Pregiudizi da sfatare sull’immigrazione

In un articolo apparso lo scorso 5 giugno sul Theguardian.com, intitolato Five myths about the refugee crisis, il giornalista Daniel Trilling affronta i luoghi comuni più dibattuti negli ultimi anni sul tema dell’immigrazione. Questa attenta analisi lo ha portato a scrivere un post molto articolato ma ben fatto. Il testo è scritto in inglese, ma cercherò di tradurre le parti più interessanti. L’indirizzo dell’articolo in lingua originale è questo: https://www.theguardian.com/news/2018/jun/05/five-myths-about-the-refugee-crisis.

La crisi dei migranti che ha investito i giornali nel 2015 e nel 2016 consiste in un aumento vertiginoso nel numero di richiedenti asilo in Europa. Gli arrivi, oggi, sono diminuiti ma i vari governi continuano ad attuare serie misure per contrastare questi flussi migratori. Molti di questi rifugiati sono rinchiusi in centri di accoglienza o campi nell’Europa meridionale, mentre altri cercano di rifarsi una vita nei luoghi in cui si trovano.

Vedere la crisi degli immigrati come un evento cominciato e finito in quegli anni è sbagliato, poiché dà l’impressione che l’Europa sia stata invasa da orde di rifugiati senza precedenti. Mentre il disastro degli anni recenti ha a che fare con le politiche sull’immigrazione redatte nelle capitali europee. Le cui conseguenze hanno consistito in reazioni eccessive di panico, alimentate da una serie di convinzioni sbagliate sui rifugiati.

Dal 1990, quando sono caduti i confini all’interno dell’Europa, dando più libertà di movimento ai cittadini dell’EU e viaggiando senza passaporto, la sua frontiera è diventata sempre più militarizzata. Amnesty International stima che, tra il 2007-2013, prima della crisi, l’EU abbia speso circa 2 miliardi di euro per recinzioni, sistemi di sorveglianza e percorsi di pattugliamento su terra e su mare.

In teoria, i rifugiati – che hanno il diritto di attraversare i confini in cerca di asilo in base al diritto internazionale – dovrebbero essere esenti da questi controlli. Ma in realtà, l’EU ha provato ad impedire ai richiedenti asilo di raggiungere il territorio ovunque possibile: chiudendo le vie legali, come la possibilità di chiedere asilo alle ambasciate estere; introducendo penalità per le compagnie di trasporto che consentono alle persone di viaggiare all’interno dell’Europa senza i documenti corretti; e firmando trattati con i paesi vicini affinché essi possano controllare i migranti per conto dell’Europa. E all’interno dell’Europa, un accordo chiamato regolamento di Dublino forza i richiedenti asilo a fare domanda in qualsiasi paese essi raggiungono per primi.

Dopo la rivolte arabe del 2011, gli arrivi in Europa a chiedere asilo – attraverso la Turchia, o attraverso il Mediterraneo centrale dal nord Africa – hanno iniziato ad aumentare. Ma l’Europa ha continuato a fare della sicurezza la sua priorità, anziché proteggere queste persone vulnerabili. Nello stesso periodo in cui l’Europa ha speso 2 miliardi di euro sulla sicurezza del confine, ha speso solo un valore stimato di 700 milioni sulle condizioni di accoglienza per i rifugiati. Quasi 3 milioni di persone hanno chiesto asilo in EU nel 2015 e nel 2016 – ancora solo una piccola parte della totale popolazione dell’EU di 508 milioni – ma il modo in cui sono arrivati è stato caotico; migliaia sono morti nel tentativo. La maggior parte dei migranti che sono arrivati e hanno provato a continuare il loro viaggio nel nord-est Europa in applicazione del trattato di Dublino è temporaneamente fallito.

Le difese dei confini spesso producono o aggravano i veri problemi che si aspettano di risolvere, costringendo gli immigrati irregolari a prendere percorsi sempre più pericolosi, spesso con il crescente affidamento a trafficanti di persone, il che a propria volta incoraggia gli Stati ad inasprire i controlli ancora più duramente. In novembre del 2017, un gruppo di coalizione sui diritti umani ha pubblicato una lista di 33.293 persone che sono morte dal 1993 come risultato della “militarizzazione, leggi sull’asilo, politiche di punizione ed espulsione” in Europa. Ma essa ha continuato a respingere i migliaia di migranti indesiderati che provano a raggiungere le coste europee sempre più lontano dal continente. Un accordo con la Turchia, varato nel marzo del 2016, ha ridotto il movimento dei siriani verso l’Europa, anche se tuttavia oltre 12 milioni di essi rimangono sfollati per la guerra – 5 milioni di loro al di fuori del proprio paese – e molti hanno ancora bisogno di urgente assistenza umanitaria. Anche se l’Afghanistan è un paese diventato più pericoloso, i governi europei persistono nel loro tentativo di deportare molti afgani a Kabul. E per arginare la migrazione indesiderata dall’Africa sub-Sahariana, l’Europa ha provato a stringere accordi per fermare le rotte di tratta di esseri umani che attraversano il deserto e per tutto il nord Africa. L’Italia ha preso serie misure sui salvataggi in mare delle ONG (Organizzazioni non governative) e ha pagato le milizie in Libia, proprio mentre prove di torture e abusi nei loro centri di detenzione sono trapelate; L’EU ha esplorato accordi con la dittatura repressiva del Sudan, e in Nigeria. Centinaia di migliaia di individui vulnerabili saranno direttamente interessati da queste nuove politiche.

Noi spesso siamo incoraggiati a pensare a delle “soluzioni” alla crisi, ma non c’è una fine precisa. Finché continueranno le guerre – guerre che sono qualche volta cominciate o appoggiate da Stati europei, o alimentate dalle vendite di armi – le persone continueranno a scappare da esse. E altri continueranno a migrare anche quando gli Stati non li vogliono. Ma gli sforzi dei nostri governi per arginare la migrazione indesiderata possono finire per creare o aggravare gli stessi problemi che intendono risolvere. Le decisioni di accelerare il controllo sull’immigrazione presa al momento della crisi, o in risposta alla pressione dei media, può avere effetti profondi e duraturi – dal trattamento dei cittadini di Windrush nel Regno Unito, alle migliaia di rifugiati che languono in sudici campi sulle isole greche dell’Egeo.

Molti di noi sono migranti economici – anche se all’interno dei nostri stessi paesi – ma il termine ha preso un nuovo e peggiorativo significato dalla crisi dei rifugiati. Esso è spesso spiegato con lo stesso modo in cui era chiamato in passato dalla stampa britannica “falso richiedente asilo” – per suggerire che le persone stanno provando a giocare col sistema, che la loro presenza è la causa dei problemi alla frontiera, e che se potessimo rimuoverli filtrandoli, l’ordine verrebbe ripristinato. In effetti, la storia della migrazione è la storia di controlli sul movimento di tutti tranne di una élite benestante.

In passato, gli Stati cercavano di limitare il movimento delle loro stesse popolazioni, attraverso la schiavitù o la servitù, o leggi per poveri o atti per i vagabondi; oggi il diritto di circolare liberamente all’interno del proprio territorio è sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. La maggior parte di noi dà questi diritti per scontati, anche se sono relativamente recenti. Adesso, invece, il movimento delle persone attraverso i confini internazionali è strettamente controllato e regolato. In proporzione alla popolazione mondiale, il numero totale di migranti internazionali – di questo tipo – è rimasto relativamente stabile: circa il 3% dal 1960, secondo il sociologo Hein de Haas.

Questo potrebbe sembrare sorprendente in un’epoca in cui le merci, la comunicazione e certi tipi di persone possono muoversi con maggiore facilità rispetto al passato, ma la globalizzazione è un processo altamente iniquo. Sebbene la proporzione dei migranti non sia cresciuta significativamente, l’origine e la direzioni della migrazione sono cambiate: la ricerca di De Haas e Mathias Czaika suggerisce che le persone stanno lasciando un ampio raggio di paesi rispetto a prima, e si stanno dirigendo in una più ristretta gamma di destinazioni rispetto a prima. Essi stanno andando in paesi in cui potere e ricchezza si sono concentrati. Europa, ed Europa nord-occidentale in particolare, è uno di questi luoghi. Non è la sola destinazione – la maggior parte della migrazione africana, per esempio, si verifica in Africa. E la maggior parte della migrazione verso l’Europa avviene legalmente: si stima che il 90% dei rifugiati che entrano in Europa lo facciano con il permesso. Ma i paesi più ricchi stanno facendo sempre di più sforzi per tenere fuori gli indesiderati: nel 1990, secondo le ricerche del geografo Reece Jones, 15 paesi avevano muri o recinti sul loro confine; all’inizio del 2016, quel numero è salito a quasi 70.

Il diritto internazionale mira a proteggere il rifugiato mentre consente agli Stati di mantenere il controllo dei loro confini – ma la definizione di status di “rifugiato” è politica, e soggetta a una costante sfida su chi è meritevole e su chi no. Il termine ha sia un significato legale, in quanto esso descrive una persona che ha diritto all’asilo secondo la legge internazionale, e uno colloquiale, in quanto descrive una persona che è fuggita da casa sua.

Secondo la convenzione sui rifugiati del 1951, un rifugiato è definito come qualcuno che ha lasciato il suo paese a causa di “un fondato timore di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un particolare gruppo sociale o opinione politica”. All’inizio, la convenzione si applicava solo agli europei, e non riguardava tutti coloro che fuggivano da una zona di guerra; questo tipo di protezione è stato creato solo dopo le pressioni dei nuovi Stati indipendenti africani negli anni ’60 e negli Stati dell’America Latina negli anni ’80. Le persone costrette a lasciare le loro case per disastri economici o cambiamenti climatici catastrofici non sono mai state incluse. Ancora oggi, la convenzione lascia il potere principale nelle mani degli Stati nazionali. Non obbliga i suoi firmatari a dare a chiunque asilo, solamente per ascoltare i loro casi e non respingerli indietro in un paese in cui potrebbero essere in pericolo.

Nel 21° secolo, un confine non è solo una linea sulla mappa; è un sistema per filtrare le persone che si estende dai suoi margini fino all’interno del suo cuore, colpendo coloro che sono già nel paese – come abbiamo appreso da Theresa May che l’”ambiente ostile” è venuto alla luce. I richiedenti asilo sono soggetti particolarmente complessi. Una volta che essi attraversano le frontiere d’Europa, il loro movimento è limitato: sono rinchiusi o segregati in alloggi lontani dai centri cittadini. Il loro diritto a lavorare o all’accesso ad una sicurezza sociale è negato o severamente limitato. Mentre le loro richieste stanno per essere valutate, spesso da un processo che è opaco, ostile e incoerente, essi vivono con la minaccia che le libertà che hanno possano essere ridotte in qualsiasi momento. Il sistema cerca di collocarli in categorie – rifugiati o migranti economici, legali o illegali, meritevoli o immeritevoli – che non sempre si adattano alla realtà delle loro vite. E se il sistema si rompe, le persone vengono gettate in una zona grigia legale e morale che dura per molti mesi o addirittura anni. Come Cesar, un giovane uomo del Mali che ho incontrato mentre facevo un reportage in Sicilia, me lo ha detto: “Non è come se una persona avesse stampato sulla fronte ‘rifugiato’, e un’altra avesse ‘migrante economico’”.

L’empatia è importante, ma ha sempre dei limiti e non dovrebbe essere una precondizione affinché le persone possano accedere ai propri diritti. Cesar è arrivato in Sicilia alla fine del 2014, salvato da una barca di contrabbandieri alla deriva nel Mediterraneo dalla marina italiana. Quando egli è arrivato la Sicilia aveva l’attenzione dei media di tutto il mondo: i giornalisti volevano conoscere le storie delle persone come Cesar: da dove provenivano, che tipo di viaggi avevano fatto, quali erano le esperienze peggiori che avevano vissuto. Ma l’estate seguente, l’attenzione si era spostata altrove. Alla fine di Agosto del 2015, mentre un numero senza precedenti di rifugiati dalla Siria e altrove in Medio Oriente ha fatto la loro lunga camminata verso i Balcani, io stavo visitando Cesar nella sua casa in Sicilia. Mentre guardavamo la TV, la quale stava mostrando di continuo filmati di persone che chiedevano a gran voce di salire a bordo dei treni per la Germania alla stazione Kaleti di Budapest, Cesar indicò lo schermo: “Vedi? Le telecamere non vengono più qui perché ora sono solo i neri che arrivano in Sicilia?”. Sentiva fortemente che le persone come lui erano state abbandonate – dai media, e da un sistema che impiegava anni per elaborare la sua richiesta di asilo.

Ma queste storie hanno anche la capacità di alienarci. Se ti dico che Cesar ha passato 18 mesi sbalzato da una banda di trafficanti a un’altra in Algeria e Libia, durante il quale è stato torturato e messo a lavorare come uno schiavo, questo ti aiuta a capire chi è e perché ha fatto le scelte che ha fatto – particolarmente se questo è tutto quello che sai sulla sua vita? E se centinaia di persone hanno storie simili? Ad un certo punto, ci sentiamo sopraffatti e iniziamo a spegnere. Alcuni di noi potrebbero persino sentirsi ostili: perché a noi ci viene chiesto costantemente di dispiacersi per questi stranieri?

L’agenzia per le Nazioni Unite per i rifugiati, l’UNHCR, dice che ci sono più persone sfollate a causa dei conflitti nel mondo oggi che in qualsiasi momento dopo la seconda guerra mondiale. Questo è vero: circa 66 milioni di persone sono attualmente sfollate, sia nei loro paesi di origine, sia all’estero. Ma l’86% di queste rimane nel mondo in via di sviluppo, non in regioni ricche come l’Europa. E nonostante i recenti conflitti, secondo De Haas, i rifugiati rappresentano circa lo 0,3% della popolazione mondiale; una piccola porzione relativamente stabile. Il problema è solo di risorse e politica, non sono numeri schiaccianti.

Ho incontrato un numero di persone che hanno avuto un viaggio simile a Cesar, e ognuna di queste sta provando in maniera differente di mantenere il controllo delle loro vite e prendere decisioni per il futuro. Cesar mi ha detto che vuole solo trovare un lavoro monotono per “dimenticare il passato”. Al contrario, Fatima, una donna della Nigeria che finì anche in Sicilia, fece “un patto con Dio” quando salì su una barca gonfiabile sulle coste della Libia, e ora vuole dedicare il resto della sua vita a far crescere l’attenzione circa le donne trafficate. Azad è fuggito dalla Siria perché, sebbene fosse solidale con la rivolta contro Bashar al-Assad, e orgoglioso della sua identità curda, non voleva però ammazzare le persone.

Negli ultimi anni, i “valori europei” sono stati invocati sia a sostegno dei migranti e rifugiati che ad attaccarli. Da un lato, demagoghi come l’Ungherese Viktor Orbán hanno posizionato se stessi come difensori di una civiltà cristiana europea, attuando politiche anti-migranti per proteggere l’Europa dall’essere invasa da orde di mussulmani. Dall’altro, gli umanitari hanno spesso fatto appello a una visione dell’Europa come quella presentata da José Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea nel 2012, quando l’EU ha ricevuto il premio Nobel per la pace. “Come una comunità di Nazioni che ha superato la guerra e ha combattuto il totalitarismo”, ha detto Barroso nel suo discorso di accettazione, “Noi staremo sempre più vicino a coloro che sono alla ricerca della pace e della dignità umana”.

Entrambe le visioni sono sbagliate. Il primo cerca di cancellare che l’Europa è un continente diverso, in cui tradizioni cristiane, ebraiche e secolari siano presenti da secoli. La visione di Orbán ha anche un compagno liberale, popolare specialmente in Europa occidentale, che sostiene che gli immigrati mussulmani rappresentino una minaccia per le tradizioni “europee” di tolleranza, libertà e democrazia: anche questo ignora il fatto che dove questi principi esistono sono stati combattuti e vinti.

La seconda visione presenta l’Europa come un faro di speranza per il resto del mondo. L’Europa ha certamente un grande potere di influenzare il mondo nel bene e nel male, e pressare i nostri politici per esserne all’altezza è un aspirazione per cui ne vale la pena. Ma l’aspirazione rimarrà insoddisfatta se ignoriamo il fatto che mentre le nazioni d’Europa hanno superato la guerra e combattuto il totalitarismo, molte di queste stesse Nazioni sono diventate ricche e potenti conquistando e amministrando enormi imperi, i quali erano parzialmente giustificati dall’idea di una razza suprema europea. E l’Europa Unita, nei suoi documenti fondatori, è stata concepita come un modo per mantenere il potere imperiale, oltre a prevenire futuri conflitti al suo interno.

Anziché vedere il razzismo europeo come una cosa del passato, il riconoscimento della sua persistenza è essenziale se vogliamo comprendere la crisi dei rifugiati e alcune delle risposte ad essa. Migliaia di persone provenienti da ex colonie europee, i cui nonni sono stati trattati in modi meno che umani delle loro regole europee, sono annegati nel Mediterraneo negli ultimi due decenni, ma questa è diventata solo una “crisi” quando la portata del disastro era impossibile per gli europei da ignorare.

Nel 2015, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla migrazione ha proposto due risposte che avrebbero fatto molto per alleviare la “crisi”: il reinsediamento internazionale di massa dei rifugiati dalla Siria e un regime temporaneo di visti di lavoro in modo che i migranti economici potessero andare e venire senza rimanere intrappolati nei mortali percorsi clandestini. La ragione per cui questo non è successo è perché i governi europei semplicemente non vogliono farlo. Ci sono pressione politiche interne in Europa, e una più ampia crisi del sistema internazionale attraverso il quale si suppone che i conflitti e le divergenze tra gli Stati siano risolti.

Persino ora, una gerarchia di sofferenze pervade gran parte del dibattito in cui le lotte popolari sono ignorate o respinte a seconda del proprio background, con poche discussioni su come l’Europa possa aver contribuito alla situazione dei paesi che i migranti lasciano alle spalle – storicamente, o attraverso politiche militari ed economiche degli attuali governi. E quando i conflitti locali che coinvolgono i rifugiati appena arrivati scoppiano nei paesi europei, molti commentatori saltano senza problemi da un incidente che ha bisogno di una risposta ponderata, alla dichiarazione di una minaccia esistenziale per l’Europa dalla sua minoranza mussulmana. Alla sua estremità finale, questa è una logica genocidaria, di un tipo che l’Europa ha conosciuto in passato.

Non dobbiamo accettarlo, una conversazione più onesta sulla crisi comporterebbe una resa dei conti con il nostro passato – e un buon punto di partenza sarebbe riconoscere che per molti dei migranti che fanno viaggi pericolosi verso l’Europa di oggi, essa è già parte delle loro vite. “Ricordiamo il passato, ricordiamo la schiavitù; hanno iniziato le guerre mondiali e abbiamo combattuto per loro”, mi è stato detto una volta da un gruppo di uomini provenienti dall’Africa occidentale abbandonati in un centro di accoglienza nel sud Italia. Non si tratta di dare la colpa o meno. Si tratta di riconoscere che il mondo non è facilmente diviso in “europeo” e “non-europeo”. Questo è vero sia per la Gran Bretagna che per il resto d’Europa, anche se la Gran Bretagna lascia l’unione politica. “Sono sempre sorpreso quando la gente chiede: ‘perché i rifugiati vengono nel Regno Unito?’”, ha detto Zainab, che è fuggito dallo Stato islamico in Iraq e ha portato i suoi tre bambini in Gran Bretagna via Calais, nascosti in una serie di camion. “Vorrei rispondere: ‘L’Iraq non è stato occupato dalla Gran Bretagna e dall’America?’ Voglio che la gente veda la sofferenza che le popolazioni di questi luoghi hanno attraversato. Desidero davvero che la gente veda la connessione”.

L’Olocausto non è mai stato lontano dalla superficie delle coscienze europee. E la sua presenza è stata avvertita in una serie di risposte alla crisi dei rifugiati – dalle grandi dichiarazioni politiche sul dovere di agire in Europa, all’invocazione del Kindertransport nel dibattito britannico sui rifugiati infantili, alle storie degli anziani ebrei europei che oggi stanno aiutando migranti sfollati che attraversano frontiere.

Il nostro sistema di protezione dei rifugiati è stato istituito principalmente per far fronte agli enormi sconvolgimenti della popolazione in Europa causati dalle due guerre mondiali. Ora in gran parte nel passato questi sconvolgimenti sono visti come una lezione morale, uno dei tanti modi in cui l’Europa ha dichiarato: “Mai più”. Ma sebbene la crisi di sfollamento dell’Europa abbia avuto un inizio e una fine, per gran parte del mondo, questi sfollamenti sono persistenti, le sue cause apparentemente complicate, le persone al centro di esso hanno meno significato.

Ma è fondamentale che noi prestiamo attenzione non solamente per ragioni umanitarie, ma perché gli sfollamenti indicano una pericolosa debolezza nelle società democratiche liberali. Sebbene siamo giunti a considerare certi diritti come fondamentali e universali, questi sono spesso garantiti solo dall’appartenenza ad uno Stato-nazione. Nel suo libro The Origins of Totalitarianism del 1951, la teorica politica Hannah Arendt sosteneva che l’incapacità degli Stati di garantire i diritti agli sfollati in Europa tra le due guerre contribuì a creare le condizioni per la dittatura. L’apolidia ha ridotto le persone alla condizione di fuorilegge: hanno dovuto violare le leggi per vivere e sono state condannate a pene detentive senza commettere un crimine. Essere rifugiato significa non fare ciò che ti viene detto – se lo facessi, probabilmente saresti stato a casa per essere ucciso. E continui a piegare le regole, a dire falsità, a nasconderti anche dopo aver lasciato il pericolo immediato, perché questa è la strada che tu negozi a un sistema ostile.

Questo ha un preoccupante parallelo con i nuovi poteri e le infrastrutture di sicurezza – dall’ambiente ostile della Gran Bretagna, alle leggi che criminalizzano i cittadini europei che aiutano i migranti, alle “strutture di soggiorno temporaneo”, al nuovo ministro dell’Interno italiano di estrema destra che ha proposto un piano per aumentare le deportazioni – che i governi europei stanno creando. Lungi dall’essere i barbari che sono spesso raffigurati come una massa di “clandestini” che minacciano la sicurezza e l’identità europea – le persone prive di diritti appaiono come “i primi segni di una possibile regressione della civiltà”, ha avvertito Hannah Arendt.

Ma la Arendt indica una minaccia, non qualcosa di inevitabile – e soprattutto, i governi rispondono alle pressioni dell’elettorato. Nell’autunno del 2015, per esempio, la protesta pubblica sulla fotografia di un bimbo annegato, Alan Kurdi, che circolava sui media internazionali, ha spinto il governo britannico a espandere un piano per reinsediare i profughi siriani.

Noi dobbiamo essere attenti ai modi in cui alcuni politici cercano di convincere le persone di rinunciare ai diritti e alla protezione esistenti a beneficio di tutti. Qualsiasi figura autoritaria che dice: “Dovremmo prenderci cura dei nostri prima di aver cura dei profughi”, probabilmente non è interessata a farlo neanche. E dovremmo riconoscere l’importanza dell’azione collettiva. Non ci saranno “soluzioni” a questa crisi, nel senso di una o più decisioni politiche che faranno svanire i rifugiati.

Le guerre producono rifugiati. Le persone continueranno a muoversi per migliorare la loro qualità della vita, non solo a causa della povertà estrema, ma perché sono collegate alla cultura globale e alle reti di comunicazione globali. Il cambiamento climatico ha il potenziale di creare spostamenti molto più grandi di quelli che abbiamo visto negli ultimi anni. Come con i rifugiati della guerra è probabile che siano i paesi più poveri a sentire il grande impatto. Non possiamo controllare se queste cose accadono, ciò che conta sarà come rispondiamo e se ripetiamo gli errori di questa crisi.

Non devi permettere che il tuo pensiero sia limitato alle categorie attualmente esistenti. È possibile difendere le protezioni dall’attuale sistema di leggi sui rifugiati, pur riconoscendo i loro limiti. I politici possono cercare di fare una distinzione tra “veri” rifugiati e altri migranti irregolari, e la nostra economia può assegnare valori relativi alle vita delle persone in base al loro uso come lavoratori, ma ciò non significa che dovremmo accettare che una di queste persone sia meno una persona, o che le loro esperienze siano meno reali. La legge sui rifugiati fornisce una protezione essenziale per alcuni tipi di sfollati, ma non per tutti. Disegnata in un mondo in cui potere e ricchezza sono distribuiti in modo ineguale, ha sempre rispecchiato le preoccupazioni dei potenti. Più rigidamente facciamo rispettare le distinzioni fra meritevoli e immeritevoli più è probabile che accettiamo la violenza fatta nel nostro nome.

Per tutto il 2015 ho continuato a sentire e leggere dei rifugiati che hanno un “sogno” dell’Europa. Forse è così, siamo tutti mossi a volte da un ideale, ma implica una certa ingenuità da parte di chi guarda, che qualcuno venga trascinato da un’illusione che il resto di noi non condivide. Per il pubblico europeo e per estensione il pubblico in altre parti ricche del mondo è rassicurante: stanno sognando di avere una vita come la nostra – e chi può biasimarli per aver idealizzato la nostra esistenza?

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