Carlo Rovelli e il suo Helgoland

Alcuni giorni fa ho letto un’intervista dello scienziato Carlo Rovelli, il quale presentava il nuovo libro Helgoland.

In quest’intervista, fatta da Sky, il fisico afferma che: “La realtà sia fatta di relazioni prima che di sostanze”.1 Questa frase ci porta, quindi, a scoprire come l’esistenza delle cose non sia più fatta in maniera statica ovvero con della materia morta, ma che esprime un’esistenza in continua relazione. Ogni fenomeno è in stretta relazione l’uno con l’altro. Questa affermazione non può che portarci a una conclusione molto interessante, poiché se tutto è relazione è anche vero che nessuno è dispensato da tale legame.

Potremmo pensare la realtà come fosse un sistema olistico in cui il collegamento e il rapporto con le altre particelle non può che renderci uniti in una collettività.

Quindi se senza questa relazione il mondo non esisterebbe dobbiamo intuire come il rapporto fra particelle del micro-mondo, sia importante per capire anche il macro-mondo ovvero quello degli esseri umani in cui questa relazione è fondamentale per la propria sopravvivenza.

Volevo concludere con un’altra frase del fisico Carlo Rovelli il quale afferma che: “La scienza – dice il fisico – è stata estremamente efficace: ci ha dato aerei e macchine, ci ha allungato la vita di trenta/quarant’anni. Ma è riuscita a farlo perché non ha mai dato per certo e indubitabile ciò che riteniamo sia vero. E questo vale sia per le grandi scoperte sia per la pratica quotidiana”.

1 https://tg24.sky.it/lifestyle/libri-carlo-rovelli-helgoland-intervista

La razza non esiste

L’omicidio di Willy Monteiro Duarte1, mi ha riportato alla mente una trasmissione, Quante storie, in cui l’antropologo Marco Aime, ha esposto il proprio libro intitolato Classificare, separare, escludere. Razzismi e identità.

Marco Aime afferma come: “I volti e le sfumature assunti dai fenomeni legati all’idea di razza. Un’idea sbagliata, se applicata agli umani, come sappiamo ora grazie agli studi di genetica”.2 Quindi non esistono popoli superiori e popoli inferiori, ma solamente modi diversi di affacciarsi e adattarsi al mondo, visto che la nostra identità è formata per un terzo dal DNA, un terzo dall’istruzione che riceviamo e un terzo dall’ambiente in cui viviamo, che ci condiziona, e potrebbe così frenare quella parte più pulsionale se è giustamente istruita.

Noi abbiamo paura del diverso e della diversità, finché non la conosciamo. Se ci rapportassimo a essa e cercassimo di comprenderla, non sarebbe più un problema, ma una risorsa. Per questo è più facile dare la colpa a un’altra persona anziché riflettere sulla nostra vita, sui nostri errori e creare un rapporto di apertura. Poiché avere sempre un capro espiatorio allontana un problema da noi nel breve periodo, ma col tempo non può che tornarci indietro maggiormente amplificato.

Dobbiamo essere aperti all’altro, altrimenti non si può pensare di costruire una società degna di questo nome.

1 https://roma.repubblica.it/cronaca/2020/09/08/news/ragazzo_ucciso_a_colleferro_si_valuta_l_aggravante_razziale-266573802/

2 Marco Aime, Classificare, separare, escludere. Razzismi e identità. Ed. I Maverick,, p. IX.

La pena di morte negli USA

Pochi giorni fa il Governo USA ha eseguito la sua prima condanna a morte federale dopo la sospensione avvenuta nel 2003.

I parenti delle vittime avrebbero preferito la pena dell’ergastolo come alternativa1, ma non è stato abbastanza per evitare questa drammatica esecuzione.

Avevo già scritto in un altro post Le pene alternative al carcere 2, volevo solamente aggiungere che punire le persone non serve a molto, si potrebbe fare come si sta facendo in Italia da un po’ di tempo ovvero affidare ai servizi sociali quelle che commettono degli errori, poiché devono reinserirsi nella comunità e non chiuderle in una prigione fuori dal mondo e tenerle isolate.

Si è visto poi in altri Stati come servirebbe un sistema premiale che porti le persone a una sana e positiva disposizione, anziché un sistema di pene che come abbiamo visto non sembrerebbe funzionare, basti vedere in Paesi come gli USA che hanno ancora la pena di morte e un alto tasso di reati.

L’altro giorno ho sentito un politico dire che: “Metterli in galera e buttare via la chiave”. Io credo che oltre a una certa impressione, questa frase, che è realmente quello che abbiamo fatto in tutti i Paesi finora, non serva a nulla, poiché non ha risolto il problema. Per questo servono delle soluzioni alternative.

1https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/07/14/usa-via-libera-alla-prima-esecuzione-federale-dal-2003-ucciso-daniel-lewis-lee-in-indiana/5867296/

2http://www.scrittivirtuali.it/le-pene-alternative-al-carcere/

La rivoluzione di Hong Kong

A dicembre sorso, nel programma Che tempo che fa (01/12/19)1, Roberto Saviano ha raccontato la storia coraggiosa dei giovani di Hong Kong, che hanno portato la rivoluzione in piazza, dopo anni di limitazioni democratiche da parte del loro Governo

Uno dei punti fondamentali di questa manifestazione è l’assoluto movimentismo con un tratto caratteristico: non esiste nessun leader, poiché questi giovani non vogliono disperdere la forza che sta nella totalità.

Ci sono naturalmente dei “simboli” in questa protesta, che portano avanti le gesta di tutti e uno di questi è Joshua Wong, che a 23 anni è sceso in piazza con i suoi coetanei per proteggere la democrazia ormai morente nel suo Paese. È lui stesso a confermarlo: «Non chiamatemi leader […] Non ci fermeremo mai».2 La situazione a Hong Kong è sempre più degradante come continua Joshua: «Qui nessuno si sente più sicuro. Soltanto libere elezioni, come chiediamo, potranno mettere fine a questa situazione […] La gente di Hong Kong non si fermerà fino a che non otterrà quello per cui si sta battendo con coraggio: una vera democrazia e la fine delle minacce da parte di Pechino».3

La determinazione di questo ventitreenne non può che suscitare un senso di ammirazione da parte mia, poiché sebbene questa lotta sia limitata a Hong Kong, questo deve farci riflettere su come è facile perdere in un attimo tutto ciò che davamo per assodato, o come dice Saviano, credere che la libertà di comprare sia la democrazia. Perciò è molto importante fare i conti con quello che siamo noi come Paese e difenderla, ogni qualvolta venga degenerata.

Anche se su di un altro piano, poiché i problemi honkonghesi sono molto più gravi, ma il movimento delle Sardine è un altro esempio di un gruppo di persone in cui non c’è un leader. E questo è un loro punto di forza, poiché come ci insegna la Storia, i leader sono destinati a fallire col tempo.

Nella Grecia antica nacque la democrazia ovvero il sistema in cui il popolo (ai tempi solamente una piccola parte) prendeva parte attivamente all’assemblea legislativa. Questa democrazia oggi la stanno difendendo i giovani honkonghesi, portando a casa delle riforme molto importanti.

1 https://www.raiplay.it/video/2019/12/Che-Tempo-Che-Fa-roberto-saviano-7c659da8-182c-4be1-85f8-4adbf64628d5.html

2 https://www.corriere.it/esteri/19_novembre_10/joshua-wong-noi-ragazzi-hong-kong-vogliamo-liberta-4948a196-03f6-11ea-a09d-144c1806035c.shtml

3 https://www.corriere.it/esteri/19_novembre_10/joshua-wong-noi-ragazzi-hong-kong-vogliamo-liberta-4948a196-03f6-11ea-a09d-144c1806035c.shtml

La scuola finlandese

Nel documentario di Presa Diretta, intitolato Il modello Finlandia, si racconta come il Paese scandinavo sia passato da tassi d’istruzione bassissimi (negli anni Settanta), fino a diventare il primo del mondo occidentale, grazie a enormi investimenti nella scuola pubblica (sono il doppio rispetto all’Italia).

La prima scuola che viene visitata è l’equivalente al biennio delle nostre superiori. Ha strumenti musicali che tutti possono suonare ma che appartengono all’Istituto. La musica, dicono, aiuta l’apprendimento. C’è poi educazione domestica dove i ragazzi e le ragazze imparano a badare a loro stessi, poiché si vogliono formare persone indipendenti e che stiano bene nella vita.

La lezione di letteratura viene fatta in un’aula appropriata a facilitare la concentrazione: si trova in una biblioteca con i libri a portata di mano, le scrivanie come quelle di casa e una luce poco invadente. Come dice un’insegnante: “Qui si privilegia il lavoro di gruppo”.

Il Preside di Isoniittu di Klaukkala, Samuli Salonen, confessa che: “I nostri insegnanti non danno compiti a casa o ne danno pochi, perché l’idea è quella di lavorare bene e intensamente in classe, e lasciare più tempo libero a casa, per stare con la famiglia, con gli amici, per avere hobby, per essere giovani. E funziona. Il risultato di cui vado più orgoglioso è che i miei studenti arrivano tutti alla fine del percorso scolastico. Nessuno abbandona e quasi tutti si iscrivono all’Università. È molto meglio studiare con il sorriso sulle labbra e la mente aperta, piuttosto che arrabbiati e con la mente chiusa”.

Come afferma il documentario uno dei gioielli pubblici finlandesi si trova a Espoo (Istituto che va dall’infanzia fino all’adolescenza). Come dice Hanna Sarakorpi, la Preside della Scuola Esopoo: “Sono scritte sul muro le parole al centro del nostro sistema educativo: gratitudine; comunità; prendersi cura, perché quando gli studenti stanno bene imparano meglio”. Come conferma l’intervistatrice: “La scuola ha una bellissima aula di musica, un teatro, una palestra, tutto gratuito, senza rette né contributi da parte delle famiglie”.

La differenza con il sistema italiano è che in Finlandia non ci sono giudizi negativi. Si va dal bravo al bravissimo. Non guardando quindi ai singoli test, ma all’impegno dei ragazzi. O come dice un’insegnante: “Le valutazioni sono tutte positive. Noi crediamo che i feedback positivi aiutino l’apprendimento, perché rinforzano l’autostima. Tutti hanno un potenziale dentro e noi cerchiamo di tirarlo fuori”.

Il sistema finlandese ha basi scientifiche come spiega benissimo la Neuroscienziata dell’Università di Helsinki Minna Houtilainen: “Si potrebbe pensare che sia utile per l’apprendimento studiare molte ore, per tanti giorni. In realtà le neuroscienze ci dicono che non è così. Apprendere non significa solamente ricevere informazioni. Prima di tutto dobbiamo prenderci cura del nostro cervello, quindi dormire bene, mangiare bene, divertirsi, avere tempo libero, praticare attività fisica. È davvero molto importante non stressare gli studenti, perché lo stress ostacola l’apprendimento”.

Con questo metodo, in Finlandia il 93% degli studenti si diploma e il 66% prosegue gli studi all’Università. È la percentuale più alta d’Europa.

Per il Preside Hannu Rantala del Liceo Sibelius, la chiave del successo del sistema finlandese si può riassumere in una parola: “Fiducia. Perché io ho fiducia negli insegnanti, gli insegnanti hanno fiducia negli studenti e gli studenti hanno fiducia negli insegnanti. È un circolo virtuoso e tutto questo è possibile perché abbiamo degli insegnanti davvero preparati”.

Se non ho mai apprezzato i sistemi punitivi come deterrente, questo documentario conferma i miei dubbi in quei metodi. La fiducia nelle persone ha un potere molto forte e il sentirsi parte di qualcosa di più di se stessi è gratificante. Il sistema finlandese mostra come noi esseri umani abbiamo bisogno dell’Altro e della sua fiducia. Non servono quindi voti negativi o sistemi di punizione poiché ogni singola persona non è fine a se stessa, ma è il risultato di una collettività.

La filosofia di Okinawa

Nel libro di Franco Berrino e Luigi Fontana, intitolato La Grande Via. Alimentazione, movimento, meditazione per una lunga vita felice, sana e creativa, edizioni Mondadori, oltre a suggerirci un’alimentazione più salutare, essi ci raccontano di una popolazione, la più longeva al mondo, che vive su di un’isola chiamata Okinawa. Qui i centenari sono quasi il triplo rispetto agli Stati Uniti e all’Italia.

Consumano prevalentemente legumi e un po’ di cereali integrali, mangiano pochissimo pesce e raramente carne. Praticano delle lunghe passeggiate, una danza locale e le arti marziali che come dice il maestro di karate Gichin Funakoshi: «Proprio come la superficie di uno specchio pulito riflette le immagini senza distorsione, così lo studente di karate deve purgare se stesso da pensieri egoistici e malvagi, perché solo con una mente e una coscienza limpida potrà capire il significato della vita e assorbire tutto ciò che incontrerà durante il suo cammino terreno».

La vita spirituale è una delle parti fondamentali per gli abitanti di Okinawa, a casa tutti possiedono un piccolo altare e ogni mattina pregano, ringraziando i propri antenati. Secondo il professor Makoto Suzuki, cardiologo e geriatra: «Queste preghiere aiutano a ridurre lo stress e a calmare la mente».

La filosofia che ne traggono queste persone è molto ottimistica, uno dei loro detti è: “Nan kuru nai sa, che significa: «Non preoccuparti, andrà tutto bene». Sono convinti che qualsiasi cosa accada nella vita abbia un significato positivo e serva a farci crescere e maturare”.

Un altro pilastro della cultura per gli abitanti dell’isola è il grande senso di appartenenza alla comunità e al culto per le persone anziane, che sono rispettate e protette o come dice un altro detto dell’isola Tusui ya takara, che significa: «Gli anziani rappresentano un tesoro per noi», o il proverbio che afferma Shikinoo chui shiihii shiru kurasuru, ovvero: «Viviamo in questo mondo aiutandoci l’un l’altro». L’individualismo è quindi bandito dall’isola, poiché l’altro è necessario alla loro esistenza.

Purtroppo dopo l’avvento dei fast food sull’isola, grazie all’arrivo dell’esercito americano, le condizioni di salute stanno peggiorando. Che la dieta occidentale, ovvero mangiar male ed escludere l’altro, sia da gettare alle ortiche, lo sapevamo da tempo. Infatti essa ci ha solamente resi degli individualisti sofferenti, che non sono in grado di stare al mondo.

L’esempio di Okinawa, invece, ci mostra la strada giusta da percorre per alimentare la mente e il corpo, che sono tutt’uno e non possiamo più considerarli singolarmente poiché il condizionamento che hanno a vicenda li rendono un singolo organo da accudire. Per questo la lezione che ne possiamo trarre è che in fondo la felicità è determinata da un cura di noi stessi, che non può essere slegata da un sentimento di inclusione verso l’altro, coltivando il tutto con saggezza.

Una nuova dimensione

In tempo di Coronavirus, mi sembrava giusto fare comunque alcune riflessioni, sebbene sia difficile in questi momenti di paura far affidamento alla ragione, cercando di ritrovare un appiglio da cui ripartire.

La prima cosa che viene in mente è che la politica, finalmente, ha messo da parte i battibecchi inutili, riportando in auge la competenza dei tecnici (in questo caso degli scienziati), da molto tempo tacciati di essere troppo specialisti. Abbiamo scoperto, poi, che la salute è più importante dell’economia e che un virus non fa né distinzioni sociali né economiche. Abbiamo compreso che siamo tutti sulla stessa barca e ogni remata è indispensabile per il galleggiamento dell’intera società.

Paradossalmente la Cina, che non è un Paese democratico, a noi Italiani ci ha aiutati fornendoci quelle mascherine e tamponi fondamentali, prima ancora che tutti gli altri Stati europei lo facessero1.

Uno dei benefici, se così si può dire, che condividiamo con la città cinese di Wuhan, la prima ad aver avuto quest’epidemia, è la riduzione dell’inquinamento. Infatti sono bastati pochi giorni per determinare un’aria più pulita nelle varie zone colpite2.

Data source: Tropospheric Monitoring Instrument (TROPOMI) on ESA’s Sentinel-5 satellite Image credit: Josh Stevens / NASA Earth Observatory
Fonte: Dal profilo Twitter di Santiago Gassò, ricercatore dell’Università di Washington e della Nasa. Il Nord dell’Italia tra il 14 febbraio e il 8 marzo.

Come sempre da una brutta situazione dobbiamo trarne una più prolifica, perché ne verremo fuori, ancora più forti di prima. Ma questo avverrà nel momento in cui cominceremo a comprenderci come una comunità di persone, poiché come abbiamo visto, da soli non esistiamo. E questa circostanza può portare all’apertura di una nuova fase, in cui è la collettività di persone a essere messa al primo posto rispetto agli egoismi dei singoli individui, che non riescono ad avere una visione d’insieme.

1 https://tg24.sky.it/cronaca/photogallery/2020/03/20/coronavirus-italia-lombardia-dispositivi-medici-cina.html

2 https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/12/coronavirus-in-un-mese-calati-i-livelli-di-smog-nel-nord-italia-le-immagini-a-confronto/5734349/

3 https://earthobservatory.nasa.gov/blogs/earthmatters/2020/03/05/how-the-coronavirus-is-and-is-not-affecting-the-environment/

La nostra casa: la Terra

Nel bellissimo documentario di Presa Diretta intitolato Il polmone blu, andato in onda alcuni giorni fa, si è raccontato come i mari e gli oceani, negli corso degli anni, abbiano subito dei drammatici mutamenti riconducibili al cambiamento climatico. La risorsa necessaria per tutti gli esseri naturali soffre delle enormi violazioni a cui non riusciamo a reagire incisivamente. Da questi dati si evince come siamo noi esseri umani ad aver disonorato sistematicamente il nostro pineta.

Il biofisico Eric Karsenti, direttore scientifico di Tara Oceans, un progetto che studia da anni gli organismi marini, afferma che: “Come gli alberi, i microrganismi marini producono ossigeno utilizzando acqua, luce e CO2 e la stessa materia di cui sono fatti. L’ossigeno è solo un prodotto di scarto per loro, un sottoprodotto della fotosintesi […] il plancton è alla base della catena alimentare. Senza di esso non ci sono pesci. Ed è importante anche per il clima perché oltre a produrre ossigeno sequestra CO2. Il riscaldamento globale ha un impatto drammatico sul plancton”.

Lo spiega molto bene anche Bianca Silva, ricercatrice EMBL Roma: il plancton, deputato ad assorbire la nostra CO2 e rilasciarci ossigeno, fatica nella sua impresa. Se si scalda l’atmosfera terrestre, infatti, le temperature degli stessi mari si alzano e non riescono più a liberarci ossigeno. Per questo perseverando a inquinare con la CO2, blocchiamo questo sistema naturale che il pianeta usa per preservarci.

Dobbiamo, quindi, cambiare il nostro stile di vita e ce lo conferma pure un altro scienziato climatologo Michael Mann, direttore ESSC Pennsylvania State University, che ha scoperto l’hockey stick, che lui stesso descrive nel documentario: “Noi abbiamo solo un secolo di misurazioni dirette da termometri diffusi in tutto il mondo che ci dicono sostanzialmente che la Terra si è riscaldata in questo secolo. Ma non ci dicono quanto sia insolito questo cambiamento. Quindi abbiamo utilizzato degli archivi naturali come gli alberi e i coralli per ricostruire il clima nel passato più lontano. E quello che abbiamo dimostrato è che 1000 anni fa le temperature erano relativamente miti. Poi si sono raffreddate durante la piccola era glaciale. E poi nel secolo scorso si sono impennate. Quella curva ha la forma di una mazza da hockey […] questo fenomeno non ha precedenti e ha a che fare con l’attività umana”

Questi solleciti vengono dalla scienza e ci invitano a fare presto. Molti Stati, però, come ho già scritto in un altro post I negazionisti delle scienze climatiche, sembrano non prendere seriamente questi allarmi. Dobbiamo cambiare radicalmente il nostro stile di vita, che oltre a essere borioso e senza alcun senso, ridimensiona e mette in pericolo l’unica casa che noi abitiamo: la Terra. Non abbiamo un’altra possibilità. Per questo è grande la responsabilità che ci lega a tutto il pianeta.

La Regola d’oro

Il libro di Vito Mancuso, La forza di essere migliori, ci svela la necessità di ritornare a una morale condivisa. È davanti agli occhi di tutti noi come il rispetto verso l’altra persona sia caduto molto in basso. Ci servirebbe, quindi, un riequilibrio per armonizzare la nostra società facendo crescere la voglia di stare insieme.

Purtroppo, in nome della libertà di dire quello che vogliamo abbiamo dimenticato completamente quella altrui, scordandoci che non possiamo vivere senza l’altro. Questa emancipazione che nutre l’egoismo dell’individuo si è nel tempo molto aggravata.

In questo bellissimo libro, l’autore ci rivela quella legge fondamentale che ha regnato in tutta la Storia, nelle varie comunità dell’essere umano. È La regola d’oro: “Non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te”. Dall’Occidente all’Oriente, dal Cristianesimo al Buddhismo, una legge universale ha accomunato tutti noi e ci ha messi di fronte a una necessità ovvero l’Altro, da cui deriva la nostra sopravvivenza. Se anche solamente questa regola fosse interiorizzata, ne beneficierebbe tutta la comunità.

Ecco alcuni esempi che Vito Mancuso esemplifica più dettagliatamente nel libro1.

Zoroastrismo: “Quello che è bene per tutti e per ciascuno, per chiunque, quello è bene per me”;

Hinduismo: “Non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te”;

Buddhismo: “Una condizione, che non è gradita o piacevole per me, non lo deve essere neppure per lui”;

Confucianesimo: “La Via del Maestro consiste nell’agire con la massima lealtà e non imporre agli altri quel che non si desidera per sé”;

Ebraismo: “Non fare a nessuno ciò che non piace a te”;

Cristianesimo: “E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro”;

Islam: “Nessuno di voi crede veramente fino a quando non desidera per suo fratello ciò che desidera per sé”.

1 Vito Mancuso, La forza di essere migliori, Ed. Garzanti, Milano 2019, pp. 331-335.

Le pene alternative al carcere

Se la pena servisse come deterrente per abbattere i reati, gli Stati Uniti, che hanno il tipo di condanna peggiore che possa essere prevista ovvero la pena di morte, dovrebbero essere il Paese con il più basso tasso di criminalità e quindi di recidiva, la quale misura la percentuale di persone che appena uscite dal carcere commettono nuovamente un crimine. Guardando i dati gli Stati Uniti hanno invece un alto tasso, poiché si stima che il 68% dei prigionieri liberati vengono arrestati entro i prossimi 3 anni, il 79% entro 6 anni, e l’83% entro 9 anni dal rilascio1.

La Norvegia invece può vantare una percentuale di recidiva molto bassa, del 20%2, e questo risultato penso sia stato raggiunto dal proprio modello alternativo di considerare la pena, cercando di realizzare veramente un reinserimento nella società di tutti i prigionieri. Si chiama “open prison” e ne avevo già parlato nel post Il carcere buono, in cui descrivevo gli effetti positivi di una prigione che cerca sul serio di reintegrare le persone che sbagliano, attraverso la fiducia e la riabilitazione sociale. Questa è una breve trascrizione di un articolo apparso sul New York Time intitolato The Radical Humaneness of Norway’s Halden Prison che parlava della prigione di Halden in Norvegia. L’articolo descriveva che: “Non c’erano rotoli di filo spinato in vista, senza recinzioni elettriche letali, senza torri presidiate da cecchini – niente di violento, minaccioso o pericoloso. Nessun prigioniero ha mai cercato di scappare […] non solo non c’è la pena di morte in Norvegia, non ci sono condanne a vita; la pena massima per la maggior parte dei crimini è di 21 anni […] Nel 1998, il Ministro della Giustizia norvegese rivalutò i metodi e gli obiettivi da eseguire nelle carceri, ponendo l’accento sulla riabilitazione attraverso l’istruzione, la professionalità lavorativa e la terapia […] nel 2007 si fece particolare attenzione su come aiutare i detenuti a trovare alloggio e lavoro con un reddito costante, prima di essere rilasciati […] il servizio correzionale? Sottolinea quello che si definisce “sicurezza dinamica”, una filosofia che mette nei rapporti interpersonali tra il personale e i detenuti il fattore primario nel mantenimento della sicurezza all’interno della prigione […] Non ci sono telecamere di sorveglianza nelle classi o nella maggior parte dei laboratori o nei luoghi comuni o celle stesse. I detenuti hanno la possibilità di agire ma hanno scelto di non farlo. In 5 anni, la cella di isolamento arredata non è mai stata utilizzata”3.

La bassa recidiva nelle pene alternative ci indica la strada da compiere per non commettere l’errore di credere che una punizione molto incisiva possa servire come deterrente. Secondo lo studio Rassegna penitenziaria e criminologica del 2007, il tasso di recidiva per i carcerati che subiscono una condanna senza misura alternativa è del 68,45%. Se il detenuto invece ha subito una pena alternativa al carcere la percentuale si abbassa notevolmente poiché solamente meno di 2 casi su 10 sono recidivi4.

Come conferma pure il 15 rapporto dell’Associazione Antigone (Associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale), le misure alternative al carcere, oltre ad abbattere il tasso di recidiva, costerebbero allo Stato meno di un decimo di una prigione classica5. Un altro dato molto interessante è quello estrapolato dalla ricerca di Francecso Drago e Roberto Galbiati, intitolata Indirect Effects of a Policy Altering Criminal Behavior. Evidence from the Italian Prison Experiment. Questi studiosi avrebbero preso un campione di 20.000 detenuti in una prigione italiana e i risultati confermano che la propensione a delinquere di una persona dipende dal comportamento di colui con cui a condiviso il carcere6.

Questa serie di informazione dovrebbe far comprendere come se da una parte l’esempio negativo provochi nelle persone le bassezze più infime, dall’altra parte dobbiamo dare degli esempi belli o perlomeno cercare forme premiali per creare le basi di un giusto reinserimento da parte di una persona che avrà pure sbagliato, ma deve avere un’altra possibilità, poiché come ci insegnano le biografie di chi commette i reati, queste azioni nascono quando si lotta per la sopravvivenza e quando non si ha un’idea di una comunità, e se non si cerca di reintegrare nella società chi sbaglia, egli rischierà di reiterare quel reato all’infinito, e non avrà nessun senso collettivo a guidarlo.

1https://nij.ojp.gov/topics/articles/measuring-recidivism

2 http://wp.unil.ch/space/publications/recidivism-studies/

3 https://www.nytimes.com/2015/03/29/magazine/the-radical-humaneness-of-norways-halden-prison.html

4 Rassegna penitenziaria e criminologica – 2007

5 https://www.antigone.it/quindicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/misure-alternative/

6 Indirect Effects of a Policy Altering Criminal Behavior. Evidence from the Italian Prison Experiment