Marx e le conseguenze del capitalismo

 

 

Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior”

Fabrizio De André

 

Il sistema capitalistico occidentale ha promesso la fine delle disuguaglianze e di provvedere a tutti noi, ma invece di aiutarci, ha inasprito le caratteristiche negative, poiché sebbene noi siamo in una ripresa economica oppure in una crisi, esso non riesce a elargire quel benessere garantito a tutte le persone (vedi post Il fallimento del liberismo).

Questa aporia viene messa in luce da Marx, nel suo libro Manoscritti economico-filosofici del 1844, in cui afferma che: “La domanda di uomini regola necessariamente la produzione degli uomini, come di ogni altra merce. Se l’offerta è assai più grande della domanda, una parte degli operai è ridotta all’accattonaggio o muore di fame. L’esistenza dell’operaio è quindi ridotta alla condizione di esistenza di ogni altra merce. L’operaio è diventato una merce ed è una fortuna per lui trovare un acquirente. E la domanda, da cui dipende la vita dell’operaio, dipende dal capriccio dei ricchi e dei capitalisti”.1

Perciò per molti individui che aspireranno al potere e al denaro, la situazione da operaio sfruttato sembrerà un buon compromesso, per poi scalare la vetta più alta di questa piramide, e arrivare quindi a diventare un vero capitalista. Ma tutto ciò, però, costerà all’operaio un sacrificio molto importante o come afferma Marx: “L’aumento del salario eccita nell’operaio il desiderio di arricchirsi, che è proprio del capitalista, ma che egli può soddisfare soltanto col sacrificio del proprio spirito e del proprio corpo”.2

Ma in questa sfida, per Marx, chi perde è sempre il salariato, poiché il perno del sistema liberista è la propria disequazione sociale. Esso vive di queste disuguaglianze, o come scrisse John Ruskin: “Il potere di una ghinea che abbiate in tasca dipende esclusivamente dalla mancanza di una ghinea nella tasca del vostro vicino. Se egli non ne avesse bisogno, essa sarebbe inutile anche a voi”.3

Finché viviamo in un sistema concorrenziale, qualcuno dovrà pur perdere, per far andare avanti chi vince. Per questo abbiamo creato un sistema che ha necessariamente bisogno di un welfare state, per correggere la contraddizione liberista ovvero tutte quelle povere persone che si porta dietro una cinica concorrenza.

A mio avviso dovremmo uscire da logiche concorrenziali, che questa nostra società ha introiettato in ognuno di noi (ma che ci stanno mettendo in ginocchio), e ritornare a logiche comunitarie, in cui l’elemento sociale è più importante dell’elemento individuale. A cosa serve istituire una società di individui che concorrono fra loro, quando già noi stessi abbiamo tutto ciò che serve per vivere in armonia con gli altri?

Questa collettività poi deve prendere come esempio la Natura, come affermò lo stesso Platone: “Anche, tu, misero, sei una di queste e la parte che tu rappresenti sempre mira e tende al tutto, anche se infinitamente piccola, e su ciò a te sfugge che ogni nascer di vita avviene per questo, e cioè affinché nella vita del tutto sia presente un essere della felicità, e non per te viene ad essere quella generazione, ma tu per il tutto”.4

Dobbiamo quindi cercare più comunità e meno individuo.

Forse una citazione di un popolo volto alla comunità, come gli Indiani d’America, può portare tutti noi ad un alto grado di saggezza.

È un discorso di Cervo Zoppo, in cui afferma che: “Prima che arrivassero i nostri fratelli bianchi per fare di noi degli uomini civilizzati, non avevamo alcun tipo di prigione. Per questo motivo non avevamo nemmeno un delinquente. Senza una prigione non può esservi alcun delinquente. Non avevamo né serrature, né chiavi e perciò, presso di noi non c’erano ladri. Quando qualcuno era così povero, da non possedere cavallo, tenda o coperta, allora egli riceveva tutto questo in dono”.5

1Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, a cura di Norberto Bobbio, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 2004, p. 12.

2Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, a cura di Norberto Bobbio, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 2004, p. 15.

3John Ruskin, Fino all’ultimo. Quattro saggi di socialismo cristiano, Marco Valerio Editore, Torino 2010, p. 42.

4Platone, Leggi, in I classici del pensiero, traduzione di Attilio Zadro, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano 2009, p. 342.

5K. Recheis e G. Bydlinski, Sai che gli alberi parlano? La Saggezza degli Indiani d’America, Edizioni Il Punto d’Incontro, Vicenza 1997, p. 122.

 

La povertà è figlia del capitalismo

Società a Responsabilità Capitalistica

Lo scorso 7 gennaio 2016, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza contro Ostriakov Roman, uno straniero senza fissa dimora, il quale era stato scoperto rubare in un negozio due porzioni di formaggio ed una confezione di wurstel, del valore complessivo di 4 euro. Dopo aver acclarato, attraverso il I° ed il II° grado di giudizio, che Roman aveva pagato alle casse soltanto una confezione di grissini ed aveva nascosto il resto sotto la giacca, la Cassazione ha decretato che: “L’accertamento, in questa sede, dell’esistenza di una causa di giustificazione impone l’annullamento della sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato” e sempre nella sentenza la Corte aggiunge: La condizione dell’imputato e le circostanze in cui è avvenuto l’impossessamento della merce dimostrano che egli si impossessò di quel poco cibo per far fronte ad una immediata ed imprescindibile esigenza di alimentarsi, agendo quindi in stato di necessità.”

Sentenza a mio avviso esemplare! È la migliore risposta che un’istituzione abbia mai dato a questa nostra opulente società, in cui ognuno pensa per sé!

È la collettività in cui viviamo oggi che ci mette gli uni contro gli altri, in una concorrenza talmente spietata che qualcuno alla fine si deve far male e se non c’è una rete sociale o familiare come ammortizzatore sociale (come una volta era l’intera comunità di un paese, per esempio), si rimane isolati.

Non sto giustificando i ladri che rubano nelle case per rivendere la refurtiva e ricavarci soldi, anche se tali persone sono pur loro figlie di questa Società a Responsabilità Capitalistica, ma il gesto di Roman rimane il simbolo dell’indifferenza nutrita da questa nostra società, che oltre a mettere alcuni individui nelle condizioni di rubare per sopravvivere, dall’altra vorrebbe una punizione degna per un reato da lei stessa creato, ma i suoi occhi sono talmente iniettati di odio verso il “diverso”, che non riesce a notarne l’umanità.

La povertà esisterà fintantoché esisterà la ricchezza! C’è una bellissima frase di John Ruskin, scritta nel libro Fino alla fine, che mi ritorna alla mente e dice: “La forza della ghinea che voi avete nella vostra tasca dipende totalmente dalla mancanza di una ghinea nella tasca del vostro vicino. Se egli non ne avesse bisogno essa non sarebbe per voi di alcuna utilità”.

Quanto aveva ragione Ruskin! Lui aveva capito molto tempo fa quello che per noi non è ancora chiaro. Purtroppo, al giorno d’oggi, ci dobbiamo avvalere dei dati per essere consapevoli dello stato d’emergenza in cui viviamo. E allora porterò uno studio dell’organizzazione umanitaria Oxfam, del 18 gennaio 2016, intitolato An economy for the 1%. Il seguente report ha calcolato che: “Il più ricco 1% del mondo detiene più ricchezza che il resto del mondo messo insieme, potere e privilegio sono utilizzati per incrinare il sistema economico ed aumentare il divario tra i più ricchi e il resto del mondo” e prosegue: “Nel 2015, appena 62 individui avevano la stessa ricchezza di 3.6 miliardi di persone – la metà inferiore dell’umanità. Questa cifra è scesa da 388 individui dal 2010” ed ancora: “La ricchezza delle 62 persone più ricche è aumentata del 45% nei 5 anni dal 2010”.

I dati parlano da soli. Per ulteriori informazioni rimando ad un mio precedente post: “Le bugie del capitalismo”.

Volevo concludere questa dissertazione con una trascrizione di uno dei miei autori preferiti: Pier Paolo Pasolini, il quale lottò a lungo contro le barbarie della società capitalistica e borghese. Questo è un estratto dalle Lettere luterane: “La regressione e il peggioramento non vanno accettati: magari con indignazione o con rabbia, che, contrariamente all’apparenza, sono, nel caso specifico, atti profondamente razionali. Bisogna avere la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile. Chi accetta realisticamente una trasformazione che è regresso e degradazione, vuol dire che non ama chi subisce tale regresso e tale degradazione, cioè gli uomini in carne ed ossa che lo circondano. Chi invece protesta con tutta la sua forza, anche sentimentale, contro il regresso e la degradazione, vuol dire che ama quegli uomini in carne ed ossa. Amore che io ho la disgrazia di sentire, e che spero di comunicare anche a te”.

Decrescita felice

Se è vero che l’83% della ricchezza mondiale è nelle mani del miliardo di uomini più benestante, mentre il miliardo dei più indigenti ne possiede solo l’1.4% (fonte: Human Development Program dell’Onu), significa che il capitalismo, che a detta di alcuni doveva portare benessere anche nelle parti più povere del mondo, ha fallito.

Il sistema economico capitalistico ha sfruttato risorse e popoli ai quali non era concesso nulla di tutto quello che spettava a noi occidentali, ma con la crescita di nuove economie (Cina e India in primo luogo) è giunto il momento di pagare il conto.

Noi occidentali abbiamo vissuto sulle spalle di altre persone. Siamo andati oltre le nostre possibilità e questa gravissima crisi economica ci indica che dobbiamo ridimensionare il nostro stile di vita.

Purtroppo il capitalismo ha mostrato tutte le falle che già Marx aveva previsto. Cresce la produzione, aumentano gli occupati, e appena sale il potere contrattuale dei salariati, ecco che una nuova crisi riporta disoccupazione, diminuisce il potere contrattuale dei lavoratori dipendenti e si torna da capo. E in questa maniera la ricchezza si concentra nelle mani di pochi.

Non è possibile una  “crescita infinita” , e tutte le crisi del capitalismo nel corso della storia ne sono la testimonianza.

Questo sistema economico non è più sostenibile e l’unica via d’uscita è creare un sistema sociale e solidale: in cui la persona è al centro dei nostri interessi, e non solamente un ingranaggio della filiera produttiva; in cui la natura è al centro delle nostre attenzioni, e non devastata in nome del profitto; in cui il denaro, se proprio ci deve essere, non è il fine ultimo al quale tutti noi aspiriamo, ma diventa un mezzo come tanti.

La crisi economica è una grande possibilità per tutti e spetta a noi coglierla.