La Quarta Rivoluzione Industriale ed il futuro del lavoro

 

Nel bellissimo libro La fine del lavoro, l’autore Jeremy Rifkin afferma che: “Durante la Prima rivoluzione industriale, l’energia prodotta dal vapore venne utilizzata per l’estrazione dei metalli, per la produzione del tessile e per la fabbricazione di una vasta gamma di beni che prima di allora erano stati manufatti. La nave a vapore sostituì quella a vela e la locomotiva prese il posto del carro a cavalli, migliorando notevolmente il processo di movimentazione delle materie prime e dei beni finiti […] La Seconda rivoluzione industriale ebbe luogo tra il 1860 e la prima guerra mondiale. Il petrolio iniziò a competere con il carbone e l’elettricità venne efficacemente imbrigliata per la prima volta, creando una nuova fonte di energia per muovere motori, illuminare le città e fornire comunicazioni in tempo reale. Come avvenne con la rivoluzione del vapore, il petrolio, l’elettricità e le invenzioni del periodo continuarono a spostare il peso dell’attività economica dall’uomo alle macchine […] La Terza rivoluzione industriale iniziò a prendere forma immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, ma solo ora sta iniziando ad avere un impatto significativo sul modo in cui la società organizza le proprie attività economiche. Macchine automatiche a controllo numerico, computer avanzati e programmi sofisticati stanno invadendo anche quella che è rimasta l’ultima sfera di esclusiva pertinenza umana: il dominio della mente. Appropriatamente programmate, queste «macchine pensanti» sono sempre più in grado di svolgere funzioni concettuali, amministrative e gestionali e di coordinare il flusso di produzione, dall’estrazione delle materie prime alla commercializzazione e distribuzione dei beni finali e dei servizi” (pgg. 110-111).

Benché le nuove tecnologie portano giustamente sollievo alla fatica lavorativa umana, esse, però, lasciano anche un grande vuoto: la “disoccupazione tecnologica”. Infatti, Jeremy Rifkin illustra molto bene i risultati che hanno determinato queste tecnologie: “Tra il 1981 e il 1991 si sono persi più di 1,8 milioni di posti di lavoro nell’industria nei soli Stati Uniti. In Germania, gli imprenditori stanno licenziando a un ritmo ancora più rapido, giungendo a cancellare 500.000 posti di lavoro in dodici mesi, tra l’inizio del 1992 e il 1993 […] negli Stati Uniti la produttività annuale, che è cresciuta per tutti gli anni Ottanta a un tasso appena superiore al 1%, con l’avvento della rivoluzione informativa e del re-engineering dell’ambiente di lavoro ha iniziato a crescere a ritmi superiori al 3%. Tra il 1979 e il 1992, la produttività del settore industriale è aumentata complessivamente del 35%, mentre il numero degli occupati è diminuito del 15%” (pgg. 30-31).

Laboursaving” e “re-engineering”. Queste sono oramai le parole che vogliono dire efficienza: massima produttività con minimi costi. Ma esse sono la causa della disoccupazione in costante crescita negli Stati economici più avanzati. Se si dà un’occhiata al tasso di disoccupazione storico degli Stati Uniti, o il tasso storico di disoccupazione nella Comunità Europea (soprattutto in quella giovanile) si può notare questo incremento.

Fra i vari esempi che Jeremy Rifkin propone ci sono: “Percy Barnevik è il chief executive officer della Asea Brown Boveri, un colosso svizzero-svedese da 40.000 miliardi che produce generatori elettrici e sistemi di trasporto […] ABB ha recentemente re-engineerizzato le proprie attività, tagliando 50.000 posti di lavoro, pur riuscendo ad aumentare il fatturato del 60% nello stesso periodo di tempo” (pag. 36).

Oppure un altro che parla della rivoluzione nel settore agricolo: “La rivoluzione meccanica, biologica e chimica dell’agricoltura ha messo sulla strada milioni di lavoratori agricoli: tra il 1940 e il 1950 la manodopera impiegata nel settore agricolo è diminuita del 26% e nel decennio seguente ha acutizzato la tendenza negativa, diminuendo del 35%. Il declino è stato ancor più drastico negli anni Sessanta, quando il 40% della rimanente forza lavoro occupata in agricoltura è stata sostituita dalle macchine. Allo stesso tempo, la produttività agricola è aumentata di più negli ultimi cento anni che in qualsiasi altro periodo, a partire dalla rivoluzione neolitica. Nel 1850, un lavoratore agricolo produceva abbastanza per il mantenimento di quattro persone; oggi, negli Stati Uniti, un singolo lavoratore produce abbastanza da nutrire settantotto persone” (pg. 188).

Nella puntata di Presa Diretta, Il pianeta dei robot, viene menzionato uno studio del 2013, di due economisti, Carl Frey e Michael Osborne The future of employment: How susceptible are jobs to computerisation? Dal suddetto studio emerge che nel prossimo futuro il 47% dei posti di lavoro rischia di essere eliminato dall’automazione nei prossimi 10-20 anni.

Ma anche nell’ultimo “Forum economico mondiale”, tenutosi a Davos, in cui si è parlato delle nuove tecnologie e della Quarta rivoluzione industriale, ne è uscito uno studio intitolato The Future of Jobs – Employment, Skills and Workforce Strategy for the Fourth Industrial Revolution, il quale sostiene che la prossima rivoluzione industriale, ovvero lo sviluppo in genetica, intelligenza artificiale, robotica, nanotecnologie, stampa 3D e biotecnologie, oltre a portare benessere alla società, porterà ad un ulteriore abbattimento dell’occupazione. Sul report si afferma che nel periodo 2015-2020, verranno persi 7,1 milioni di posti.

Alla fine di tutti questi dati preoccupanti, Jeremy Rifkin propone delle soluzioni per risolvere il problema della “disoccupazione tecnologica”: il reddito minimo di cittadinanza, di cui ho già scritto in un mio precedente post; e la diminuzione delle ore settimanali. Per questo ultimo caso, uno degli esempi riportati dall’autore, è quello dell’azienda Digital Equipment, la quale: “ha offerto ai propri dipendenti l’opzione di lavorare quattro giorni la settimana con una riduzione della retribuzione del 7%: dei 4000 dipendenti dell’azienda, 530 […] hanno scelto la settimana abbreviata. La loro decisione ha salvato 90 posti che sarebbero altrimenti stati sacrificati al re-engineering” (pg. 360).

Dopo tali dimostrazioni ci potrebbe venire da pensare a cosa serve massimizzare i costi e la produzione, attraverso l’automazione, se poi non c’è nessuno a cui vendere ciò che produciamo? In fondo sono le persone che consumano non i robot!

Salvare i posti di lavoro o il lavoratore? Queste saranno le grandi questioni del prossimo futuro, poiché per quanto possiamo essere lieti dell’avvento tecnologico che solleva il lavoratore dallo sforzo fisico, togliamo pure il lavoro a moltissime persone che con quel mestiere avrebbero il modo di consumare. E fintantoché restiamo in un sistema economico mercantile, basato sulla domanda e sull’offerta, in questo maniera la domanda diminuirà contrapponendo un’offerta sovrabbondante!

Chi consumerà? L’automa?

A meno che non intervenga un nuovo sistema economico che lo sostituisca.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *