poiché senza di essi un cittadino bisognoso, per esempio, di cure mediche e senza assistenza sanitaria statale, verrebbe emarginato o escluso per mancanza di denaro, come è successo nell’ospedale di Baltimora citato poc’anzi.

Il settore privato poi, seguendo le regole del mercato e quindi del business, spende in ricerca laddove ci sono più interessi economici. Come ci insegna bene l’esempio dell’azienda privata Pfizer, la quale ha smesso di finanziare le ricerche di farmaci contro l’Alzheimer, poiché ha affermato che: “A grandi investimenti hanno corrisposto esiti deludenti”.4

Quando l’unico pensiero è solamente come far tornare i conti, lasciando secondariamente la persona e l’ambiente, costruiamo le basi di una società individualista tanto agognata dai liberisti. Ma per me rimane il fatto che Noi siamo lo Stato e che dobbiamo avere cura primariamente di tutte quelle cose necessarie a noi esseri naturali.

Dobbiamo cercare di creare una comunità di cittadini che collaborano gli uni con gli altri per realizzare un mondo migliore, e non un mercato di individui che si fanno la guerra l’uno contro l’altro per vedere chi è il migliore.

Più ricerchiamo la collettività e più avverrà il nostro progresso.

La felicità per Aristotele

 

 

Lo scorso marzo, è stato pubblicato il World Happiness Report 2017. Questo studio, sostenuto dalle Nazioni Unite, vuole rappresentare la “felicità” per 155 paesi.

La Norvegia è la nazione che ha vinto, dopo essere risalita dal 4° posto del 2016. Seguono la classifica la Danimarca al 2°, l’Islanda al 3°, la Svizzera al 4° e la Finlandia al 5°.

Gli Stati Uniti sono passati dal 3° posto, nel 2007, al 14° posto in classifica, mentre l’Italia si è aggiudicata il 48° posto su 155 paesi.

I criteri stabiliti per questo report erano: prendersi cura del prossimo, la libertà, la generosità, l’onestà, la salute, il reddito e una buona amministrazione. Un concentrato di parametri, che non sono il solito PIL (prodotto interno lordo) con cui viene normalmente classificato il benessere dei paesi, ma qualcosa di più. Per quanto possano essere esaustivi questi dati, essi puntano a disegnare un cittadino più virtuoso e responsabile nella propria società.

Per questo i paesi del Nord d’Europa sono in alto nella classifica, poiché le loro società sono basate sul rispetto dell’ambiente e degli altri. Queste comunità puntano a creare un cittadino inserito nella collettività, anziché un individuo che sovrasta gli Altri, come accade purtroppo in altri paesi.

In un altro mio post, Il fallimento del liberismo, descrivo come alcuni paesi vivono meglio la socialità per effetto di un welfare molto presente. Perché è stando vicino ai propri cittadini che si può creare una comunità felice.

Fu lo stesso Aristotele, che nell’Etica Nicomachea, scrisse: «Quindi diciamo perfetto in senso assoluto ciò che è scelto sempre per sé e mai per altro. Di tale natura è, come comunemente si ammette, la felicità, perché la scegliamo sempre per se stessa e mai in vista di altro»1.

Ma non è l’unica indicazione del filosofo, infatti prosegue affermando che: «Ma è certo assurdo fare dell’uomo felice un solitario: nessuno, infatti, sceglierebbe di possedere tutti i beni a costo di goderne da solo: l’uomo, infatti, è un essere sociale e portato per natura a vivere insieme con gli altri»2.

Perciò per Aristotele la felicità è il Bene Supremo da seguire per se stessa, e mai in vista di altro. Esso, poi, intuisce come la comunità sia la dimensione adeguata in cui si può manifestare la felicità, poiché essa nasce dalla relazione con gli altri. Infatti, l’essere umano deve vivere in comunione con le persone.

Volevo concludere questo post con un’altra citazione di Aristotele, nella quale egli parla della virtù che dovrebbero avere gli individui all’interno di una comunità. Afferma il filosofo che: «Il peggiore degli uomini è colui che esercita la propria malvagità sia verso se stesso sia verso gli amici, mentre il migliore non è quello che esercita la virtù verso se stesso, ma quello che la esercita nei riguardi degli altri»3.

Per questo, anche noi dobbiamo ripartire dalle comunità, poiché solamente da una reciprocità d’amore possiamo abbattere questo individualismo che sta dilagando un po’ dappertutto.

L’unica soluzione che possa veramente far bene a tutti noi è l’aver cura del prossimo.

1Aristotele, Etica Nicomachea,Testo greco a fronte, a cura di Claudio Mazzarelli, Bompiani/RCS Libri S.p.A., Milano 2013, 1097a30, p. 63.

2Aristotele, Etica Nicomachea, cit., 1169b15, pp. 359-361.

3Aristotele, Etica Nicomachea, cit., 1130a5 , p. 191.

 

Il principio di comunità in Aristotele

 

I filosofi dell’Antica Grecia erano molto divergenti nelle loro discussioni. Ma su un punto molti erano d’accordo: l’uomo fa parte della natura a cui è assoggettato. La natura era vista come un grande macrocosmo, che rifletteva tutti gli altri enti naturali come dei piccoli figli o microcosmi.

Per Aristotele, la comunità di uomini esiste per natura, poiché come dice egli stesso: “il tutto dev’essere necessariamente anteriore della parte”, lo Stato, continua il filosofo: “esiste per render possibile una vita felice”.

Per Aristotele, poi, essendo lo Stato per natura, chiunque viva al di fuori di esso o è un abbietto o è un dio.

Di seguito trascriverò il passo contenuto nel libro “Aristotele, Politica, Edizioni Laterza, Roma-Bari 2011”.

“La comunità che risulta di più villaggi è lo stato, perfetto, che raggiunge ormai, per così dire, il limite dell’autosufficienza completa: formato bensì per rendere possibile la vita, in realtà esiste per render possibile una vita felice. Quindi ogni stato esiste per natura, se per natura esistono anche le prime comunità: infatti esso è il loro fine e la natura è il fine […]

lo stato è un prodotto naturale e che l’uomo è per natura un essere socievole: quindi chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abbietto o è superiore all’uomo […]

è chiaro quindi per quale ragione l’uomo è un essere socievole molto più di ogni ape e di ogni capo d’armento. Perché la natura, come diciamo, non fa niente senza scopo e l’uomo, solo tra gli animali, ha la parola: la voce indica quel che è doloroso e gioioso e pertanto l’hanno anche gli altri animali (e, in effetti, fin qui giunge la loro natura, di avere la sensazione di quanto è doloroso e gioioso, e di indicarselo a vicenda), ma la parola è fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo e, di conseguenza, il giusto e l’ingiusto: questo è, infatti, proprio dell’uomo rispetto agli altri animali, di avere, egli solo, la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori: il possesso comune di questi costituisce la famiglia e lo stato. E per natura lo stato è anteriore alla famiglia e a ciascuno di noi perché il tutto dev’essere necessariamente anteriore alla parte”

Aristotele, Politica, Edizioni Laterza, Roma-Bari 2011, pp.6-7.

Per Aristotele, lo Stato esiste per natura e deve perseguire il bene della comunità. Infatti, il bene è “ciò cui ogni cosa tende”, poiché una vola arrivati al bene noi non tendiamo più a nulla di superiore.

Per il filosofo questo bene è la felicità: a cui tutti tendono. Tutti sono d’accordo nel dire che la felicità sia il bene supremo, ma su cosa sia la felicità c’è molto disaccordo.

Per Aristotele la comunità viene prima dell’individuo e la politica dovrebbe ricercare il bene di un popolo e non di un individuo.

Di seguito trascriverò le parti risalenti l’opera “Aristotele, Etica Nicomachea, testo greco a fronte, Edizioni Bompiani, Milano 2013”, da cui ho tratto questi testi.

“Comunemente si ammette che ogni arte esercitata con metodo, e, parimenti, ogni azione compiuta in base ad una scelta, mirino ad un bene: perciò a ragione si è affermato che il bene è ‘ciò cui ogni cosa tende’”.

1094a, pg. 51.

“Orbene, se vi è un fine delle azioni da noi compiute che vogliamo per se stesso, mentre vogliamo tutti gli altri in funzione di quello, e se noi non scegliamo ogni cosa in vista di un’altra (così infatti si procederebbe all’infinito, cosicché la nostra tensione resterebbe priva di contenuto e di utilità), è evidente che questo fine deve essere il bene, anzi il bene supremo”.

1094a20, pg. 51.

“Si ammetterà che appartiene alla scienza più importante, cioè a quella che è architettonica in massimo grado. Tale è, manifestamente, la politica. Infatti, è questa che stabilisce quali scienze è necessario coltivare nelle città, e quali ciascuna classe di cittadini deve apprendere, e fino a che punto; e vediamo che anche le più apprezzate capacità, come, per esempio, la strategia, l’economia, la retorica, sono subordinate ad essa. E poiché è essa che si serve di tutte le altre scienze e che stabilisce, inoltre, per legge che cosa si deve fare, e da quali azioni ci si deve astenere, il suo fine abbraccerà i fini delle altre, cosicché sarà questo il bene per l’uomo. Infatti, se anche il bene è il medesimo per il singolo e per la città, è manifestamente qualcosa di più grande e di più perfetto perseguire e salvaguardare quello della città: infatti, ci si può, sì, contentare anche del bene di un solo individuo, ma è più bello e più divino il bene di un popolo, cioè di intere città. La nostra ricerca mira appunto a questo, dal momento che è una ricerca ‘politica’”.

1094a25, pg. 51-53.

“Poiché ogni conoscenza ed ogni scelta aspirano ad un bene, diciamo ora che cos’è, secondo noi, ciò cui tende la politica, cioè qual è il più alto di tutti i beni raggiungibili mediante l’azione. Orbene, quanto al nome la maggioranza degli uomini è pressoché d’accordo: sia la massa sia le persone distinte lo chiamano ‘felicità’, e ritengono che ‘viver bene’ e ‘riuscire’ esprimano la stessa cosa che ‘essere felici’. Ma su che cosa sia la felicità sono in disaccordo, e la massa non la definisce allo stesso modo dei sapienti”.

1095a15, p. 55.

Il mito della ricchezza facile

 

In una puntata del 16-02-2017, nel programma Piazza Pulita, veniva intervistato Alfio Bardolla, un financial coach.

E’ molto interessante guardare l’intervista di Alfio Bardolla, poiché egli è l’effetto di questa nostra società che pensa solamente ai soldi ed al benessere individuale. Bardolla insegna alle persone come fare i soldi facilmente. Infatti, a parer suo, lui stesso è diventato talmente ricco che potrebbe smettere di lavorare. E perché non lo fa? Perché, visto che è così facoltoso, si fa pagare da 200 a 3000 euro a corso?

Affermare che possiamo fare i soldi facili, quando sa benissimo che la ricchezza di un individuo porta alla povertà di un’altra persona, per me è moralmente inaccettabile. Ma qualora volessi immedesimarmi in questa sua pessima ipotesi, per prima cosa condividerei con gli altri la mia scoperta di come è facile fare i soldi, ma gratis (poiché lui ne ha già guadagnati un sacco e non ne ha bisogno) e successivamente mi ritirerei al sole dei Caraibi per tutta la vita!

Bardolla, poi, prende ad esempio gli Stati Uniti come paese libero in cui i libri di financial coach sono molto venduti. Bellissimo esempio quello degli Stati Uniti, visto come sono messi (vedi “le bugie del capitalismo”). Quest’uomo sfrutta solamente le sventure di altre persone a proprio favore. Se questo è il futuro economico, ditemi voi.

Se la crisi economica non ci ha insegnato niente, siamo perduti. Noi non possiamo vedere l’economia come un mercato individualista, poiché il “mercato” è costituito dall’insieme di tutte le persone. Se prendi dei soldi o risorse è perché li stai togliendo ad altri individui.

Infatti non dobbiamo mai perdere di vista come funziona l’economia:

il denaro è un mezzo per acquistare merci, ed è nato per gestire l’economia della comunità visto che il baratto, in alcuni casi, diveniva troppo difficoltoso. Ma non deve diventare un fine a cui aspirare per essere felici. Come diceva Aristotele: “La felicità, è manifestamente, qualcosa di perfetto e autosufficiente, in quanto è il fine delle azioni da noi compiute” (Etica Nicomachea). Quindi è la felicità il nostro fine non il denaro;

le risorse sono limitate. Mettiamo che siamo in 2 persone e le risorse totali sono 100. Se all’inizio una persona ha 50 e l’altra 50 e, successivamente, una delle due riesce a guadagnare 30 raggiungendo 80 in totale, l’altra avrà una decurtazione dei 30 e arriverà a 20.

Se il sistema liberale-capitalistico avesse portato ricchezza a tutti noi, l’avrebbe già fatto da moltissimi anni. Ma siccome non è così, dobbiamo conoscere cosa ci sta dietro a tutto questo fallimento e i dati Oxfam ci fanno capire tutto ciò.

Possibile che nel 2017, anziché creare dei valori comunitari condivisi da tutti, ci siano ancora personaggi che instillano nelle persone questi valori individualistici, che possono portare solamente ad una disgregazione della comunità.

La ricchezza di una persona è la povertà dell’altra. Questo dobbiamo comprendere e costruire una società su basi solidali.

Il carcere buono

Tempo fa, nella puntata di Presa Diretta, “Senza carceri”, si parlava del sistema carcerario norvegese, la cui filosofia è dignità e rispetto per ogni detenuto. Questo, oltre a confortarmi molto, conferma soprattutto la “teoria dell’uomo buono”: secondo cui l’uomo farebbe del male solamente se è messo nelle condizioni di “sopravvivere” e non di “vivere” una vita dignitosa.

In quella puntata di Presa Diretta si descrivono le “open prisons” norvegesi famose per la loro bassa percentuale di recidiva (ovvero il numero di detenuti che dopo aver scontato la pena commettono un altro crimine). In Norvegia, dopo questa politica di rieducazione, la recidiva è del 20%, mentre negli Stati Uniti, i quali si ergono a modello di civiltà e Democrazia, sale al 67.8%. Mentre in Italia è del 70%.

Un articolo del New York Time “The Radical Humaneness of Norway’s Halden Prison” descrive la prigione di Halden: “Non c’erano rotoli di filo spinato in vista, senza recinzioni elettriche letali, senza torri presidiate da cecchini – niente di violento, minaccioso o pericoloso. Nessun prigioniero ha mai cercato di scappare […] non solo non c’è la pena di morte in Norvegia, non ci sono condanne a vita; la pena massima per la maggior parte dei crimini è di 21 anni […] Nel 1998, il Ministro della Giustizia norvegese rivalutò i metodi e gli obiettivi da eseguire nelle carceri, ponendo l’accento sulla riabilitazione attraverso l’istruzione, la professionalità lavorativa e la terapia […] nel 2007 si fece particolare attenzione su come aiutare i detenuti a trovare alloggio e lavoro con un reddito costante, prima di essere rilasciati […] il servizio correzionale? Sottolinea quello che si definisce “sicurezza dinamica”, una filosofia che mette nei rapporti interpersonali tra il personale e i detenuti il fattore primario nel mantenimento della sicurezza all’interno della prigione […] Non ci sono telecamere di sorveglianza nelle classi o nella maggior parte dei laboratori o nei luoghi comuni o celle stesse. I detenuti hanno la possibilità di agire ma hanno scelto di non farlo. In 5 anni, la cella di isolamento arredata non è mai stata utilizzata” (questo è una breve trascrizione dell’articolo).

Quindi tutta questa fiducia concessa nella prigione di Halden è importante per costruire quella dignità personale che porterà i detenuti ad un reinserimento normale nella società.

Ma non c’è solamente l’esempio norvegese. In Finlandia esiste una prigione con la stessa filosofia norvegese. Si trova a Suomenlinna Island. Nell’articolo “In Finland’s ‘open prisons’, inmates have the keys” si capisce bene come il detenuto sia percepito in maniera diversa rispetto alle carceri degli altri paesi: “Non ci sono cancelli, serrature o divise, si tratta di una prigione a cielo aperto […] guadagnano circa 8 euro all’ora, hanno telefoni cellulari, fanno la spesa in città e ottengono tre giorni di vacanza ogni paio di mesi. Pagano l’affitto al carcere. Scelgono di studiare oppure lavorare […] il tasso di recidiva è del 20%”.

Questi sono bellissimi esempi che dovremmo prendere in considerazione non solamente per le altre carceri nel resto del mondo, ma soprattutto come filosofia di vita nelle nostre società ormai deturpate dall’individualismo. Per esempio ho visto molti luoghi di lavoro che sono peggio di quelle prigioni di cui ho parlato sopra. Ormai il “business” ha preso il posto della solidarietà e il “mercato” viene visto come un nuovo dio da idolatrare. Dove è andato a finire il senso di comunità che aggregava noi esseri umani, se mai lo siamo stati?