I “negazionisti delle scienze climatiche”

Il quotidiano inglese The Guardian1, in un articolo di alcuni mesi fa, ha esposto un’analisi sulla distinzione di linguaggio per gestire la crisi climatica in corso. Per la capo-redattrice del giornale Katharine Viner, infatti, non serve più scrivere “scettico sul clima” per chiunque neghi l’inquinamento climatico, ma dovremmo usare dei termini più appropriati ovvero “negazionista delle scienze climatiche”.

É vero che il negazionismo ci porta indietro di molti anni e a ricordi funesti, ma dobbiamo dare il nome giusto alle cose, per non ripetere gli stessi errori. Se anche dopo l’ennesimo studio scientifico che conferma l’aggravarsi dell’inquinamento ambientale, ci sono ancora persone che negano questo problema, siamo di fronte a una grande difficoltà. Poiché negare un fatto senza avere nessuna prova o argomentazione a proprio sostegno, porta necessariamente a un diniego senza appello. Come se la negazione da sola bastasse alla sua autorevolezza.

Si può negare intenzionalmente o non intenzionalmente, ma alla fine ciò che comporta tale decisione, non fa altro che spegnere fin dall’inizio il bisogno di complessità che dovrebbe avere invece ogni fatto: non lo si approfondisce, come bisognerebbe fare, poiché la riflessione sarebbe troppo faticosa intellettualmente e quindi si sceglie di non affaticarsi ulteriormente, bloccando ogni meditazione e conseguente sviluppo di una giustificazione.

Un negazionista, quindi, non affronta individualmente l’argomento perché non ne ha la competenza o la capacità di discernimento, ovvero le basi intellettuali e culturali per affrontare un fatto e allora si affida totalmente ad un altro, delegando il proprio pensiero a una persona a cui lui da credito, come può essere per esempio un politico. La sua scelta, quindi, non sarà basata sulla razionalità ovvero su un’elucubrazione personale, ma sarà di tipo irrazionale, ancorata da un legame passionale e quindi molto più difficile da scardinare rispetto a una ragionata, le cui argomentazioni servono a poter cambiare idea o farsene una diversa anche da quella cui si ha aderito. In quella irrazionale ogni argomentazione non serve e non scolpisce il legame passionale verso quella persona. Come per esempio succede nella relazione sentimentale in cui siamo legati da un sentimento e smussando le angolature e i difetti dell’altro non ci accorgiamo delle contrapposizioni negative.

Al di là della buona o cattiva fede esistono poi i negazionisti la cui causa nasce da un interesse personale come quello del presidente del Brasile Jair Bolsonaro, il quale ha licenziato lo scienziato brasiliano Ricardo Galvão colpevole di aver diffuso i dati sulla deforestazione della foresta brasiliana. Gli incendi sono aumentati del 83% in un anno2. Gli incendi sono spesso dolosi e causati da allevatori che vogliono più terra3.

Il presidente ha sostenuto le proprie tesi affermando che gli incendi in Amazzonia sono causati dalle ONG che lo vogliono mettere in cattiva luce4. Questa però sarebbe la classica scusa per una “teoria dei complotti”, che verrebbe tirata in ballo ogni qualvolta non si hanno nessun tipo di prove a sostegno della propria tesi. Da una parte abbiamo lo scienziato Ricardo Galvão, che attraverso anni di studi e risultati scientifici, afferma l’esistenza di una deforestazione, dall’altra il presidente Bolsonaro, il quale non ha nessun tipo di prova a sostegno della propria tesi. Perché allora credere a Bolsonaro?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che l’inquinamento sia ambientale che domestico causa 7 milioni di morti all’anno, 5,6 milioni di morti per malattie non trasmissibili e 1,5 decessi per polmonite. È necessario aumentare uno sviluppo sostenibile per diminuire le morti, come sostenuto nell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Interventi efficaci sono fattibili e compatibili con la crescita economica e un’azione tempestiva può avere un effetto migliorativo5.

Dobbiamo fidarci della scienza che, nonostante abbia commesso degli errori nel corso della storia, rimane sicuramente l’ultimo baluardo di questo nostro folle mondo in cui non mancano le teorie bizzarre. Per fortuna ci sono le nuove generazioni che stanno rispondendo molto bene al problema dell’inquinamento climatico a cui sono molto sensibili6 e che spero subentrino meravigliosamente a quelle vecchie, come la Storia ci ha sempre insegnato.

1 https://www.theguardian.com/environment/2019/may/17/why-the-guardian-is-changing-the-language-it-uses-about-the-environment

2https://www.corriere.it/esteri/19_agosto_21/amazzonia-brucia-record-d-incendi-norvegia-germania-tagliano-fondi-4f0e2d7c-c3e5-11e9-b4f3-f200f033f7a0.shtml

3 https://www.corriere.it/esteri/19_agosto_21/amazzonia-brucia-record-d-incendi-norvegia-germania-tagliano-fondi-4f0e2d7c-c3e5-11e9-b4f3-f200f033f7a0.shtml

4 https://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2019/08/22/bolsonaro-ong-bruciano-amazzonia-per-attaccarmi_BpHHWCEld9ctk3HJl6xW5L.html

5 https://www.who.int/phe/news/clean-air-for-health/en/

6 http://www.scrittivirtuali.it/il-corso-dei-verdi-europei/

La conflittualità fra Bene e Male

L’essere umano è sempre stato condizionato dall’ambiente che lo circonda e quindi dalle persone che lo affiancano. Perciò l’azione che si prefigge l’individuo è sempre limitata ad un contesto sociale.

La persona può volgere verso il Bene (per esempio facendo solidarietà) o verso il Male (per esempio rubando). Il Bene e il Male non sono mai un fatto a se stante. Essi sono sempre figli di una comunità che favorisce il fiorire dell’uno o dell’altro. Noi esseri umani, quindi, agiamo in continua contrapposizione tra ciò che ci dice la nostra ragione e ciò che l’ambiente esterno condiziona in noi. Il Male, quindi, non è mai una vicenda da combattere nella persona che lo commette, ma penso debba essere rimandato a una comunità troppo assente. Infatti, mettendo l’individuo colpevole in prigione si punisce l’episodio singolo, ma non si combatte il Male, poiché l’omicidio, per esempio, come azione rimarrebbe. In questo modo noi condanniamo il colpevole diretto di un episodio, senza comprendere che tale azione si potrebbe prevenire attraverso una politica sociale e comunitaria che protegga l’individuo e lo metta in condizioni di non commettere questo Male.

Noi, invece, cerchiamo sempre un colpevole perché non abbiamo il coraggio di guardarci dentro come comunità e comprendere come colui che fa del Male vive con noi. Non abita in un paesino sperduto. È parte di noi e non possiamo sistemare il tutto incolpandolo come se fosse una persona affetta dal Male assoluto, che una volta eliminata, si porterebbe pure la colpa con sè.

Nell’antichità si festeggiava il capro espiatorio ovvero si prendeva un capro e lo si sacrificava per farsi perdonare i peccati dell’intera comunità. Veniva preso un simbolo terzo che doveva servire a espiare le colpe dell’intera collettività, usandolo per la remissione dei peccati individuali. Noi oggi non facciamo altro che prendere un capro espiatorio per espiare i peccati della nostra società, senza chiederci se non sia la società stessa ad aver creato i presupposti affinché si compia l’azione. Purtroppo non analizziamo dentro di noi le cause di quello che avviene fuori.

Noi esseri umani siamo un continuo equilibrio tra naturale istinto individuale di sopravvivenza, per esempio trovare il cibo per vivere, che si contrappone al bisogno dell’Altro, per esempio nell’amore o nell’amicizia, in cui prevalgono la considerazione e l’approvazione, in una continua ricerca di accettazione da parte dell’Altro (i social network ne sono un esempio). Quell’amicizia che secondo Aristotele sarebbe una delle virtù necessarie nelle nostre vite. Scrive il filosofo: “Giacché essa è una virtù o è accompagnata da virtù, ed è, inoltre, assolutamente necessaria alla vita. Infatti, senza amici, nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni; anzi si ritiene comunemente che siano proprio i ricchi e i detentori di cariche e di poteri ad avere il più grande bisogno di amici” continua Aristotele: “Quando si è amici, non c’è alcun bisogno di giustizia, mentre, quando si è giusti, c’è ancora bisogno di amicizia ed il più alto livello della giustizia si ritiene che consista in un atteggiamento di amicizia”1. Per questo dobbiamo cercare di convivere con tutte queste nostre varie sfaccettature e cercare di indirizzarle verso un bisogno collettivo, poiché da soli moriremmo in un istante. La nostra società occidentale volta al consumismo ci insegna, invece, ad essere autosufficienti e fare a meno degli altri, senza comprendere che senza gli altri nessuna collettività esisterebbe.

Il Bene e il Male quindi sono vissuti all’interno della comunità in cui si vivono, e i tanti esperimenti di psicologia sociale ci confermano tale asserzione. Come per esempio nella Teoria delle finestre rotte. Il professore di Psicologia alla Stanford University, Philip Zimbardo, fece un esperimento sulla scia di questa ipotesi, mettendo un’automobile in un quartiere povero come il Bronx ed una in un quartiere ricco come Palo Alto. La macchina nel Bronx venne smontata pezzo per pezzo e rubate le loro parti, mentre quella a Palo Alto rimase intatta. Questo perché come concluse Zimbardo: “Il disordine pubblico sarebbe uno stimolo situazionale al reato, insieme con la presenza di delinquenti”2.

Perciò dobbiamo volgersi ad una comunità che rispetti l’Altro, in ogni sua forma, poiché una collettività volta al Bene è possibile.

1Aristotele, Etica Nicomachea, testo greco a fronte, Edizioni Bompiani, Milano 2013, p. 299.

2Philip Zimbardo, L’effetto Lucifero, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008, p. 34.

La capitana Carola Rackete

Da 12 giorni la nave dell’ONG Sea Watch, con 43 migrati a bordo, è bloccata al largo di Lampedusa1. Il Governo italiano, infatti, ha appena varato il Decreto Sicurezza Bis, che inasprisce le pene contro chi favorisce la migrazione irregolare. Salvare le persone in mare non dovrebbe essere illegale ma la legge, voluta e scritta dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, afferma che chiunque la violi è multato fino a 50.000 euro, con il sequestro dell’imbarcazione.

La capitana della Sea Watch, Carola Rackete, ha affermato però di voler violare questa legge ed entrare a Lampedusa, poiché lo stato delle persone sulla nave starebbe degenerato giorno dopo giorno e alcune di esse vorrebbero buttarsi in mare. È una situazione insostenibile, afferma la capitana, ma salvare le persone dichiara:“Viene prima di qualsiasi gioco politico e incriminazione“2. Afferma Carola in un’intervista: “Ho potuto frequentare tre università, sono bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto ho sentito un obbligo morale: aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità”3.

Io come lei credo che violare una legge iniqua come quella che vieta di salvare le persone in difficoltà in mare, sebbene sia un gesto forte, in questo caso non può che essere approvato per la stessa emergenza che ne deriva da esso. A nessuno, infatti, verrebbe in mente di fermare un mezzo di soccorso che stesse portando urgentemente delle persone in ospedale.

Per questo il gesto della capitana Rackete è un gesto estremo, come estrema e discriminante è la legge in questo caso. Persino l’ONU ha condannato il Decreto Sicurezza Bis, poiché sarebbe contro ogni principio umano (vedi anche Il corso dei Verdi europei).

Il ministro Matteo Salvini purtroppo semplifica il problema dell’immigrazione, invece di comprendere la differenza fra due cose molto distinte: salvare le persone che hanno bisogno di soccorso in mare, che deve essere il punto primo della lista; e il tema dell’immigrazione ovvero di come distribuire i migranti, argomento che va discusso con gli altri Paesi europei, in un secondo momento. Perciò il principio di umanità non deve soccombere per costruire una società aperta verso l’Altro. Ma per fare questo non dobbiamo fare politiche discriminatorie verso gli ultimi e gli emarginati poiché da essi deriva la qualità della nostra società.

1https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/24/migranti-sea-watch-da-12-giorni-in-mare-con-43-migranti-chiede-intervento-della-corte-di-strasburgo-per-sbarcare-in-italia/5277773/

2https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/26/sea-watch-chi-e-carola-rackete-la-capitana-che-ha-forzato-il-blocco-italiano/5283720/

3https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/26/sea-watch-chi-e-carola-rackete-la-capitana-che-ha-forzato-il-blocco-italiano/5283720/

Il corso dei Verdi europei

Nei giorni scorsi si sono svolte le elezioni europee che hanno sancito un nuovo corso Verde all’interno dei vari Paesi, forse pesato anche dall’esempio della giovane Greta Thunberg, promotrice della manifestazione ambientalista del 15 marzo scorso, Global Strike For Future, in cui circa un milione di persone in tutto il mondo, soprattutto giovani, hanno manifestato contro il cambiamento climatico e il riscaldamento globale. Sarebbe in atto quindi una svolta in tutta Europa, poiché i Verdi hanno conquistato, nel Parlamento europeo, altri 15 seggi in più rispetto alle elezioni precedenti. Sebbene in Italia non abbiano raggiunto la percentuale per superare lo sbarramento, la situazione nel resto dell’Europa però è di buon auspicio1.

Con 69 seggi il gruppo Verdi europei/Ale sono il quarto gruppo parlamentare europeo, in continua crescita: In Irlanda, per esempio, con il 15% sono il secondo partito del Paese; In Germania sono il secondo gruppo con il 20,50%; in Francia sono il terzo partito con il 13,47%; in Finlandia il secondo con il 16%; nel Regno Unito raggiungono l’11,10%; in Svezia arrivano all’11,40%2.

Questi dati ci mostrano, sebbene in lenta ascesa, come i cittadini europei si stiano svegliando da un letargo durato per troppo. Mentre gli scienziati ci hanno messo in guardia da molto tempo sull’inquinamento ambientale e ciò che ne potrebbe derivare, molti Paesi sono ancora refrattari a comprendere tale cambiamento, soprattutto se comportasse la presa di decisioni drastiche o frenare gli interessi individuali di qualche lobbista. Si vede che ci voleva proprio la giovane Greta a diventare il simbolo di questa lotta.

L’Italia è sempre stata lenta a percepire e comprendere i grandi fenomeni nel corso della Storia. Per questo, da noi ha vinto la Lega di Matteo Salvini, il quale non ha mai preso in considerazione l’inquinamento ambientale, poiché la sua preoccupazione principale sembrerebbe l’immigrazione, visto che ha portato in Consiglio dei Ministri il Decreto Sicurezza Bis, nel quale avrebbe inserito delle norme sanzionatorie, attraverso multe salate, per chi soccorre i migranti in mare. L’ONU ha già precisato al Governo che questo decreto violerebbe i diritti umani3. Come può il leader della Lega multare degli individui che hanno avuto come unica colpa quella di aver soccorso e salvato delle persone dalla morte sicura? Credo che questa ennesima gaffe del ministro dell’Interno parli da sola.

In questo maniera, infatti, la Lega di Salvini non fa altro che diventare un partito esclusivo di se stesso e non inclusivo delle altre realtà, come invece farebbe un partito di buon senso, perché egli non ha compreso che la ricchezza e la salvezza dell’Europa non può che avvenire insieme, includendo l’Altro nel processo decisionale e cercando di ampliare sempre di più un progetto ambientalista che diventi mondiale, poiché a un inquinamento anche parziale si richiede una risposta globale.

1https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/27/europee-ascesa-dei-verdi-a-bruxelles-boom-in-germania-francia-irlanda-e-finlandia-ma-in-italia-non-superano-lo-sbarramento/5210898/

2https://risultati-elezioni.eu/

3https://www.repubblica.it/cronaca/2019/05/18/news/onu_decreto_sicurezza_bis_violazione_diritti_umani-226606452/

I conflitti dell’animo umano

 

L’attacco terroristico di Christchurch, avvenuto in Nuova Zelanda il 15 marzo scorso, che ha coinvolto una moschea e un centro islamico e in cui hanno perso la vita 50 persone e ne hanno ferite altrettante, mostra come un esempio sbagliato possa essere lo spunto per compiere azioni infamanti. Infatti, Brenton Tarrant, il terrorista che ha compiuto la strage, portava incise sulle proprie armi di battaglia i nomi degli individui che lo hanno ispirato. Uno fra questi è Luca Traini, il responsabile di un attentato a Macerata nel quale sono rimaste ferite sei perone tutte immigrate.

Fra gli altri nomi trovati sull’arma di Brenton Tarrant si trovava pure quello di Anders Breivik, fautore dell’attentato avvenuto il 22 luglio 2011 in Norvegia, che è costato la vita a 77 persone innocenti.

È lo stesso emulatore Tarrant a ergersi orgogliosamente come paladino dei neonazisti di tutto il mondo, contro tutte quelle persone che professano la fede islamica, poiché tale religione, a suo avviso, sarebbe la causa dei vari attentati terroristici di matrice radicale.

Nello stesso giorno delle stragi in Nuova Zelanda, circa un milione di persone in tutto il mondo, soprattutto giovani, si sono trovate nelle piazze per il Global Strike For Future, per protestare contro il cambiamento climatico, dopo l’iniziativa lanciata dalla sedicenne svedese Greta Thunberg, la quale ha manifestato ogni venerdì  negli ultimi mesi davanti al Parlamento del suo Paese, fino a portare l’attenzione ai vertici più in alto, giungendo a parlare all’assemblea delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, tenutosi in Polonia il 4 dicembre del 2018.

L’esempio di questa giovane ragazza ha portato milioni di persone in piazza a manifestare per una cosa bellissima come la protezione del clima e della Natura, e quindi di tutti noi. Non è un caso che nella stessa giornata un pazzo in Nuova Zelanda provocasse la morte, mentre dall’altra milioni di individui proteggessero la vita. Poiché questa è la contraddittorietà dell’animo umano, perché la vita è la potenza volta al bene per cui vale la pena battersi. E una moltitudine di persone spinte da esempi positivi, vincono sulla minoranza negativa che nega l’Altro e tutto ciò che deriva dalla sua dis-integrazione.

Questa dicotomia esprime molto bene i conflitti del nostro tempo, ma mentre i terroristi rimangono casi isolati e sono l’esempio negativo da non emulare, la massa di individui che hanno protestato contro i cambiamenti climatici, proteggendo la Natura, ci mostra l’esempio più bello che tutti noi potremmo diventare, in quanto esseri umani, quando siamo uniti e in sintonia con l’Altro. Per questo servono degli “esempi positivi” che neutralizzino il sorgere di istinti negativi. Poiché è possibile portare le persone a imitare le cose belle e buone della nostra vita.

Dentro di noi può vivere il bene o il male, e a seconda di quello che vogliamo seguire, la nostra vita e quella degli altri sarà condizionata in meglio o in peggio. E la considerazione dell’Altro nelle nostre relazioni è necessaria per una visione completa e olistica dell’insieme Natura, poiché un confronto senza di esso non è pensabile e creerebbe solamente quegli scontri e squilibri che portano a una discordia fra gli elementi naturali e alla negatività. Mentre noi dobbiamo essere generatori di Bene.

La disuguaglianza secondo l’Oxfam

L’ultimo rapporto dell’Oxfam intitolato Bene pubblico o ricchezza privata ? descrive come la disuguaglianza fra gli individui in tutto il mondo sia sempre un fattore emergenziale e continui a incrementare il numero delle persone più povere. Poiché i ricchi lo sono sempre di più e tutto ciò a scapito dei più indigenti. Ma la politica sembra ancora inerte ad ascoltare il grido di dolore degli emarginati.

Dopo la crisi finanziaria, il patrimonio dei pochi miliardari è aumentato di 2,5 miliardi di dollari al giorno. Nonostante gli introiti, questi soggetti e le grandi imprese sono stati sottoposti pure a un regime fiscale molto basso, che li avvantaggerebbe. Ma per gli Stati questo provoca delle conseguenze molto gravi, poiché è con queste tasse che i nostri governanti legiferano. Avere meno entrate, quindi, significherebbe non avere più insegnanti nelle scuole o le cure da somministrare negli ospedali, mettendo in seria difficoltà i più bisognosi e quindi i più poveri, privilegiando i più benestanti che possono usufruire di un servizio privato migliore. In questo squilibrio le donne rimangono le più penalizzate poiché lavorano molte ore, senza essere retribuite.

Lo sbilanciamento che si origina da questa disuguaglianza è devastante, poiché se da una parte incrementa la ricchezza a un numero esiguo di individui che diventano sempre più agiati, dall’altra questa decurtazione non riesce a rifornire dei servizi basilari l’altra maggioranza della popolazione mondiale, facendo diminuire così i servizi nelle scuole per i bambini e per le cure essenziali negli ospedali.

Basta indicare alcuni dati inseriti nello studio citato per confermare tale analisi. In questi ultimi 10 anni, dopo la crisi finanziaria, la ricchezza dei più benestanti è cresciuta di 900 miliardi di dollari in tutto il mondo, mentre quella della metà più indigente, composta da 3,8 miliardi di persone, è diminuita dell’11%.

Gli individui più ricchi sono sempre di meno: l’anno scorso soltanto 26 persone (contro i 43 dell’anno precedente) possedevano tanta ricchezza quanto la metà più povera della popolazione, ovvero 3,8 miliardi di individui.

Per fare un esempio, la relazione afferma che: “Il patrimonio dell’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos (proprietario di Amazon) è salito a 112 miliardi di dollari. Appena l’1% di questa cifra equivale quasi all’intero budget sanitario dell’Etiopia, un Paese con 105 milioni di abitanti”.

Tutto ciò accade con l’aiuto di un sistema fiscale tra i più bassi. Ecco perché una buona tassazione porterebbe più gettito nelle casse dello Stato che incrementerebbe in questa maniera le spese per i più poveri: per la scuola, gli ospedali e tutti quei servizi basilari e necessari per ognuno di noi. Negli Stati ricchi in media si è passati da una tassazione al reddito sulle persone fisiche del 62% nel 1970, al 38% nel 2013. Per farci un’idea, nelle zone del mondo con un’economia in via di sviluppo è del 28%.

Perciò fra imposte dirette e indirette, in alcuni Stati, il 10% più povero della popolazione, in proporzione, paga più tasse del 10% più ricco. Se i Governi, invece, facessero pagare all’1% più agiato un’aliquota di solamente lo 0,5%, si garantirebbe un gettito superiore alla somma necessaria per mandare a scuola 262 milioni di bambini che non hanno tale possibilità ed elargire pure quell’assistenza sanitaria che potrebbe salvare la vita a 3,3 milioni di individui.

Lo studio si conclude acclarando che: “Nei Paesi con un maggiore livello di disuguaglianza il clima di fiducia è più scarso e la criminalità è più elevata. Le società più inique sono anche quelle “meno felici” e in cui persino lo stress e le patologie mentali mostrano livelli più elevati”.

Il testo, poi, analizza anche questa differenza nelle donne e nei bambini: “Gli individui più ricchi del mondo sono prevalentemente uomini. A livello globale le donne guadagnano il 23% in meno degli uomini e gli uomini possiedono il 50% in più della ricchezza detenuta dalle donne”. Dobbiamo quindi riequilibrare queste storture che abbiamo creato verso donne e bambini, poiché: “Un recente sondaggio in 13 Paesi in via di sviluppo ha rilevato che la spesa per istruzione e salute ha determinato il 69% della riduzione totale della disuguaglianza”.

Concludendo, i punti chiave su cui lavorare per affrontare e abbattere queste disuguaglianze dovrebbero essere in primo luogo il riconoscimento del lavoro femminile e successivamente la rimodulazione di quei regimi fiscali che favorirebbero solamente gli individui ricchi e le multinazionali. Gli investimenti pubblici nella scuola e nella salute poi rimangono le grandi necessità e i temi fondamentali che ogni collettività dovrebbe affrontare per combattere le differenze all’interno di essa.

Perché, come si evince pure nel report, la felicità di ognuno di noi passa da queste accortezze. Infatti, l’unione e l’aggregazione dovrebbero guidare le leggi di uno Stato. Poiché le persone più ricche non esisterebbero se non a scapito di quelle povere e un riequilibrio di queste due forze necessita di una correzione. Per questo dobbiamo essere più equi e riacquistare quel senso di collettività che stiamo perdendo. Infatti, non potremmo mai esistere soli, se non con l’Altro.

I “Lager” moderni

Mentre l’ex-Ministro dell’Interno Marco Minniti e l’attuale Matteo Salvini fanno a gara per prendersi il merito di aver fatto diminuire gli sbarchi nel nostro paese, nessuno di loro si chiede che fine abbiano fatto tutte quelle persone che non arrivano più in Italia. Gli accordi con la Libia, infatti, siglati dall’ex-Ministro Minniti hanno contribuito a diminuire il flusso della migrazione, ma a quale prezzo? Dove sono finite tutte queste persone?

Ci può aiutare il report pubblicato il 20 dicembre 2018 dall’ONU intitolato Desperate and Dangerous – Report on the human rights situation of migrants and refugees in Libya, un racconto sulla condizione dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati in Libia, il quale mette in luce quest’aspetto: ovvero gli effetti collaterali che hanno purtroppo prodotto questo compromesso fra gli Stati.

La relazione afferma che: “Durante il loro transito e soggiorno in Libia i migranti e i rifugiati subiscono inimmaginabili orrori. Dal momento in cui mettono piede sul suolo libico, diventano vulnerabili a uccisioni illegali, torture e altri maltrattamenti, detenzione arbitraria e privazione illegale della libertà, stupri e altre forme di violenza sessuale e di genere. Schiavitù e lavoro forzato, estorsione e sfruttamento da parte di attori sia dello Stato che non statali”.

Questo report si basa su 1300 resoconti raccolti di prima mano dai funzionari dei diritti umani dell’UNSMIL (Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia), in 11 centri di detenzione per immigrati in Libia, in cui sostano prima della loro partenza in Europa, in cerca della libertà.

L’UNSMIL ha anche documentato la tortura e altri maltrattamenti, il lavoro forzato, lo stupro e altre forme di violenza sessuale commesse dalle guardie nei DCIM, impunemente, mentre molti di coloro che sono reclusi in questi centri sono sopravvissuti a orrendi abusi da parte di contrabbandieri e trafficanti e avrebbero bisogno di assistenza medica e psicologica. Nonostante le prove schiaccianti di violazioni dei diritti umani le autorità libiche sono state finora incapaci o riluttanti a porre fine a tutto ciò.

L’OHCHR (Alto commissariato delle Nazioni Unite) e l’UNSMIL raccomandano all’Unione europea e agli Stati membri che intensifichino le loro operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo e facilitino il lavoro di soccorso da parte di queste navi gestite da organizzazioni umanitarie. Infatti, sono queste imbarcazioni ONG, tanto odiate da alcuni politici che le vedrebbero come la causa di quella situazione d’emergenza, ma che invece sarebbero proprio la soluzione migliore e più appropriata per gestire una situazione d’urgenza come quella.

Perciò le ONG sono l’ultimo baluardo d’umanità che rimane a emblema di questa Europa martoriata oramai da migliaia e migliaia di morti in mare, senza nessuna risposta da parte della politica che invece dovrebbe interessarsi in prima istanza a queste problematiche. Poiché se tu politico non sei il primo a creare le basi per la migrazione legale, l’illegalità prenderà il sopravvento. Servirebbero quindi più regole d’inclusione verso l’Altro, anziché abbandonarlo alla misera e alla violenza. Dobbiamo riscoprire quell’umanità che abbiamo in ognuno di noi.

Società a responsabilità capitalistica

Società a responsabilità capitalistica è un libro che prende spunto dalle molte problematiche che sono presenti attualmente nella nostra società, in cui l’individuo (accumulatore di beni e denaro per sé senza rispetto per l’Altro), ha vinto e sta, pian piano, surclassando la comunità, nella quale si sarebbe imposto rispetto ai più poveri e quindi ai più deboli, perché il denaro è diventato l’unico simbolo cui ambire, e le distorsioni sociali che ne stanno derivando non stanno promettendo niente di buono.

In questa opera ho cercato di evidenziarne alcune fra le più incredibili. Poiché la comunità e il rispetto per l’Altro devono andare a braccetto in ogni società degna di questo nome, perché non dobbiamo lasciare indietro nessuno.

Il libro è costituito da alcuni post presenti anche nel blog e ad altri capitoli inediti.

L’origine della disuguaglianza fra gli uomini per Rousseau

 

Il filosofo del Settecento Jean-Jacques Rousseau, nella sua opera Origine della disuguaglianza, racconta molto bene come questa diversità sia nata fra gli uomini. Secondo Rousseau, infatti, l’evoluzione dell’essere umano si sarebbe svolta in due fasi: prima nell’uomo selvaggio; e poi nell’uomo civile. L’uomo selvaggio era armonizzato con la natura e non aveva altri bisogni al di fuori di essa: il nutrimento e gli istinti primari non lo differenziavano dall’animale, se non per la qualità di “agente libero” dalla cui azione naturale, però, poteva sottrarsi. Questa libertà di agire, rispetto all’animale, non sarebbe la sola qualità presente nell’uomo, infatti secondo Rousseau, ci sarebbe pure la “facoltà di perfezionarsi” che crea in esso il bisogno di migliorare la propria situazione, ma porterebbe a ogni sua sventura. Scrive: “Questa facoltà distintiva e quasi illimitata è la sorgente di tutte le sventure dell’uomo, che è essa che, con la forza del tempo, lo trae da quella condizione naturale nella quale egli passerebbe giorni tranquilli e innocenti, ed è essa che, facendone di secolo in secolo sviluppare l’intelligenza e gli errori, i vizi e le virtù, a lungo andare lo rende tiranno di se stesso e della natura” […] L’uomo selvaggio, privo di ogni sorta di lumi, non prova che le passioni di quest’ultima specie: i suoi desideri non vanno al di là dei bisogni fisici; i soli beni che egli conosca nell’universo sono il nutrimento, una femmina e il riposo; i soli mali che tema sono il dolore e la fame […] la sua immaginazione non gli prospetta niente; il suo cuore non gli chiede nulla. I suoi parchi bisogni si trovano così facilmente soddisfatti, ed è così lontano dal grado di conoscenza che è necessario per aver desideri più grandi che non può avere né previdenza né curiosità.1

Col tempo, dice Rousseau, l’uomo selvaggio comincia ad emanciparsi dal suo stato naturale conducendolo all’uomo che è diventato ora. Infatti, l’essere in stato di natura e quello civilizzato, conclude il filosofo, sono completamente diversi poiché: “Il primo non desidera altro che quiete e libertà, altro non desidera che restare in ozio, e la stessa imperturbabilità degli Stoici non si avvicina alla sua profonda indifferenza per ogni altra cosa. Invece il cittadino è sempre attivo, suda, si agita, si tormenta continuamente per cercare occupazioni delle più faticose, lavora fino a morire, e anzi corre alla morte per mettersi in condizione di vivere, oppure rinuncia alla vita per conquistare l’immortalità; fa la corte ai potenti che odia e ai ricchi che disprezza, non bada a spese per ottenere l’onore di servirli, si vanta con orgoglio della sua bassezza e della loro protezione; e, fiero della sua schiavitù, parla con disprezzo di quelli che non hanno l’onore di condividerla”.2

L’uomo selvaggio quindi rimanendo all’interno dei vincoli della natura, sarebbe armonizzato ad essa, la quale lo avrebbe dotato solamente dei bisogni più prossimi. Ma poiché nell’essere umano vive pure la qualità del perfezionamento e del miglioramento di sé, si sarebbe svincolato da quell’istinto primitivo per aprirsi verso l’ignoto. Questa sua libertà l’avrebbe pagata a caro prezzo, poiché da essa è derivato pure un castigo. Infatti afferma il filosofo: “E questa è, di fatto, la vera causa di tutte queste differenze: che il selvaggio vive in se stesso, mentre l’uomo socievole, sempre fuori di sé, invece sa vivere soltanto nell’opinione degli altri, ed è, per così dire, soltanto dal loro giudizio ch’egli trae il sentimento della propria esistenza […] come, riducendosi tutto alle apparenze, tutto divenga fittizio e simulato – onore, amicizia, virtù, e spesso persino i vizi, di cui si finisce col trovare il modo per gloriarsene; insomma come, domandando sempre agli altri quello che siamo e non osando mai interrogare noi stessi in proposito, in mezzo a tanta filosofia, tanta umanità e civiltà e tante massime sublimi non abbiamo che un’apparenza esterna ingannatrice e frivola, onore senza virtù, ragione senza saggezza e piacere senza felicità. Mi basta di aver provato che questo non è lo stato originario dell’uomo ed è soltanto lo spirito della società e della disuguaglianza da questa generata che cambia e altera in tal modo le nostre inclinazioni naturali”.3

Rousseau ci racconta poi che questa civilizzazione porta l’uomo a scontrarsi con la moda del possesso, del mio e del tuo, e quindi diviene necessaria la legge per governarci, poiché non siamo più in grado di convivere con gli altri. Ma è proprio da questo che nascerebbe il nostro guaio. Infatti, afferma che: “Con passioni così poco attive e un freno così salutare gli uomini, più brutali che cattivi e più preoccupati di guardarsi dai mali che potrebbero minacciarli che tentati di farne altrui, non andavano soggetti a risse molto pericolose, dal momento che non c’erano fra loro alcuna specie di commercio e di conseguenza non conoscevano né la vanità, né la considerazione, né la stima, né il disprezzo: non avevano la minima nozione del mio e del tuo, né alcuna vera idea di giustizia; consideravano le violenze che per caso subivano come un male facile da ripararsi e non come un’ingiuria che bisogna punire; e non pensavano pure a vendicarsi, se non forse meccanicamente e immediatamente, come il cane che morde il sasso che gli si tira […] Come principio bisogna ammettere che più le passioni sono violente, più sono necessarie le leggi per contenerle: ma, oltre al fatto che i disordini e i delitti provocati quotidianamente in mezzo a noi da queste passioni provano abbastanza l’insufficienza, a questo riguardo, delle leggi, sarebbe anche opportuno esaminare se questi disordini non siano nati proprio con le leggi, perché in tal caso, quand’anche fossero in grado di reprimerli, il meno che si dovrebbe esigere sarebbe che esse fermassero un male che senza di esse non esisterebbe […] Ed è anche più ridicolo l’immaginarsi i selvaggi che si sgozzano incessantemente per soddisfare la loro brutalità, per il fatto che questa opinione è direttamente contraria all’esperienza, e che i Caraibi, quello fra i popoli esistenti che si è meno allontanato dallo stato di natura, sono proprio i più pacifici negli amori e i meno soggetti alla gelosia, sebbene vivano sotto un clima ardentissimo che sembra rendere più attive queste passioni”.4

Sebbene non credo siano le caverne il posto a cui aspirare, tutto il discorso di Rousseau è molto interessante per capire come l’essere umano civilizzandosi abbia perso completamente l’armonia che lo legava alla natura. In fondo la cultura non ha fatto altro che crearci delle sovrastrutture che ci hanno allontanano inesorabilmente dai principi naturali. Dobbiamo ritornare quindi al contatto con essa per non perdere per sempre quell’equilibrio. Poiché abbiamo già questa qualità da sempre dentro di noi, prima ancora della cultura e dell’educazione, spetta solamente a noi riscoprirla. Afferma Rousseau che: “C’è un altro principio [..] dato all’uomo per addolcire in certe circostanze la ferocia del suo amor proprio, o (prima della nascita di questo amor proprio) del suo desiderio di conservazione, tempera l’ardore che egli ha per il suo benessere con una ripugnanza innata a veder soffrire il proprio simile. Non credo di correre il rischio di cadere in contraddizione accordando all’uomo la sola virtù naturale che anche il detrattore più spinto delle virtù umane è stato costretto a riconoscere all’uomo: voglio dire la pietà, disposizione che conviene a esseri tanto deboli e soggetti a tanti mali come siamo noi, virtù tanto più universale e tanto più utile all’uomo in quanto in lui precede l’uso di qualsiasi riflessione e tanto naturale che persino le bestie ne danno qualche volta dei segni sensibili […] Difatti, che cosa sono la generosità, la clemenza, l’umanità, se non pietà verso i deboli, i colpevoli o verso la specie umana in generale? Persino la benevolenza e l’amicizia sono, a ben guardare, effetti di una pietà costante, fissata su di un oggetto particolare: giacché il desiderare che qualcuno non soffra che altro è se non desiderare che sia felice? Quand’anche fosse vero che la compassione altro non è che un sentimento che ci mette al posto di colui che soffre – sentimento oscuro e vivo nell’uomo selvaggio, sviluppato ma debole nell’uomo civile”.5

Infine, per il filosofo, la pietà sarebbe la vera e la sola grande virtù che vive dentro ognuno di noi e fa in modo tale che si possa convivere con gli altri come in una comunità. Tutti noi quindi siamo in grado di provare quella compassione che genera empatia verso l’Altro. Infatti: “È dunque certissimo che la pietà è un sentimento naturale che temperando in ogni individuo l’attività dell’egoismo concorre alla mutua conservazione di tutta la specie. È la pietà che ci porta senza riflettere a soccorrere coloro che vediamo soffrire; è essa che, nello stato di natura, tiene il luogo di legge, di costume e di virtù, con il vantaggio che nessuno è tentato di disobbedire alla sua dolce voce; è essa che distoglierà ogni selvaggio robusto dal togliere a un bambino debole o a un vecchio infermo il cibo acquisito con tanta fatica, quando abbia la speranza di trovare altrove il suo; è essa che, al posto di questa sublime massima di giustizia razionale “fa agli altri quello che vorresti fosse fatto a te,” ispira a tutti gli uomini quest’altra massima di bontà naturale, assai meno perfetta ma forse più utile della precedente: “procura il tuo bene con il minor male possibile per gli altri.” In una parola, è in questo sentimento naturale piuttosto che in argomentazioni sottili che bisogna cercare la causa della ripugnanza provata da tutti gli uomini a far del male, anche indipendentemente dalle massime dell’educazione”.6

Sebbene, come dice Rousseau, sia il miglioramento una parte della nostra anima, questa emancipazione è anche la causa di tutte le nostre tribolazioni. Ma senza dover tornare a quelle origini, perché non ricostruire una comunità in cui esistano pochi bisogni essenziali per l’essere umano, anziché una collettività come quella odierna in cui le passioni illimitate creano solamente disuguaglianza e quindi ingiustizia? Se è vero che siamo esseri che cerchiamo il miglioramento è pure vero che il nostro spirito di adattamento è la virtù che ci fa superare le situazioni più difficili. Perciò se questo fosse giustamente il nostro destino dovremmo dosare bene le due qualità e indirizzarle verso un senso comune.

La grande filosofia che mette in scena Rousseau, nel libro, è la dicotomia che si origina con l’evoluzione dell’essere umano, poiché se da una parte ci sono gli istinti che lo uniscono alla natura; dall’altra lo gettano in una dimensione tutt’altro che predefinita. Infatti di tutti gli esseri viventi (vegetali e animali) l’uomo è il solo in grado di destabilizzare gli equilibri naturali e quindi di tutti noi. Ma se da una parte questa dimensione umana civilizzata avrebbe un lato negativo, dall’altra, se lo impariassimo a comprendere avrebbe necessariamente un lato positivo. Spetta a noi quindi cercare la bellezza e il bene nella Natura.

La cosa interessante che ne esce dall’opera è lo spirito di adattamento dell’uomo. Quella mente che abbiamo usato per adattarci alle varie culture del mondo, ci fa comprendere come potremmo assorbire qualsiasi cosa senza nessuna complicazione, poiché l’elasticità del nostro cervello è una delle nostre potenzialità. Questo sarebbe l’auspicio per il futuro, poiché se non c’è niente che non possiamo fare con la nostra mente, possiamo creare qualsiasi cosa. Dobbiamo stare solamente attenti a non allontanarci troppo dai canoni naturali, i soli che ci possano guidare in questo mare di potenzialità umana. Perché sebbene noi non siamo esseri malvagi, ma possiamo essere condizionati verso il bene o il male, l’esempio che diamo sarà molto importante per la nostra comunità..

 

1 Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 47-50.

2 Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 105-106.

3 Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, p. 106.

Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 64-66.

Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 61-63

Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 63-64.

Gli effetti collaterali degli smartphone e dei social

Nella puntata di Presa Diretta, intitolata Iperconnessi, andata in onda il 15 ottobre scorso, si è esaminato il tema di come questa nostra tecnologia digitale degli smartphone, oltre a proiettarci verso il futuro, sarebbe pure la causa di alcuni effetti collaterali per la nostra salute. Infatti, che i social network guadagnino sulla pubblicità commissionata dalle grande aziende ogni qualvolta noi clicchiamo sui loro portali non penso sia un segreto ormai per nessuno, ma questa gratuità del servizio viene pagata a caro prezzo da queste imprese che ovviamente si aspettano da noi un ritorno, ovvero il pagamento con la nostra attenzione cliccando sulle loro piattaforme. Secondo James Williams, ex Google strategist, Ricercatore Univ. Oxford, e conoscitore del settore, l’utente medio per Facebook vale tra i 5 e i 6 dollari l’anno. Ci sono migliaia di ingegneri e programmatori da tutto il mondo, continua il ricercatore, che studiano affinché noi rimaniamo su questi siti. È il loro modello di business e in questa guerra dei click, per noi ignari e inconsapevoli, non possiamo che uscirne sconfitti.

Sebbene già da sola questa notizia farebbe sobbalzare molte persone, il vero turbamento sarebbe l’effetto di tale attenzione in ognuno di noi. Secondo i professori Erik Peper e Richard Harvey, del Dipartimento educazione alla salute, San Francisco State University, ogni volta che riceviamo un messaggio, una e-mail o guardiamo lo smartphone il nostro cervello inizia a rilasciare la dopamina e l’endorfina sostanze responsabili del nostro piacere, ma è anche in quel momento che ha inizio la nostra dipendenza, poiché quando non abbiamo con noi il cellulare, proviamo un senso di perdita identico a quello che si proverebbe durante una crisi di astinenza da droga.

Ma un altro aspetto molto importante correlato all’uso degli smathphone, che emerge dal programma, è la capacità manipolatoria che questi social network avrebbero a livello sociale. Secondo James Williams, ex Google strategist, Ricercatore Univ. Oxford, le notizie che leggiamo sui social sarebbero frutto di una scelta intenzionale da parte delle piattaforme. Se è vero che questi siti guadagnano a ogni nostro click, è naturale che cercheranno di indurci a rimanerci il più possibile. Per catturare la nostra attenzione, però, farebbero leva sulle parti più basse e più impulsive di ognuno di noi. Continua James Williams: “Le piattaforme digitali ci forniscono una specie di ricompensa psicologica e l’indignazione è una ricompensa strepitosa, poiché ci dà un senso di identità con quelli che la pensano come noi. Ci fa sentire parte di una tribù”. Basti pensare che secondo Vox-Osservatorio sui diritti, ogni anno circolano 547.100 messaggi di odio, e i social li alimenterebbero.

Perciò questi pensieri negativi vengono poi canalizzati in ogni nostra azione inconsapevolmente. Non è un caso che ovunque attorno a noi sia frequente assistere ad episodi d’ira verso l’Altro, anziché il rispetto reciproco. Jaron Lanier, sviluppatore Microsoft e saggista aggiunge che: “L’algoritmo che deve decidere che cosa proporti cerca un feedback immediato e le emozioni che sorgono più velocemente sono la paura, la rabbia, l’insicurezza, il risentimento, la gelosia. Sono emozioni economiche, nel senso che basta poco per farle scattare e durano nel tempo. Poiché lo scopo dell’algoritmo è coinvolgerti sempre di più, sceglie di mostrarti ed enfatizzare i contenuti che causano queste reazioni. E questo meccanismo rende le persone più irascibili, più paranoiche”.

Forse è proprio per questo che siamo sempre più arrabbiati e irascibili e temiamo l’Altro come fosse un pericolo poiché non riusciamo, come affermano gli esperti intervenuti nel programma, a sederci un attimo e pensare più in profondità alle cose. Ci fanno credere che la rapidità è un simbolo del futuro, ma la complessità vuole lentezza, richiede quel tempo che viene purtroppo banalizzato dalla celerità del mezzo tecnologico.

Le conseguenze di tutto questo condizionamento non possono che portarci a convivere con una società che non riesce a darsi pace. Questi social toccano le parti più basse di noi esseri umani e condizionano i nostri umori negativamente, indirizzando la nostra rabbia verso i più fragili e gli indifesi. Infatti, si conclude il video raccontando l’esperimento di “contagio emozionale” commissionato sei anni fa da Facebook su quasi 700.000 utenti scelti a caso. Modificando l’algoritmo che decide in che successione mandarci o non mandarci i post, gli scienziati hanno spedito ad alcuni parole positive come “amore, bello, dolce”, e ad altri parole con la caratteristica negativa come “antipatico, dolore, brutto”. Il risultato di questa ricerca è che a seconda del tipo di messaggi che venivano mandati agli utenti, essi cambiavano d’umore.

Quindi, un messaggio negativo li avrebbe portati a pensieri brutti e ostili, anche se poco prima erano felici. E tutto ciò inconsapevolmente da parte dell’utente facendolo diventare più incline al disagio e più disposto alle bassezze morali. Ma questo non siamo noi! Dobbiamo fare più attenzione a quel mezzo che sono i social, all’apparenza innocui, ma che sarebbero la causa di tanti malumori fra le persone. Anzi, sembrerebbero proprio i veri “responsabili morali” di questa nostra società così malata e poco tollerante, che sostiene l’individuo a scapito della comunità.