La “teoria” dell’uomo buono

“L’uomo è nato libero e ovunque si trova in catene”
Jean-Jacques Rousseau

Per Jean-Jacques Rousseau: “l’essere umano per natura è buono, è poi la società che lo corrompe”. E analizzando i molti fatti accaduti di recente, ma anche lungo tutta la storia, credo che Rousseau non avesse poi tutti i torti. L’essere umano è totalmente condizionato dalla società in cui vive, la quale lo cresce, ma molte volte lo abbandona a se stesso.

Succede spesso, nei fatti di cronaca, che la persona violenta compie l’atto sotto l’effetto di qualche psicofarmaco, come se l’abominio non sarebbe accaduto in una stato mentale normale, e servisse un “aiutino” per forzare quella “parte buona” che lega noi esseri umani.
Infatti, persino nell’abitazione dei terroristi degli attentati di Parigi del 13 Novembre, si è trovato del “Captagon”, un’anfetamina che toglie la paura e dà un senso di onnipotenza a chi l’assume. Droga usata da terroristi  anche in altri casi. Secondo lo scrittore tedesco Norman Ohler, lo stesso Hitler dava al proprio esercito sostanze stupefacenti, in particolare “Pervitin”, per renderlo invincibile.

Sicuramente ci sono casi in cui è una malattia organica celebrale a distruggere quella” parte buona dell’essere umano”, ma solitamente l’uomo deve “alterarsi” per usare violenza ad un altro uomo.

Queste “alterazioni” psico-fisiche possono essere date anche da farmaci che vengono comunemente commercializzati come antidepressivi. Se consultiamo il foglio illustrativo di questi farmaci, noteremo che le controindicazioni sono molto peggiori dei benefici che lo stesso farmaco dovrebbe dispensare.
Se ad esempio analizziamo quello del Prozac, tra gli effetti indesiderati non comuni, che possono interessare fino a 1 paziente su 100, ci sono: “sensazione di distacco da se stessi, strani pensieri, umore eccessivamente elevato, pensieri di suicidio o di farsi del male”; mentre tra quelli rari, che possono interessare fino a 1 paziente su 1000, ci sono: “allucinazioni, attacchi di panico, stato confusionale”.

Ora, che queste controindicazioni, come scrivono le case farmaceutiche, accadano raramente, non mi mette il cuore in pace. Infatti, chi assume questi farmaci non è altro che una mina vagante pronta a scoppiare da un momento all’altro. Come abbiamo già visto negli attentati a Parigi o nelle stragi che hanno compiuto i ragazzi nelle scuole americane, basta solamente una persona che prenda queste pillole e vada via di testa, per massacrarne delle altre, non servono plotoni di uomini.
Questa correlazione “strage e psicofarmaci” è nota già da anni dagli esperti, ma quello che fa più paura è l’incremento nel consumo di antidepressivi che dilaga nei paesi più ricchi e le conseguenze che ne possono derivare.

Già nel 2012, Luca Pani, Direttore Generale dell’AIFA, denunciava un aumento dei farmaci antidepressivi nell’articolo “Come sta cambiando il consumo degli Psicofarmaci in Italia?”.

Ma questo, purtroppo, non è solamente un fenomeno italiano. Basta osservare il report “Health at a Glance – 2015” per capire che si sta espandendo in tutti i paesi più sviluppati. E continua la sua inarrestabile ascesa.

Se il fenomeno è in continuo aumento, significa che stiamo diventando tutti depressi, oppure molte volte questi farmaci vengono prescritti anche se non ne abbiamo veramente bisogno. Per i casi meno gravi, non so quanto valga la pena rischiare la vita solamente perché non siamo in grado di gestire quei piccoli momenti difficili della nostra vita in maniera naturale. Tutti prima o poi ci troviamo ad affrontare dei momenti tragici, ma se non riusciamo ad allenare la nostra psiche senza l’”aiutino” dei psicofarmaci, ci troveremo sempre nell’oblio, e avremo sempre bisogno di una cura più sostanziosa per risolvere il problema.
Per questo, a meno che non ci siano malattie psichiatriche pesanti, credo che valga la pena pensare a quello che si prende, poiché potremmo entrare in un circolo da cui sarà difficile uscirne.

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