Le conseguenze nell’uso degli psicofarmaci

Nello scorso post “L’uso smodato di psicofarmaci” ho illustrato come si sia incrementata l’assunzione di pillole psicoattive nel mondo occidentale. Oggi, invece, cercherò di esporre le gravissime conseguenze che derivano da questo utilizzo indiscriminato, facendomi aiutare dal bellissimo libro di Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci.

Nel seguente libro, fra i vari argomenti, si racconta il modo in cui questi psicofarmaci abbiamo preso il sopravvento in maniera così totale. Quando nel 1980 venne pubblicato Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – III (DSM-III) l’intento era quello di creare un elaborato che potesse contenere un “sistema diagnostico” dei più comuni disturbi psichiatrici, da condividere con gli altri medici al fine di creare dei feedback che avrebbero successivamente validato tale indagine. Ma questa cosa non avvenne mai, poiché col manuale DSM-III: “Quello che doveva essere considerato un primo serio tentativo di porre ordine nel caos della psicopatologia si trasformò rapidamente in una sorta di «bibbia della psichiatria», a cui venne conferito un grado di scientificità del tutto inappropriato”1.

Fu in questa maniera, che cominciò ad aprirsi quella ferita insanabile, che dura tuttora, sul principio scientifico di questo manuale, il quale è ormai diventato la fonte primaria di ogni psichiatra. Questa “bibbia della psichiatria” accrebbe il prestigio di giorno in giorno fra gli specializzati nel settore, ma in essa: “La linea di demarcazione tra sano e patologico non si basa su alcun dato scientifico, così come i criteri scelti per definire il disturbo”2. Questo arbitrio si allargò maggiormente con la pubblicazione, nel 2013, del DSM-5, nel quale presero posto molti di quegli aspetti emotivi che prima di allora erano vissuti naturalmente, poiché erano aspetti normali della nostra vita (come per esempio il disturbo disforico premestruale, i disturbi d’ansia, ecc.), ma con l’ingresso nel manuale divennero col tempo dei disturbi da curare.

Il libro di Alberto Caputo e Roberta Milanese, afferma che: “Le modifiche introdotte dal DSM-5 hanno portato inevitabilmente a un’ulteriore impennata del disturbo depressivo: nel 2015 oltre 350 milioni di persone sono state diagnosticate come depresse (più dell’intera popolazione degli Stati Uniti) di cui 4,5 milioni in Italia (Osservatorio ONDA, 2016). L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha dichiarato che, nel 2020, la depressione sarà la malattia mentale più diffusa al mondo e la seconda causa mondiale di disabilità dopo le patologie cardiovascolari”3.

La conseguenza della moltitudine di persone sovradiagnosticate e quindi malate creò quel bisogno di prendersi cura di loro. E qui entrarono in campo le aziende farmaceutiche le quali a loro volta ci crearono un business. Infatti non è un segreto che il mercato di antidepressivi stia diventando molto vantaggioso per chi ci vuole investire, perché come affermano i dati: “Negli anni Duemila gli psicofarmaci rappresentano la maggior fonte di entrate per le aziende farmaceutiche, superando i 900 miliardi di dollari, metà dei quali negli Stati Uniti e un quarto in Europa (Healy, 2012)”4.

Il libro di Caputo e Milanese, ci descrive pure come le aziende farmaceutiche siano in grado di espandere il proprio mercato attraverso strategie puntuali, fra le quali c’è il disease mongering o mercificazione della malattia, e uno dei tanti è creare nuove malattia, come per esempio la gravidanza o l’invecchiamento, che da processi normali quali erano, diventarono disturbi da curare con un apposito farmaco5.

Questi nuovi “mercati” però da una parte ingrasserebbero le casse delle aziende farmaceutiche, mentre dall’altra nuocerebbero a tutti quei pazienti a cui vengono prescritti, poiché oltre a causare effetti collaterali terribili, li convincono ad avere malattie anche se molte volte non hanno nulla, perché sono le stesse Big Pharma a selezionare gli studi che servono a convalidare quel farmaco.

Uno esempio tra i tanti di come le aziende farmaceutiche riescano a far approvare i farmaci anche in assenza della maggioranza di studi positivi è quello di Irving Kirsch, psicologo e professore alla Harvard Medical School, il quale richiese alla FDA (Food and Drud Administration) tutta la documentazione, sia quella pubblicata, sia quella non pubblicata (che rappresentava il 40%,) rilasciata dalle aziende che volevano far approvare dei farmaci antidepressivi più comunemente venduti. La ricerca rilevò che: “ Solo il 18% del miglioramento clinico riscontrato nei pazienti era da attribuire al farmaco, il rimanente 82% era dovuto all’effetto placebo, ossia all’aspettativa positiva dei pazienti di star ricevendo una cura per il loro malessere”6. Secondo Kirsch, quindi, curava di più l’effetto placebo, che l’azione del farmaco. Ma mentre l’effetto placebo non aveva effetti collaterali, il farmaco li aveva. Ed erano molto pesanti. Uno dei quali è il desiderio di suicidio. Infatti, molti studi clinici hanno affermato che gli antidepressivi possono causare azioni suicidarie nelle persone che li assumono7.

Questo è solamente un assaggio di ciò che contiene il libro Psicopillole. Dopo tutti questi dati forse si capisce un po’ di più l’aspetto sociale che emerge dal problema analizzato nel testo: ovvero lo stato di alterazione continuo in cui molte persone versano e con cui sono abituate a convivere. E lo stress, poi, derivante da tale condizione che viene condiviso con gli altri, che a loro volta assorbono come fosse normalità. Purtroppo non c’è niente di naturale in persone che assumono psicofarmaci, e la nostra società, creata all’insegna di essi (se è vero che milioni di persone li prendono), si capisce come abbia perso quel senso di umanità che è in ognuno di noi e che porta ad aiutarci gli uni con gli altri. Ma una pillola, però, può alterare ciò e portarci fino ad avere idee suicidarie. E tutto questo dovrebbe essere normale?

Non dobbiamo stupirci, quindi, se in questa nostra società opulenta e ormai psicoattiva viviamo male la nostra vita comunitaria, poiché non crediamo più nell’Altro che posso esserci nel momento del bisogno.

Purtroppo deleghiamo a un farmaco la soluzione dei nostri problemi, perché non abbiamo più il tempo per guarire naturalmente e una pillola diventa la soluzione più veloce e più facile per noi stessi, poiché con essa non dobbiamo metterci di fronte a noi stessi e alle nostre paure ed affrontarle. È molto più facile assumere la “pillola della felicità” che ogni soluzione dà. Ma questo è solamente un equivoco perché solamente da noi stessi, conoscendo le nostre paure e dandogli un nome, possiamo curare veramente la nostra anima. Perciò dobbiamo essere informati di quello che tali sostanze possono fare al nostro equilibrio naturale.

1 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, Adriano Salani Editore s.u.r.l., Milano 2017, p. 22.

Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., p. 19.

3 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., pp. 35-36.

4 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., p. 40.

5 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., pp. 41-42.

Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., pp. 111-112.

Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., pp. 118-119.

L’uso smodato di psicofarmaci

Nel libro di Alberto Caputo e Roberta Milanese, Psicopillole, si parla dell’uso eccessivo di psicofarmaci, che ha raggiunto livelli molto preoccupanti. Negli Stati Uniti, per esempio, il fenomeno è diventato così allarmante che la prescrizione di quelli legali starebbe provocando più morti di quelli prescritti illegalmente, come afferma il testo: “Tra il 1999 e il 2013 le prescrizioni di psicofarmaci negli Stati Uniti sono più che duplicate […] nello stesso periodo le morti per overdose da farmaci psichiatrici sono quasi quadruplicate, superando i decessi per overdose di eroina quasi del 50%. Può sembrare incredibile ma oggi si muore di più a causa di farmaci prescritti legalmente che per droghe illegali”1.

Ma questo non è un caso isolato, poiché anche l’Italia non è da meno, con i suoi quasi dodici milioni di persone che ogni anno assumono psicofarmaci2, un italiano su cinque.

Si possono comprendere meglio questi dati analizzando uno studio dell’Ocse chiamato Health at a Glance 2017, in cui si vede benissimo questo aumento nel tempo. Infatti, secondo il rapporto, il consumo di antidepressivi nella zona Ocse tra il 2000 al 2015 è raddoppiato3, confermando il trend crescente degli Stati Uniti, paese a cui tutti noi ci chiedono di ispirarci e di prendere da esempio come modello economico.

Dobbiamo ricordarci che i dati sono l’espressione di questo nostro mondo economico capitalistico occidentale, il quale, per sopravvivere, ci richiede sforzi psicofisici talmente enormi per noi esseri umani naturali, da mettere a repentaglio le nostre vite. Perciò crediamo che un farmaco ci affranchi per un attimo da questi sforzi, giungendo così al punto da non riuscire più a gestire la nostra vita senza l’uso di esso, il quale sembrerebbe temporaneamente e apparentemente  che ci dia sollievo, ma dall’altra parte quella pillola sta pian piano assuefacendo la nostra mente, alterando innaturalmente il nostro equilibrio.

Lo stato psichico delle persone, infatti, è una conquista raggiunta giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza, perché la nostra mente si adatta alle circostanze ambientali, in maniera tale da sopportare, per esempio, episodi spiacevoli che avvengono nella vita di ognuno di noi. Ma se non alleniamo la nostra psiche ai vari tipi di eventi che potremmo vivere un domani, come potrà sopravvivere?

Se allenassimo la mente anche agli episodi spiacevoli, questa diventerebbe più forte e ogni qualvolta ne avremmo bisogno saprà come comportarsi. Mentre il farmaco, invece, aggira l’ostacolo. Non cura la malattia ma la elude, dandoci la sensazione di aver curato una depressione, rimanendo però sempre la stessa, un po’ latente ma presente, poiché l’assuefazione ai farmaci e il loro continuo bisogno saranno lì a ricordarcelo.

Mentre se allenassimo la nostra mente agli episodi più imprevisti, attendendo il tempo che ci vuole per metabolizzare tali eventi, potremmo risolvere questo problema naturalmente. Ma in questa nostra società che ha perduto la naturalezza, ci stiamo ammalando poiché stiamo diventando innaturali, senza sapere più comprendere i nostri tempi naturali. Questa società che ha perduto il senso del tempo (perché ci vuole del tempo per risolvere questi nostri disagi) e ci chiede di fare sempre più veloce, pure per risolvere i nostri stati psichici. Per questo ci fa assumere dei psicofarmaci, per velocizzare anche la cura.

Ma il nostro corpo e la nostra mente non richiedono velocità, hanno un loro ritmo naturale, che incessante e predominante viene fuori ogni qualvolta violiamo la sua legge, la legge naturale.

Per questo tutto ciò che è innaturale o alterante per il nostro stato psicofisico è profondamente inadeguato e sbagliato, perché compromette lo stato armonioso della natura. Dobbiamo ritornare a sentire i nostri ritmi naturali, poiché solamente lì c’è la nostra salvezza, come individui e come comunità.

1 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, Adriano Salani Editore s.u.r.l., Milano 2017, p. 11.

2 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, Adriano Salani Editore s.u.r.l., Milano 2017, p. 12.

L’armonia dell’Universo

Cinquant’anni fa nasceva la “Teoria delle stringhe”, la quale, ancora in fase di sviluppo, tenderebbe a unificare il micromondo della meccanica quantistica ideata da Max Planck, al macrocosmo della relatività generale elaborata da Albert Einstein, due tesi provate scientificamente nei singoli aspetti, ma che unite non riuscirebbero a conciliarsi.

In una bellissima intervista de Ilfattoquotidiano.it a Gabriele Veneziano, teorico fisico e scienziato del Cern di Ginevra, uno degli ideatori nel 1968 di quella teoria, afferma che: “A livello fondamentale non ci sono più particelle puntiformi, ma stringhe estese che vibrano, e che rappresentano la cosa più elementare possibile, come l’atomo indivisibile degli antichi Greci. A modi di vibrazione diversi, come per le differenti note musicali, corrispondono tutte le particelle conosciute”1.

Quindi, secondo la teoria delle stringhe, l’Universo sarebbe composto da stringhe che vibrano in modi differenti, abbracciando e legando il nostro Cosmo in una grande armonia universale. Come in una bellissima musica, ogni piccola particella partecipa a questa infinita melodia, in cui ognuna di loro diventa la protagonista di questa “musica corale”.

A sostegno di tale tesi, ci si mette anche la scoperta del “Bosone di Higgs” (o Campo di Higgs), rilevato alla fine del 2011 al Cern di Ginevra, il quale rivelò come questo campo permeasse ogni particella elementare conferendogli la massa. É lo stesso portavoce dell’esperimento Cms al Cern di Ginevra, Guido Tonelli, a confermarlo, acclarando che il campo è: “una sorta di fluido onnipresente con il quale le particelle interagiscono e, così facendo, acquisiscono la loro massa caratteristica”2. Questo campo di Higgs, quindi, sarebbe una scoperta fondamentale, poiché se è vero che ogni particella è avvolta da esso, tale campo fungerebbe da mezzo di comunicazione, perché interconnetterebbe tutte le particelle fra loro. Questa “rete universale” che unisce le molecole e quindi tutti noi sarebbe una grande scoperta per la comprensione della Natura e per noi esseri umani che ne facciamo parte, poiché significa che tutti siamo collegati da una grande connessione attraverso la quale possiamo comunicare e scambiarci informazioni. Solamente la nostra bassa comprensione del fatto limita il campo d’azione.

Tutto ciò dovrebbe riunirci, riappacificarci e farci comprendere che non siamo soli, diventando pure protagonisti in questa unità. Siamo tutti fratelli di una grande e meravigliosa comunità che è l’Universo, attraverso cui un domani, con le conoscenze più adeguate, potremmo comunicare magari senza quei problemi che abbiamo oggi. Poiché siamo una grande famiglia, ma dobbiamo avercene cura.

1 https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/14/i-primi-50-anni-della-teoria-delle-stringhe-lideatore-rivoluzione-fatta-di-dimensioni-extra-e-universi-multipli/4354528/

2 https://www.focus.it/scienza/scienze/tonelli-la-nascita-imperfetta-delle-cose

Il consumismo e la fine della comunità

Il consumismo, come fenomeno di massa, entrò prepotentemente nelle case di noi occidentali solamente dopo le guerre, a inizio Novecento. Esso portò un cambiamento così radicale all’interno della società, che ben presto divenne una parte integrante di noi stessi, tanto da non riconoscerne più gli effetti negativi.

Pier Paolo Pasolini fu uno degli intellettuali italiani che vide e cercò di contestare tutto ciò, fino ad affermare come fosse peggio del fascismo: “Perché il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo – che è tutt’altra cosa – non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo”1.

Infatti, il boom economico italiano stava entrando in ogni casa che potesse permetterselo. Questo apparente benessere sembrava potesse bastare per tutti, ma non fu così. Anzi fu talmente disequilibrato, che a distanza di anni portò a una disuguaglianza sociale enorme, destinata pure a peggiorare col tempo. Infatti, l’1% della popolazione mondiale detiene più ricchezza netta del restante 99%2. Questa ricchezza starebbe passando a sempre meno individui, aumentando tuttora questo divario.

A detta di Pasolini, il capitalismo ha vinto, poiché le persone che avrebbero dovuto contrastarlo stettero a guardare o non si accorsero di tale iniquità, perché la società consumistica crea vane speranze di ricchezza, o come scrisse Marx: ”L’aumento del salario eccita nell’operaio il desiderio di arricchirsi, che è proprio del capitalista, ma che egli può soddisfare soltanto col sacrificio del proprio spirito e del proprio corpo”3. Quindi, la forza che doveva contrastare il capitalismo è stata neutralizzata da questa illusione di futuri guadagni. Ci hanno ingannato facendoci credere di poter diventare tutti ricchi, e noi abbiamo barattato la felicità dell’intera comunità, per delle vogliuzze individualistiche, che hanno depotenziato di fatto il carattere rivoluzionario che avevano le manifestazioni collettive. Perciò non c’è da stupirsi se questa ideologia consumistica sia entrata talmente dentro di noi da non riuscire a comprenderla e così sradicarla.

Pasolini criticò l’esperienza del ’68, la quale sembrava volesse sovvertire quel sistema. Per il poeta, infatti, quello che avrebbero dovuto fare, ovvero lottare contro il neocapitalismo e il consumismo, venne messo da parte per portare avanti lotte a loro più congeniali, come quelle sui diritti4, lasciando il vero peccato del tempo a inebriare i loro corpi fino ad addormentarli e a farlo giungere pian piano sino ai nostri tempi.

Questa nostra società consumistica ubriacata da quello che Pasolini chiamò l’”ideologia edonistica”, sarebbe stata più efficace del fascismo, anche per i nuovi mezzi di comunicazione, come la televisione, con i quali riuscirebbe meglio a propagare il proprio messaggio unidirezionale. Infatti, afferma il poeta: “Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi”5.

Questa critica alla borghesia e al consumo di massa fu predittiva, poiché se la svolta sessantottina ebbe alcuni traguardi importanti sui diritti civili, non placò quella sete che tuttora contamina anche la nostra epoca.

Abbiamo visto come tale strada porti a un individualismo che corrode necessariamente la comunità nei suoi fondamentali valori, poiché la sete egoistica della persona singola minaccia il gruppo. La collettività, quindi, dovrebbe essere vista non come una forma repressiva che impone regole a discapito dell’individuo come singolo, ma come un’esperienza comune rivolta al bene collettivo. Da soli, come individui, non riusciremmo a sopravvivere, perché abbiamo bisogno dell’Altro, poiché egli ci completa.

1 Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti Libri s.p.a., Milano 2008, p. 50.

https://www.oxfamitalia.org/economiaumana/

3 Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, prefazione e traduzione di Norberto Bobbio, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 2004, p. 15.

http://temi.repubblica.it/espresso-il68/1968/06/16/il-pci-ai-giovani/?printpage=undefined

5 Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti Libri s.p.a., Milano 2008, p. 22.

La qualità del lavoro

 

Come tutti sappiamo il lavoro è determinante per la vita di ognuno. Infatti, tutti siamo direttamente o indirettamente influenzati da ambienti lavorativi di vario genere. Perciò la loro tutela deve essere al centro del nostro interesse, non solamente politico.

Se da una parte possiamo trovare lavori di qualità, è pure vero che dietro l’angolo c’è la possibilità di trovare impieghi poco virtuosi e quindi che mettono in pericolo la salute non solo fisica, ma anche psicologica delle persone che li svolgono. Quindi solamente con l’attenta analisi della qualità dei lavori possiamo aspirare a una lotta efficace per correggere gli errori più comuni.

L’Ocse1, in questo senso, ha sviluppato uno studio in cui si valuta la qualità del lavoro attraverso tre punti di analisi necessari per capire quanto un impiego sia buono o meno:

-il primo punto si intitola “la qualità dei guadagni” e mostra le retribuzioni dei lavoratori che contribuiscono al loro benessere. L’Italia purtroppo segue la gran parte dei paesi del Nord Europa. Molta strada c’è ancora da fare;

-il secondo punto è la “sicurezza nel mercato del lavoro” e afferma come i vari Stati proteggono i propri cittadini nel momento in cui perdono il lavoro. Qui l’Italia fa addirittura peggio, poiché se nel punto precedente poteva vantarsi di risultare nella media Ocse, per quanto riguarda la protezione del lavoro in caso di disoccupazione, riusciamo a fare peggio. L’Italia sorpassa solamente la Grecia e la Spagna;

-il terzo punto è “la qualità dell’ambiente di lavoro” il quale analizza i fattori non economici dell’impiego, come il contenuto del lavoro svolto, le modalità e le relazioni sociali all’interno dell’ambiente di lavoro. Anche qui l’Italia si conferma agli ultimi posti della classifica Ocse.

L’analisi di questi dati ci suggerisce come ci sia ancora molto da fare per noi italiani in politiche di lavoro. Dagli stipendi più adeguati, agli ambienti lavorativi più efficienti e salutari e a un aiuto per quei lavoratori che perdono un lavoro, abbiamo delle grandi lacune da colmare, perciò è molto importante realizzare politiche economiche degne di questo nome per sopperire a un altro grave evento che accade in Italia e che è conseguente ai dati citati poc’anzi: il fenomeno dei Working Poor.

Non è un caso che, rispetto ad altri paesi, l’Italia abbia un elevato tasso di working poor 2. Questi nuovi poveri sono quei lavoratori che prendono uno stipendio talmente basso, con cui non riescono nemmeno a mantenersi.

L’Italia ha il triste primato anche in questo dato, poiché il suo 23% supera di gran lunga la percentuale di molti paesi sviluppati economicamente.

Perciò dobbiamo tutelare i nostri cittadini in ogni momento della vita lavorativa poiché come ci hanno mostrato i dati la qualità del lavoro è necessaria e determinante per la vita di ogni cittadino, che attraverso di essa può contribuire a vivere una vita più felice.

1 http://www.oecd.org/employment/job-quality.htm

2 https://www.investireoggi.it/economia/working-poor-italiani-lavoratori-stipendio-rischio-poverta/

Come l’influenza sociale determina le nostre scelte

Nel 1956 lo psicologo sociale Solomon Asch dimostrò come l’influenza sociale della “massa” fosse più forte della verità. Egli, infatti, indagò sulla capacità di noi esseri umani nel conformarsi alla maggioranza di un gruppo.

L’esperimento riunì da 7 a 9 persone provenienti dal college. Vennero mostrati loro due fogli di carta su cui furono disegnate delle linee: nel primo una linea solamente, mentre nel secondo furono disegnate tre linee di diversa lunghezza, di cui solo una somigliava a quella del primo foglio. Mentre gli altri studenti si misero d’accordo con lo sperimentatore per le risposte, uno di loro era ignaro di tutto. Ai complici dello sperimentatore venne detto di sbagliare volutamente e palesemente. L’esito dell’esperimento fu sbalorditivo: spesse volte questi soggetti sperimentali aderirono alla risposta della maggioranza seppure avessero visto che la risposta fosse quella sbagliata.

Questo accade perché la “maggioranza” è in grado di condizionare i nostri giudizi. Lo stesso Asch scrisse che: “La condizione sperimentale deformava in modo significativo i giudizi espressi. Vi furono enormi differenze individuali in risposta alla pressione della maggioranza, che vanno da una completa indipendenza a una completa soggezione”1.

Quindi, questo esperimento mostra come la “massa” o “maggioranza” sia molto importante per noi esseri umani, in quanto può determinare pesantemente le nostre scelte quando siamo in un gruppo. Questo sistema d’”assoggettamento volontario” può spiegare le continue vessazioni che la storia dell’umano continua a perpetrare e a cui non riusciamo a dare una completa giustificazione. Il passato è pieno di questi esempi contraddittori. L’unico punto in comune è che noi abbiamo bisogno di una comunità sociale, o come scrisse Aristotele: “ L’uomo, infatti, è un essere sociale e portato per natura a vivere insieme con gli altri”2. Siamo degli esseri comunitari che hanno bisogno di socialità, e perciò di conferme dagli altri. Per questo, alle volte, cerchiamo di adeguare il nostro pensiero a quello della maggioranza del gruppo, per compiacerlo.

Ma se questa benevolenza verso la maggioranza di un gruppo implica un’accondiscendenza in senso buono, poiché la vita comunitaria è fondamentale per ognuno di noi ed è auspicabile, può esserci una maggioranza in senso cattivo. Questo si esemplifica bene nel concetto negativo che noi diamo di “branco”, in cui un gruppo di persone de-responsabilizzate agisce secondo la maggioranza più cattiva, in maniera così diversa dal comportamento che avrebbero assunto se fossero soli.3 Infatti questo “branco” oltre a de-responsabilizzarci dalla colpa, alimenta in noi pensieri che individualmente non avremmo mai nemmeno pensato.

Si potrebbero fare tantissimi esempi sull’utilizzo di questa influenza sociale usata in senso negativo, ma quello a cui noi dobbiamo aspirare è porre suddetta potenzialità verso il Bene e il Buono. Poiché l’esempio è l’insegnamento più importante per ognuno di noi e quindi dobbiamo ergerci come modelli positivi per neutralizzare i sentimenti negativi che in tutti noi abitano.

Esempi di come la comunità possa essere una potenza di positività è il volontariato, l’associazionismo, e tutte quelle forme di gruppi che sono rivolti verso l’Altro e verso il Bene.

Poiché il Bene e il Male abitano in ognuno di noi, dobbiamo essere i promotori del bene, per condizionare il prossimo, affinché il Male rimanga assopito e il Bene ritrovi la sua forza emergendo nella sua bellezza.

1Solomon E. Asch, Psicologia sociale, Società Editrice Internazionale, Torino 1973, p. 499.

2Aristotele, Etica Nicomachea, testo greco a fronte, Edizioni Bompiani, Milano 2013, 1169b5, p. 361.

3http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/01/28/io-picchiato-dal-branco-per-difendere-un-giovanePalermo06.html

Pubblico e privato

 

Quando si parla di settore pubblico o privato bisognerebbe partire da un presupposto fondamentale. Solitamente, infatti, con la parola “pubblico” il nostro pensiero va a tutti gli sprechi che ci vengono raccontati da quelle persone che credono sia il “privato” libero mercato ad offrire le condizioni necessarie per sviluppare un ambiente meritocratico e quindi di qualità. Ma questi sprechi sono il trionfo di una gestione fallimentare dello Stato, a volte creata apposta per favorire il settore privato. Quante volte abbiamo vissuto anche in prima persona queste lunghe liste d’attesa in ospedali pubblici, che vengono azzerate se si sceglie un medico privato a pagamento.1

La meritocrazia creata da un sistema liberista, quindi, non è sempre simbolo di merito e qualità. Ci viene detto, per esempio, che l’ospedale privato è il modello a cui tutti noi dovremmo guardare, ma quando ci sono di mezzo i soldi, ecco che cominciano i guai. È di pochi giorni fa, infatti, la notizia della paziente dimessa perché non poteva pagarsi le spese sanitarie, in un ospedale privato di Baltimora.2

Negli Stati Uniti, gli ospedali privati, che hanno un rigido bilancio da gestire, devono far tornare i conti come una qualsiasi azienda privata. Quindi se hai i soldi tramite un’assicurazione o un aiuto del welfare statale bene, altrimenti non vieni nemmeno preso in considerazione. Questo è purtroppo il libero mercato privato. Se hai denaro riesci a ricevere le cure adeguate, mentre se non c’è un sistema di welfare che copre le spese delle persone che non riescono a pagarsi le cure, vieni abbandonato. Noi italiani, che avevamo uno dei sistemi sanitari migliori al mondo, lo stiamo pian piano dismettendo in favore di un sistema simile a quello statunitense.

Mentre il settore privato non può permettersi ulteriori costi a quelli previsti da un budget, lo Stato può farlo, poiché la propria spesa è sempre rivolta verso la collettività e la comunità, ovvero tutti noi. Quindi mentre il settore privato esiste solamente se c’è uno Stato vicino ai propri cittadini, il settore pubblico vive da sé, perché tutti noi ne facciamo parte. Per questo se lo Stato deve privilegiare delle spese, per esempio nella scuola, queste dovranno andare al pubblico.

Il settore privato è condizionato dal pubblico, mentre il pubblico non deve essere condizionato dal privato. Invece i nostri governanti stanno privatizzando tutti i settori nevralgici per noi cittadini, che siamo lo Stato. Se guardiamo ai paesi scandinavi, invece, il welfare è molto presente poiché il privato da solo non riesce a colmare le istanze sociali dei propri cittadini.3

Si pensa poi che il settore privato alimenti il “merito”. Ma bisogna capire cosa intendiamo per “meritocrazia”, poiché se per essa cerchiamo di far quadrare i bilanci e basta, allora questo sistema non è degno del nostro spirito comunitario, che non può guardare solamente al denaro.

Questo sistema privato genera il “carrierismo” fondato sul “mors tua vita mea” (ovvero “la tua morte è la mia vita”), e non sull’organizzazione in cui si cerca il bene comune. Alcuni manager, infatti, avendo paura di essere sostituiti, cercano di infangare o togliere di mezzo chiunque possa essere d’intralcio. Questo è tendenzialmente il settore privato in cui prevale tale modalità di fare impresa. Carrieristi che cercano di sopravvivere ad altri carrieristi.

Ma per molte persone privatizzare non significa solamente meritocrazia. Esso significa pure ridurre i costi eccessivi dello Stato nel gestire il patrimonio pubblico. Dallo Stato ai comuni, quindi, si tende a privatizzare tutto per migliorare le prestazioni e il costo dei servizi. Ma è veramente così?

Se a un comune, per esempio, servono servizi di pulizia e per tale scopo assume 10 persone, significa che con tale numero viene coperto il servizio. Se invece, come fanno molte istituzioni o comuni, esternalizzo il lavoro ad un’azienda privata, il costo sarà sempre delle 10 persone che servono per eseguire quel lavoro, con l’aggiunta però di una spesa ulteriore: quella dell’azienda privata che gestisce il servizio richiesto. Privatizzando il servizio, quindi, aumentano i costi e non diminuiscono, poiché crescono necessariamente le persone che coinvolgo.

Ora, a meno che non si voglia intenzionalmente abbassare i costi, il che significherebbe diminuire anche lo standard qualitativo, poiché se servono 10 persone per fare suddetto lavoro e l’azienda privata ne assume 6 (per risparmiare), quel lavoro sarà decurtato qualitativamente e quindi sarà per forza di cose inferiore a quello eseguito da 10 persone (purché non ci si trovi davanti a lavoratori sfruttati o vengano recuperati i costi del privato eseguendo un lavoro grossolano e quindi qualitativamente inferiore).

Esternalizzare, quindi, non è detto che migliori la qualità o i costi.

Perciò, a mio parere, bisognerebbe affidare allo Stato tutti i servizi necessari per noi cittadini, poiché se è vero che lo Stato italiano sperpera denaro, è pure vero che di questo se ne sono approfittate quelle aziende, che hanno speculato sul debito del nostro paese per guadagnarci. Serve una buona gestione del patrimonio pubblico e investire nei settori nevralgici per ognuno di noi come la scuola, gli ospedali, ecc., ovvero quei servizi indispensabili, poiché senza di essi un cittadino bisognoso, per esempio, di cure mediche e senza assistenza sanitaria statale, verrebbe emarginato o escluso per mancanza di denaro, come è successo nell’ospedale di Baltimora citato poc’anzi.

Il settore privato poi, seguendo le regole del mercato e quindi del business, spende in ricerca laddove ci sono più interessi economici. Come ci insegna bene l’esempio dell’azienda privata Pfizer, la quale ha smesso di finanziare le ricerche di farmaci contro l’Alzheimer, poiché ha affermato che: “A grandi investimenti hanno corrisposto esiti deludenti”.4

Quando l’unico pensiero è solamente come far tornare i conti, lasciando secondariamente la persona e l’ambiente, costruiamo le basi di una società individualista tanto agognata dai liberisti. Ma per me rimane il fatto che Noi siamo lo Stato e che dobbiamo avere cura primariamente di tutte quelle cose necessarie a noi esseri naturali.

Dobbiamo cercare di creare una comunità di cittadini che collaborano gli uni con gli altri per realizzare un mondo migliore, e non un mercato di individui che si fanno la guerra l’uno contro l’altro per vedere chi è il migliore.

Più ricerchiamo la collettività e più avverrà il nostro progresso.

La povertà in Italia

Secondo il report dell’Istat sulla povertà italiana, Condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie, la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale sarebbe il 30% ovvero 18.136.663 di persone (il dato più recente è quello del 2016). Quindi circa un terzo degli italiani vive in condizioni di povertà.1 E se non fosse già questa notizia un duro colpo per noi, l’istituto di statistica afferma pure che queste persone a rischio di povertà sono aumentate rispetto all’anno 2015, il precedente, in cui la percentuale era del 28,7%. Rimaniamo sempre il fanalino di coda fra gli altri paesi europei.

Persino il rapporto del 2017 della Caritas Futuro anteriore, afferma che: “I figli stanno peggio dei genitori; i nipoti stanno peggio dei nonni”.2 Perciò, a mio avviso, l’operazione da svolgere nell’immediato dovrebbe essere un aiuto a tutte le persone indigenti.

Si è voluto fare il “Reddito di inclusione” (REI) che dovrebbe servire a sollevare le istanze dei tanti poveri italiani, ma con le sue regole stroppo stringenti, rischia di diventare la classica misura promozionale elettorale più che una norma doverosa per le milioni di persone in difficoltà.

Infatti, secondo la sociologa Chiara Saraceno: “A fronte di un costo stimato in circa 7 miliardi per coprire tutti coloro che si trovano in povertà assoluta, lo stanziamento è di soli 1,7 miliardi nel 2018, con una previsione di arrivare a 1,845 miliardi nel 2019”.3 Questo REI, quindi, coprirebbe solamente un quinto di tutta la platea.

La soglia poi delle ISEE, continua la Saraceno, che servirebbe ad accedere al “reddito di inclusione” è stata abbassata ulteriormente rispetto a quella individuata per la povertà assoluta; e tutto ciò potrebbe portare a non risolvere il problema. Per questo conclude la Saraceno si deve correggere la legge.

Il guaio italiano è che la politica, anziché risolvere le istanze sociali, sembra quasi voler rattoppare qua e là le difficoltà cercando continuamente di riscuotere il consenso popolare. La politica sembra non volere fare dei piani per il futuro, ma solamente risoluzioni nel breve periodo che cerchino di portare dignità alla propria personale legislatura. Ma se non si ha uno sguardo verso di esso, non riusciremo mai ad uscire dallo stagno in cui siamo caduti.

Secondo l’associazione www.bin-italia.org: “Il REI potrebbe diventare l’ennesimo strumento usato in Italia per la produzione di lavoro povero, sostitutivo di posti di occupazione stabile e tutelata”.4 Perciò la politica deve puntare a qualcosa di veramente più “inclusivo”, senza fare l’ennesima legge a scopo elettorale.

I mass media e i nostri politici, invece, parlano di tante riforme che bisognerebbe fare per prime, ma non si accorgono che se viene meno la dignità della persone, che per esempio un lavoro onesto può dare loro, tutti gli altri diritti sono certo apprezzabili, ma inutili.

Mi auguro, con l’anno nuovo, di veder scendere questa disuguaglianza presente nel nostro paese e auspico finalmente una politica che dia uno sguardo verso gli ultimi e i più bisognosi d’aiuto.

1https://www.istat.it/it/files/2017/12/Report-Reddito-e-Condizioni-di-vita-Anno-2016_WEB_REV.pdf?title=Condizioni+di+vita+e+reddito+-+06%2Fdic%2F2017+-+Testo+integrale+e+nota+metodologica.pdf

2http://www.caritas.it/caritasitaliana/allegati/7346/Rapporto_Caritas2017_FuturoAnteriore_copertina.pdf

3https://welforum.it/un-reddito-minimo/

4http://www.bin-italia.org/reddito-inclusione-arriva-via-libera/

 

La triste moda del razzismo

 

L’organizzazione non governativa freedomhouse.org, che si occupa delle libertà civili e politiche dei cittadini in tutto il mondo, ha confermato anche nel 2016, per l’undicesimo anno consecutivo, il declino dei diritti civili e politici in paesi classificati come “liberi”, tra cui il Brasile, la Repubblica Ceca, la Danimarca, la Francia, l’Ungheria, la Polonia, la Serbia, il Sud Africa, la Corea del Sud, la Spagna, la Tunisia e gli Stati Uniti.1

Tutto questo dovrebbe metterci in allarme poiché tale declino si sta instaurando nei paesi in cui la democrazia sembrava scontata. Per l’ong i responsabili di tale deperimento sono le avanzate dei populisti e dei nazionalisti, i quali alimenterebbero l’odio verso l’Altro, il Diverso, che diventa il facile “capro espiatorio” di questo nostro fallimentare stile economico liberista.

La paura del diverso, quindi, per quei partiti che sostengono l’intolleranza diviene la battaglia necessaria per vincere il malessere addebitato ingiustamente a queste persone immigrate, la cui unica loro sfortuna è di essere nate in un paese svantaggiato.

Uno dei luoghi comuni che caratterizza questa “caccia al Diverso” è che essi “rubano” il lavoro agli italiani. Ma non è così, perché gli immigrati oramai occupano gli impieghi che gli italiani non svolgono più, mentre gli italiani scelgono lavori più specializzati.2 Anzi, come scrive questo articolo, sono pure tartassati poiché versano 8 miliardi di contributi sociali all’anno, contro i 3 che ricevono in prestazioni.3

Un altro luogo comune sugli immigrati è il tasso di criminalità elevato di cui sono responsabili, rispetto a noi italiani. Ma anche in questo caso i dati non confermerebbero quanto affermato da alcuni nostri politici. Infatti, secondo il Dossier statistico immigrazione 2016, pubblicato in un post su Repubblica.it: “Tra il 2004 e il 2014 le denunce sono aumentate del 40,1% (da 480.371 a 672.876) per gli italiani, nonostante questi siano diminuiti (da 56.060.218 a 55.781.175). Le denunce sono invece cresciute del 34,3% per gli stranieri, che nel frattempo, però, sono più che raddoppiati: gli immigrati regolari sono passati da 2.402.157 a 5.014.437”.4 Quindi, nessuna emergenza criminalità degli immigrati, se non una piccola percentuale fisiologica come accade in ogni altro paese.

Secondo me, noi italiani osserviamo il problema da un punto di vista sbagliato. Se noi provassimo ad integrare queste persone, senza farle sentire sole, emarginate e ghettizzate, probabilmente non si sentirebbero in grado di delinquere, poiché si sentirebbero ben accolte e accettate Queste persone, invece, sono vittime di quel razzismo che anche noi italiani abbiamo subito negli Stati Uniti intorno agli anni ’20, quando Sacco e Vanzetti, furono condannati e giustiziati per un reato che non avevano commesso, solamente perché non erano americani (per delucidazioni visita il post Il “muro” dell’Austria).

Finché non ci sarà la voglia di integrare tutte le persone che hanno più bisogno, ci sarà sempre delinquenza e malessere. Perché sono l’indifferenza verso il Diverso che alimenta la criminalità; e l’accoglienza sembra il modo migliore per gestire questa grande migrazione che c’è sempre stata e sempre ci sarà, poiché l’essere umano cercherà sempre di migliorare la situazione in cui si trova.

1https://freedomhouse.org/report/freedom-world/freedom-world-2017

2http://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2017/10/12/news/ecco_perche_i_migranti_non_ci_rubano_il_lavoro-178082848/

3http://www.lastampa.it/2017/04/02/italia/cronache/gli-immigrati-fanno-solo-i-lavori-che-agli-italiani-non-piacciono-9Vip19FeThtYyABgM6HnBN/pagina.html

4http://www.repubblica.it/cronaca/2016/10/24/news/reati_in_calo_le_denunce_a_carico_di_immigrati-150505368/

Marx e le conseguenze del capitalismo

 

 

Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior”

Fabrizio De André

 

Il sistema capitalistico occidentale ha promesso la fine delle disuguaglianze e di provvedere a tutti noi, ma invece di aiutarci, ha inasprito le caratteristiche negative, poiché sebbene noi siamo in una ripresa economica oppure in una crisi, esso non riesce a elargire quel benessere garantito a tutte le persone (vedi post Il fallimento del liberismo).

Questa aporia viene messa in luce da Marx, nel suo libro Manoscritti economico-filosofici del 1844, in cui afferma che: “La domanda di uomini regola necessariamente la produzione degli uomini, come di ogni altra merce. Se l’offerta è assai più grande della domanda, una parte degli operai è ridotta all’accattonaggio o muore di fame. L’esistenza dell’operaio è quindi ridotta alla condizione di esistenza di ogni altra merce. L’operaio è diventato una merce ed è una fortuna per lui trovare un acquirente. E la domanda, da cui dipende la vita dell’operaio, dipende dal capriccio dei ricchi e dei capitalisti”.1

Perciò per molti individui che aspireranno al potere e al denaro, la situazione da operaio sfruttato sembrerà un buon compromesso, per poi scalare la vetta più alta di questa piramide, e arrivare quindi a diventare un vero capitalista. Ma tutto ciò, però, costerà all’operaio un sacrificio molto importante o come afferma Marx: “L’aumento del salario eccita nell’operaio il desiderio di arricchirsi, che è proprio del capitalista, ma che egli può soddisfare soltanto col sacrificio del proprio spirito e del proprio corpo”.2

Ma in questa sfida, per Marx, chi perde è sempre il salariato, poiché il perno del sistema liberista è la propria disequazione sociale. Esso vive di queste disuguaglianze, o come scrisse John Ruskin: “Il potere di una ghinea che abbiate in tasca dipende esclusivamente dalla mancanza di una ghinea nella tasca del vostro vicino. Se egli non ne avesse bisogno, essa sarebbe inutile anche a voi”.3

Finché viviamo in un sistema concorrenziale, qualcuno dovrà pur perdere, per far andare avanti chi vince. Per questo abbiamo creato un sistema che ha necessariamente bisogno di un welfare state, per correggere la contraddizione liberista ovvero tutte quelle povere persone che si porta dietro una cinica concorrenza.

A mio avviso dovremmo uscire da logiche concorrenziali, che questa nostra società ha introiettato in ognuno di noi (ma che ci stanno mettendo in ginocchio), e ritornare a logiche comunitarie, in cui l’elemento sociale è più importante dell’elemento individuale. A cosa serve istituire una società di individui che concorrono fra loro, quando già noi stessi abbiamo tutto ciò che serve per vivere in armonia con gli altri?

Questa collettività poi deve prendere come esempio la Natura, come affermò lo stesso Platone: “Anche, tu, misero, sei una di queste e la parte che tu rappresenti sempre mira e tende al tutto, anche se infinitamente piccola, e su ciò a te sfugge che ogni nascer di vita avviene per questo, e cioè affinché nella vita del tutto sia presente un essere della felicità, e non per te viene ad essere quella generazione, ma tu per il tutto”.4

Dobbiamo quindi cercare più comunità e meno individuo.

Forse una citazione di un popolo volto alla comunità, come gli Indiani d’America, può portare tutti noi ad un alto grado di saggezza.

È un discorso di Cervo Zoppo, in cui afferma che: “Prima che arrivassero i nostri fratelli bianchi per fare di noi degli uomini civilizzati, non avevamo alcun tipo di prigione. Per questo motivo non avevamo nemmeno un delinquente. Senza una prigione non può esservi alcun delinquente. Non avevamo né serrature, né chiavi e perciò, presso di noi non c’erano ladri. Quando qualcuno era così povero, da non possedere cavallo, tenda o coperta, allora egli riceveva tutto questo in dono”.5

1Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, a cura di Norberto Bobbio, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 2004, p. 12.

2Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, a cura di Norberto Bobbio, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 2004, p. 15.

3John Ruskin, Fino all’ultimo. Quattro saggi di socialismo cristiano, Marco Valerio Editore, Torino 2010, p. 42.

4Platone, Leggi, in I classici del pensiero, traduzione di Attilio Zadro, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano 2009, p. 342.

5K. Recheis e G. Bydlinski, Sai che gli alberi parlano? La Saggezza degli Indiani d’America, Edizioni Il Punto d’Incontro, Vicenza 1997, p. 122.