Una nuova dimensione

In tempo di Coronavirus, mi sembrava giusto fare comunque alcune riflessioni, sebbene sia difficile in questi momenti di paura far affidamento alla ragione, cercando di ritrovare un appiglio da cui ripartire.

La prima cosa che viene in mente è che la politica, finalmente, ha messo da parte i battibecchi inutili, riportando in auge la competenza dei tecnici (in questo caso degli scienziati), da molto tempo tacciati di essere troppo specialisti. Abbiamo scoperto, poi, che la salute è più importante dell’economia e che un virus non fa né distinzioni sociali né economiche. Abbiamo compreso che siamo tutti sulla stessa barca e ogni remata è indispensabile per il galleggiamento dell’intera società.

Paradossalmente la Cina, che non è un Paese democratico, a noi Italiani ci ha aiutati fornendoci quelle mascherine e tamponi fondamentali, prima ancora che tutti gli altri Stati europei lo facessero1.

Uno dei benefici, se così si può dire, che condividiamo con la città cinese di Wuhan, la prima ad aver avuto quest’epidemia, è la riduzione dell’inquinamento. Infatti sono bastati pochi giorni per determinare un’aria più pulita nelle varie zone colpite2.

Data source: Tropospheric Monitoring Instrument (TROPOMI) on ESA’s Sentinel-5 satellite Image credit: Josh Stevens / NASA Earth Observatory
Fonte: Dal profilo Twitter di Santiago Gassò, ricercatore dell’Università di Washington e della Nasa. Il Nord dell’Italia tra il 14 febbraio e il 8 marzo.

Come sempre da una brutta situazione dobbiamo trarne una più prolifica, perché ne verremo fuori, ancora più forti di prima. Ma questo avverrà nel momento in cui cominceremo a comprenderci come una comunità di persone, poiché come abbiamo visto, da soli non esistiamo. E questa circostanza può portare all’apertura di una nuova fase, in cui è la collettività di persone a essere messa al primo posto rispetto agli egoismi dei singoli individui, che non riescono ad avere una visione d’insieme.

1 https://tg24.sky.it/cronaca/photogallery/2020/03/20/coronavirus-italia-lombardia-dispositivi-medici-cina.html

2 https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/12/coronavirus-in-un-mese-calati-i-livelli-di-smog-nel-nord-italia-le-immagini-a-confronto/5734349/

3 https://earthobservatory.nasa.gov/blogs/earthmatters/2020/03/05/how-the-coronavirus-is-and-is-not-affecting-the-environment/

La nostra casa: la Terra

Nel bellissimo documentario di Presa Diretta intitolato Il polmone blu, andato in onda alcuni giorni fa, si è raccontato come i mari e gli oceani, negli corso degli anni, abbiano subito dei drammatici mutamenti riconducibili al cambiamento climatico. La risorsa necessaria per tutti gli esseri naturali soffre delle enormi violazioni a cui non riusciamo a reagire incisivamente. Da questi dati si evince come siamo noi esseri umani ad aver disonorato sistematicamente il nostro pineta.

Il biofisico Eric Karsenti, direttore scientifico di Tara Oceans, un progetto che studia da anni gli organismi marini, afferma che: “Come gli alberi, i microrganismi marini producono ossigeno utilizzando acqua, luce e CO2 e la stessa materia di cui sono fatti. L’ossigeno è solo un prodotto di scarto per loro, un sottoprodotto della fotosintesi […] il plancton è alla base della catena alimentare. Senza di esso non ci sono pesci. Ed è importante anche per il clima perché oltre a produrre ossigeno sequestra CO2. Il riscaldamento globale ha un impatto drammatico sul plancton”.

Lo spiega molto bene anche Bianca Silva, ricercatrice EMBL Roma: il plancton, deputato ad assorbire la nostra CO2 e rilasciarci ossigeno, fatica nella sua impresa. Se si scalda l’atmosfera terrestre, infatti, le temperature degli stessi mari si alzano e non riescono più a liberarci ossigeno. Per questo perseverando a inquinare con la CO2, blocchiamo questo sistema naturale che il pianeta usa per preservarci.

Dobbiamo, quindi, cambiare il nostro stile di vita e ce lo conferma pure un altro scienziato climatologo Michael Mann, direttore ESSC Pennsylvania State University, che ha scoperto l’hockey stick, che lui stesso descrive nel documentario: “Noi abbiamo solo un secolo di misurazioni dirette da termometri diffusi in tutto il mondo che ci dicono sostanzialmente che la Terra si è riscaldata in questo secolo. Ma non ci dicono quanto sia insolito questo cambiamento. Quindi abbiamo utilizzato degli archivi naturali come gli alberi e i coralli per ricostruire il clima nel passato più lontano. E quello che abbiamo dimostrato è che 1000 anni fa le temperature erano relativamente miti. Poi si sono raffreddate durante la piccola era glaciale. E poi nel secolo scorso si sono impennate. Quella curva ha la forma di una mazza da hockey […] questo fenomeno non ha precedenti e ha a che fare con l’attività umana”

Questi solleciti vengono dalla scienza e ci invitano a fare presto. Molti Stati, però, come ho già scritto in un altro post I negazionisti delle scienze climatiche, sembrano non prendere seriamente questi allarmi. Dobbiamo cambiare radicalmente il nostro stile di vita, che oltre a essere borioso e senza alcun senso, ridimensiona e mette in pericolo l’unica casa che noi abitiamo: la Terra. Non abbiamo un’altra possibilità. Per questo è grande la responsabilità che ci lega a tutto il pianeta.

La Regola d’oro

Il libro di Vito Mancuso, La forza di essere migliori, ci svela la necessità di ritornare a una morale condivisa. È davanti agli occhi di tutti noi come il rispetto verso l’altra persona sia caduto molto in basso. Ci servirebbe, quindi, un riequilibrio per armonizzare la nostra società facendo crescere la voglia di stare insieme.

Purtroppo, in nome della libertà di dire quello che vogliamo abbiamo dimenticato completamente quella altrui, scordandoci che non possiamo vivere senza l’altro. Questa emancipazione che nutre l’egoismo dell’individuo si è nel tempo molto aggravata.

In questo bellissimo libro, l’autore ci rivela quella legge fondamentale che ha regnato in tutta la Storia, nelle varie comunità dell’essere umano. È La regola d’oro: “Non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te”. Dall’Occidente all’Oriente, dal Cristianesimo al Buddhismo, una legge universale ha accomunato tutti noi e ci ha messi di fronte a una necessità ovvero l’Altro, da cui deriva la nostra sopravvivenza. Se anche solamente questa regola fosse interiorizzata, ne beneficierebbe tutta la comunità.

Ecco alcuni esempi che Vito Mancuso esemplifica più dettagliatamente nel libro1.

Zoroastrismo: “Quello che è bene per tutti e per ciascuno, per chiunque, quello è bene per me”;

Hinduismo: “Non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te”;

Buddhismo: “Una condizione, che non è gradita o piacevole per me, non lo deve essere neppure per lui”;

Confucianesimo: “La Via del Maestro consiste nell’agire con la massima lealtà e non imporre agli altri quel che non si desidera per sé”;

Ebraismo: “Non fare a nessuno ciò che non piace a te”;

Cristianesimo: “E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro”;

Islam: “Nessuno di voi crede veramente fino a quando non desidera per suo fratello ciò che desidera per sé”.

1 Vito Mancuso, La forza di essere migliori, Ed. Garzanti, Milano 2019, pp. 331-335.

Le pene alternative al carcere

Se la pena servisse come deterrente per abbattere i reati, gli Stati Uniti, che hanno il tipo di condanna peggiore che possa essere prevista ovvero la pena di morte, dovrebbero essere il Paese con il più basso tasso di criminalità e quindi di recidiva, la quale misura la percentuale di persone che appena uscite dal carcere commettono nuovamente un crimine. Guardando i dati gli Stati Uniti hanno invece un alto tasso, poiché si stima che il 68% dei prigionieri liberati vengono arrestati entro i prossimi 3 anni, il 79% entro 6 anni, e l’83% entro 9 anni dal rilascio1.

La Norvegia invece può vantare una percentuale di recidiva molto bassa, del 20%2, e questo risultato penso sia stato raggiunto dal proprio modello alternativo di considerare la pena, cercando di realizzare veramente un reinserimento nella società di tutti i prigionieri. Si chiama “open prison” e ne avevo già parlato nel post Il carcere buono, in cui descrivevo gli effetti positivi di una prigione che cerca sul serio di reintegrare le persone che sbagliano, attraverso la fiducia e la riabilitazione sociale. Questa è una breve trascrizione di un articolo apparso sul New York Time intitolato The Radical Humaneness of Norway’s Halden Prison che parlava della prigione di Halden in Norvegia. L’articolo descriveva che: “Non c’erano rotoli di filo spinato in vista, senza recinzioni elettriche letali, senza torri presidiate da cecchini – niente di violento, minaccioso o pericoloso. Nessun prigioniero ha mai cercato di scappare […] non solo non c’è la pena di morte in Norvegia, non ci sono condanne a vita; la pena massima per la maggior parte dei crimini è di 21 anni […] Nel 1998, il Ministro della Giustizia norvegese rivalutò i metodi e gli obiettivi da eseguire nelle carceri, ponendo l’accento sulla riabilitazione attraverso l’istruzione, la professionalità lavorativa e la terapia […] nel 2007 si fece particolare attenzione su come aiutare i detenuti a trovare alloggio e lavoro con un reddito costante, prima di essere rilasciati […] il servizio correzionale? Sottolinea quello che si definisce “sicurezza dinamica”, una filosofia che mette nei rapporti interpersonali tra il personale e i detenuti il fattore primario nel mantenimento della sicurezza all’interno della prigione […] Non ci sono telecamere di sorveglianza nelle classi o nella maggior parte dei laboratori o nei luoghi comuni o celle stesse. I detenuti hanno la possibilità di agire ma hanno scelto di non farlo. In 5 anni, la cella di isolamento arredata non è mai stata utilizzata”3.

La bassa recidiva nelle pene alternative ci indica la strada da compiere per non commettere l’errore di credere che una punizione molto incisiva possa servire come deterrente. Secondo lo studio Rassegna penitenziaria e criminologica del 2007, il tasso di recidiva per i carcerati che subiscono una condanna senza misura alternativa è del 68,45%. Se il detenuto invece ha subito una pena alternativa al carcere la percentuale si abbassa notevolmente poiché solamente meno di 2 casi su 10 sono recidivi4.

Come conferma pure il 15 rapporto dell’Associazione Antigone (Associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale), le misure alternative al carcere, oltre ad abbattere il tasso di recidiva, costerebbero allo Stato meno di un decimo di una prigione classica5. Un altro dato molto interessante è quello estrapolato dalla ricerca di Francecso Drago e Roberto Galbiati, intitolata Indirect Effects of a Policy Altering Criminal Behavior. Evidence from the Italian Prison Experiment. Questi studiosi avrebbero preso un campione di 20.000 detenuti in una prigione italiana e i risultati confermano che la propensione a delinquere di una persona dipende dal comportamento di colui con cui a condiviso il carcere6.

Questa serie di informazione dovrebbe far comprendere come se da una parte l’esempio negativo provochi nelle persone le bassezze più infime, dall’altra parte dobbiamo dare degli esempi belli o perlomeno cercare forme premiali per creare le basi di un giusto reinserimento da parte di una persona che avrà pure sbagliato, ma deve avere un’altra possibilità, poiché come ci insegnano le biografie di chi commette i reati, queste azioni nascono quando si lotta per la sopravvivenza e quando non si ha un’idea di una comunità, e se non si cerca di reintegrare nella società chi sbaglia, egli rischierà di reiterare quel reato all’infinito, e non avrà nessun senso collettivo a guidarlo.

1https://nij.ojp.gov/topics/articles/measuring-recidivism

2 http://wp.unil.ch/space/publications/recidivism-studies/

3 https://www.nytimes.com/2015/03/29/magazine/the-radical-humaneness-of-norways-halden-prison.html

4 Rassegna penitenziaria e criminologica – 2007

5 https://www.antigone.it/quindicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/misure-alternative/

6 Indirect Effects of a Policy Altering Criminal Behavior. Evidence from the Italian Prison Experiment

Il Movimento delle Sardine

Venerdì 15 novembre a Bologna è avvenuta una mobilitazione di piazza contro l’arroganza e la violenza verbale di Salvini.1 15.000 persone si sono riunite in piazza Maggiore per far sentire la loro voce troppo spesso soffocata dalla tracotanza di una parte politica, la quale sembrerebbe avere più nemici che punti programmatici. Questa meravigliosa manifestazione nasce da un gruppo di giovani bolognesi, Giulia, Andrea, Roberto e Mattia, i quali sono riusciti a coinvolgere via Facebook le persone che erano malcontente di una politica aggressiva e non inclusiva portata avanti da Salvini. Questi temerari si chiamano il Movimento delle Sardine.

Nel loro messaggio a tutti i partecipanti confermano la loro missione: “Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita. Per troppo tempo avete tirato la corda dei nostri sentimenti. L’avete tesa troppo, e si è spezzata. Per anni avete rovesciato bugie e odio su noi e i nostri concittadini: avete unito verità e menzogne, rappresentando il loro mondo nel modo che più vi faceva comodo. Avete approfittato della nostra buona fede, delle nostre paure e difficoltà per rapire la nostra attenzione. Avete scelto di affogare i vostri contenuti politici sotto un oceano di comunicazione vuota. Di quei contenuti non è rimasto più nulla. Per troppo tempo vi abbiamo lasciato fare. Per troppo tempo avete ridicolizzato argomenti serissimi per proteggervi buttando tutto in caciara. Per troppo tempo avete spinto i vostri più fedeli seguaci a insultare e distruggere la vita delle persone sulla rete”. La bellezza di questo Movimento è che non ha nessuna bandiera politica. Questo flash mob ha portato in piazza le persone che non sopportavano più l’odio verso l’altro, le menzogne, l’insulto facile. Questa mobilitazione ci ha fatto capire quanto le persone non siano tutte come le descrive Salvini. Egli, infatti, seguita a dire che la maggioranza degli Italiani sta con lui. La piazza Maggiore ci ha mostrato invece quanto non sia vero tutto ciò, con la speranza che il Movimento delle Sardine cresca e si diffonda pure a livello nazionale, poiché come ho sempre pensato anch’io non posso pensare che la maggioranza degli Italiani approvino la politiche discriminanti di Salvini.

Le Sardine nel comunicato affermano che: “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto. Crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola”. Il Popolo delle Sardine ama aiutare l’altro e non la violenza verbale e fisica. E questo credo sia un altro grande punto a loro favore, poiché l’aggressività, anche solo verbale, porta solamente ad altra aggressività. Credono pure che la politica sia una cosa seria, fatta da persone responsabili e non realizzata con degli insulti per chi la pensa diversamente. Purtroppo, la violenza verbale è stata sdoganata anche nelle televisioni: si lasciano le varie controparti politiche insultarsi fra di loro a briglia sciolta. Senza pensare che l’esempio è fondamentale in una comunità, e vedere questi atteggiamenti malsani non può che nuocere agli utenti. La politica invece non è un ring, non è insulto, ma è alterità e inclusione dell’altro, cercare di comprendere chi non la pensa come te.

Questo Movimento, come quello dei Fridays for Future per il cambiamento climatico, ci fanno comprendere il momento critico in cui viviamo, ma anche la gran voglia di manifestare e di correggere quegli errori per troppo tempo taciuti. Queste meravigliose proteste democratiche ci mostrano come le persone non siano tutti amorfe o razziste come vogliono farci credere, anzi sono contro la violenza, poiché porta solamente ad altra aggressività e una comunità nasce rispettando l’altro e non mettendo alla berlina o escludendo qualcuno. Spero che queste manifestazioni continuino la loro efficacia e si moltiplichino, poiché ne abbiamo proprio bisogno.

1 https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/sardine-piazza-maggiore-1.4887826

Leggere in Italia

L’Associazione italiana editori ha commissionato degli studi sul ruolo della lettura in Italia. Uno si intitola Sfida al futuro. La lettura e la capacità di competere del Paese e l’altro Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia, 2019.

Da queste relazioni emerge come l’Italia sia il fanalino di coda rispetto agli altri Paesi europei per quanto riguarda la lettura dei libri. E il problema si acuirebbe ancora di più se non ci fosse la fascia dei più giovani ad alzare la percentuale. Infatti, sono loro a tenere alta la media nazionale che si assesta al 60% di persone che hanno letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti, contro il 92% della Francia, il 90% della Norvegia e l’86% dell’UK. Dobbiamo suddividere ulteriormente il dato italiano per fasce d’età per vedere un dato molto interessante: il periodo fra 0-14 anni presenta un indice di lettura che raggiunge l’83,8%; quello fra 15-17 legge 85%; la fascia 18-24 legge 77%. Percentuale che diminuisce con l’innalzarsi dell’età.

Sebbene gli investimenti per il settore siano diminuiti negli ultimi anni non solo in Italia, ma anche in tutta Europa, i dati ci insegnano come tali voci contribuiscano invece alla crescita di un Paese. Alla faccia di quelli che dicono che con la cultura non si mangia! Riporto un estratto molto significativo sull’argomento. Afferma che: “Il quadro che emerge, se non ci dice che leggendo di più si migliorano automaticamente gli altri indicatori – riducendo i dislivelli che ci separano dalle maggiori economie europee – ci indica implicitamente che investimenti e piani organici prolungati nel tempo per lo sviluppo della lettura, dell’istruzione, delle infrastrutture dedicate (biblioteche pubbliche e scolastiche, librerie) sono le leve di sviluppo da manovrare per tornare a crescere. Almeno nove altri Paesi europei sono lì a dimostrarcelo”.1

Leggere libri, quindi, non solo è importante per la maturazione culturale personale, ma influenza pure la crescita economica, poiché nelle regioni d’Italia dove si legge di più, cresce anche la produttività. Sostiene il testo che: ”Nell’ipotesi di similarità tra Centro-Nord e Mezzogiorno nel processo di crescita, questo risultato potrebbe essere decrescente della conoscenza: all’aumentare degli indici di lettura, la produttività crescerebbe (Scorcu e Gaffeo – 2006) […] Tra gli elementi di debolezza che hanno portato l’Italia su una traiettoria di crescita economica insoddisfacente, e comunque con cui spesso ci si confronta, vi è proprio quello della conoscenza”.2 Per questo è compito nostro singolarmente, ma soprattutto dello Stato elevare i libri e la cultura al posto che spetta loro.

Lo studio afferma pure che: “Nel 2018 il 40,8% di imprenditori, dirigenti di azienda, in genere le persone che occupano ruoli apicali nella grande, media e piccola industria italiana e della pubblica amministrazione, dichiara di non aver letto alcun libro nei 12 mesi precedenti”.3 Questo è un dato molto grave afferma l’AIE, poiché la continua crisi economica e culturale che attraversa l’Italia forse passa anche da lì. È molto importante, infatti, che le persone che coprono posti strategici per un Paese, abbiano almeno loro la capacità di invertire questo dato, se è vero che libri e cultura sono fondamentali per la crescita di una comunità. Se a posti apicali non ci sono persone in grado di fruttare tutto ciò, forse questa inefficienza, come afferma il testo, è molto probabile che rimanga. Perciò dobbiamo puntare a investire nella cultura, perché, come ci insegnano gli altri Stati, contribuisce alla crescita di una collettività.

1 Associazione italiana editori – Sfida al futuro – La lettura e la capacità di competere del Paese, pg. 63.

2 Associazione italiana editori – Sfida al futuro – La lettura e la capacità di competere del Paese, pg. 87.

3 Associazione italiana editori – Sfida al futuro – La lettura e la capacità di competere del Paese, pg. 41.

L’ospitalità canadese

Nella puntata di Presa diretta, Il Canada arcobaleno, del 02-09 scorso, si narra di come in questo Stato si sia affrontato il tema sull’immigrazione. Il Paese ha le percentuali più alte di immigrati al mondo, inoltre, ha già approvato di far entrare 330.000 nuove persone all’anno per un totale di 1 milione di profughi entro il 2020.

Il Ministro dell’Immigrazione del Canada Ahmed Hussen, anch’esso rifugiato in Canada dalla Somalia, racconta come ciò sia fondamentale in un Paese come il suo che ha un tasso di natalità molto basso. Afferma il Ministro: “Quando sento i miei colleghi europei, che parlano degli stranieri come di un problema, io rispondo sempre ‘ma li state aiutando a trovare un lavoro? State insegnando loro una lingua? Li fate sentire i benvenuti? Li fate sentire cittadini pari agli altri?’”. In Canada insegnano loro gratuitamente la lingua appena arrivano, seguendo un percorso per trovare lavoro.

Come racconta bene il servizio, mentre in Canada, dal 2017 a oggi, si accoglievano 130.000 rifugiati, in alcuni Paesi europei si alzavano i muri. Qui invece ci si prende persino cura di tutte quelle famiglie con persone disabili.

Dopo pochi anni di residenza l’85% degli stranieri ottiene la cittadinanza canadese. Nel momento del giuramento viene detto loro queste parole: “Grazie di esservi uniti a noi. La nostra storia è ora la vostra storia. La vostra storia è ora la nostra storia”.

È lo stesso Ministro dell’Immigrazione a spiegare perché il Canada assegna velocemente a tutti la cittadinanza. Afferma che: “Quando hai un visto temporaneo in un Paese straniero non sai se l’anno successivo ti verrà rinnovato. E così non ti sistemerai, non comprerai una casa, non farai piani a lungo termine, perché non sei sicuro di rimanere lì. Quando hai la cittadinanza ti impegnerai in quel Paese e darai il tuo contributo. Noi vogliamo che gli immigrati portino beneficio allo Stato, ma dobbiamo renderli parte della nostra famiglia […] Qui in Canada abbiano il multiculturalismo: puoi sentirti orgogliosamente canadese e contemporaneamente Somalo”.

A Toronto si parlano 180 lingue e dialetti, abitano 230 etnie e il 51% dei residenti è nato fuori dal Canada. Ci sono vari quartieri etnici che non sono però degradati. Qui si praticano 108 religioni diverse con i propri templi.

Il Preside della scuola Islington Junior Middle School, Rocco Colucci, afferma che: “La nostra ricetta è ‘tu che sei venuto in questo Paese non devi assimilarti a noi. Noi impariamo da te e tu impari da noi’. È questo il senso della nostra comunità”. Nella scuola si festeggiano tutte le feste religiose mettendole allo stesso piano, questo per fare sentire tutti i bambini accettati.

Per questo riusciamo a comprendere come mai così tante etnie e culture differenti possano convivere fra di loro. Questo multiculturalismo è vincente poiché lo straniero, come dice Michela Murgia intervistata in studio, non deve integrarsi a ciò che esiste già, ma contribuisci lui stesso alla cultura del Paese, non c’è l’integrazione degli stranieri a quelli autoctoni, come vorrebbero alcuni Stati europei in cui lo straniero deve integrarsi alla cultura nativa, cancellando così la propria identità. In Canada esiste un rapporto di scambio reciproco di culture diverse. Come ha detto il Preside nel servizio ‘Noi impariamo da te e tu impari da noi’. È una frase bellissima e potentissima perché apre lo spazio all’umanità e al rispetto per l’altro, poiché senza questi valori fondanti non può nascere nessuno Stato democratico e moderno.

Come dice bene un altro Ministro nel servizio ‘La diversità è la loro forza’. E lo credo bene, poiché il Canada ha compreso che non si può vivere in una comunità in cui ogni giorno ci si fa la guerra gli uni con gli altri. Provate a pensare se anche a voi capitasse, come per esempio capita agli immigrati in Italia, di venire vessati e continuamente umiliati e portati agli stremi, come potreste costruirvi una vita in un Paese in cui siete accolti in questa maniera? Per questo spero che l’esempio canadese sia d’esempio per altri Stati affinché adottino tale provvedimenti sull’immigrazione. Poiché la sicurezza tanto declamata parte dall’accoglienza e dal rispetto reciproco.

I “negazionisti delle scienze climatiche”

Il quotidiano inglese The Guardian1, in un articolo di alcuni mesi fa, ha esposto un’analisi sulla distinzione di linguaggio per gestire la crisi climatica in corso. Per la capo-redattrice del giornale Katharine Viner, infatti, non serve più scrivere “scettico sul clima” per chiunque neghi l’inquinamento climatico, ma dovremmo usare dei termini più appropriati ovvero “negazionista delle scienze climatiche”.

É vero che il negazionismo ci porta indietro di molti anni e a ricordi funesti, ma dobbiamo dare il nome giusto alle cose, per non ripetere gli stessi errori. Se anche dopo l’ennesimo studio scientifico che conferma l’aggravarsi dell’inquinamento ambientale, ci sono ancora persone che negano questo problema, siamo di fronte a una grande difficoltà. Poiché negare un fatto senza avere nessuna prova o argomentazione a proprio sostegno, porta necessariamente a un diniego senza appello. Come se la negazione da sola bastasse alla sua autorevolezza.

Si può negare intenzionalmente o non intenzionalmente, ma alla fine ciò che comporta tale decisione, non fa altro che spegnere fin dall’inizio il bisogno di complessità che dovrebbe avere invece ogni fatto: non lo si approfondisce, come bisognerebbe fare, poiché la riflessione sarebbe troppo faticosa intellettualmente e quindi si sceglie di non affaticarsi ulteriormente, bloccando ogni meditazione e conseguente sviluppo di una giustificazione.

Un negazionista, quindi, non affronta individualmente l’argomento perché non ne ha la competenza o la capacità di discernimento, ovvero le basi intellettuali e culturali per affrontare un fatto e allora si affida totalmente ad un altro, delegando il proprio pensiero a una persona a cui lui da credito, come può essere per esempio un politico. La sua scelta, quindi, non sarà basata sulla razionalità ovvero su un’elucubrazione personale, ma sarà di tipo irrazionale, ancorata da un legame passionale e quindi molto più difficile da scardinare rispetto a una ragionata, le cui argomentazioni servono a poter cambiare idea o farsene una diversa anche da quella cui si ha aderito. In quella irrazionale ogni argomentazione non serve e non scolpisce il legame passionale verso quella persona. Come per esempio succede nella relazione sentimentale in cui siamo legati da un sentimento e smussando le angolature e i difetti dell’altro non ci accorgiamo delle contrapposizioni negative.

Al di là della buona o cattiva fede esistono poi i negazionisti la cui causa nasce da un interesse personale come quello del presidente del Brasile Jair Bolsonaro, il quale ha licenziato lo scienziato brasiliano Ricardo Galvão colpevole di aver diffuso i dati sulla deforestazione della foresta brasiliana. Gli incendi sono aumentati del 83% in un anno2. Gli incendi sono spesso dolosi e causati da allevatori che vogliono più terra3.

Il presidente ha sostenuto le proprie tesi affermando che gli incendi in Amazzonia sono causati dalle ONG che lo vogliono mettere in cattiva luce4. Questa però sarebbe la classica scusa per una “teoria dei complotti”, che verrebbe tirata in ballo ogni qualvolta non si hanno nessun tipo di prove a sostegno della propria tesi. Da una parte abbiamo lo scienziato Ricardo Galvão, che attraverso anni di studi e risultati scientifici, afferma l’esistenza di una deforestazione, dall’altra il presidente Bolsonaro, il quale non ha nessun tipo di prova a sostegno della propria tesi. Perché allora credere a Bolsonaro?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che l’inquinamento sia ambientale che domestico causa 7 milioni di morti all’anno, 5,6 milioni di morti per malattie non trasmissibili e 1,5 decessi per polmonite. È necessario aumentare uno sviluppo sostenibile per diminuire le morti, come sostenuto nell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Interventi efficaci sono fattibili e compatibili con la crescita economica e un’azione tempestiva può avere un effetto migliorativo5.

Dobbiamo fidarci della scienza che, nonostante abbia commesso degli errori nel corso della storia, rimane sicuramente l’ultimo baluardo di questo nostro folle mondo in cui non mancano le teorie bizzarre. Per fortuna ci sono le nuove generazioni che stanno rispondendo molto bene al problema dell’inquinamento climatico a cui sono molto sensibili6 e che spero subentrino meravigliosamente a quelle vecchie, come la Storia ci ha sempre insegnato.

1 https://www.theguardian.com/environment/2019/may/17/why-the-guardian-is-changing-the-language-it-uses-about-the-environment

2https://www.corriere.it/esteri/19_agosto_21/amazzonia-brucia-record-d-incendi-norvegia-germania-tagliano-fondi-4f0e2d7c-c3e5-11e9-b4f3-f200f033f7a0.shtml

3 https://www.corriere.it/esteri/19_agosto_21/amazzonia-brucia-record-d-incendi-norvegia-germania-tagliano-fondi-4f0e2d7c-c3e5-11e9-b4f3-f200f033f7a0.shtml

4 https://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2019/08/22/bolsonaro-ong-bruciano-amazzonia-per-attaccarmi_BpHHWCEld9ctk3HJl6xW5L.html

5 https://www.who.int/phe/news/clean-air-for-health/en/

6 http://www.scrittivirtuali.it/il-corso-dei-verdi-europei/

La conflittualità fra Bene e Male

L’essere umano è sempre stato condizionato dall’ambiente che lo circonda e quindi dalle persone che lo affiancano. Perciò l’azione che si prefigge l’individuo è sempre limitata ad un contesto sociale.

La persona può volgere verso il Bene (per esempio facendo solidarietà) o verso il Male (per esempio rubando). Il Bene e il Male non sono mai un fatto a se stante. Essi sono sempre figli di una comunità che favorisce il fiorire dell’uno o dell’altro. Noi esseri umani, quindi, agiamo in continua contrapposizione tra ciò che ci dice la nostra ragione e ciò che l’ambiente esterno condiziona in noi. Il Male, quindi, non è mai una vicenda da combattere nella persona che lo commette, ma penso debba essere rimandato a una comunità troppo assente. Infatti, mettendo l’individuo colpevole in prigione si punisce l’episodio singolo, ma non si combatte il Male, poiché l’omicidio, per esempio, come azione rimarrebbe. In questo modo noi condanniamo il colpevole diretto di un episodio, senza comprendere che tale azione si potrebbe prevenire attraverso una politica sociale e comunitaria che protegga l’individuo e lo metta in condizioni di non commettere questo Male.

Noi, invece, cerchiamo sempre un colpevole perché non abbiamo il coraggio di guardarci dentro come comunità e comprendere come colui che fa del Male vive con noi. Non abita in un paesino sperduto. È parte di noi e non possiamo sistemare il tutto incolpandolo come se fosse una persona affetta dal Male assoluto, che una volta eliminata, si porterebbe pure la colpa con sè.

Nell’antichità si festeggiava il capro espiatorio ovvero si prendeva un capro e lo si sacrificava per farsi perdonare i peccati dell’intera comunità. Veniva preso un simbolo terzo che doveva servire a espiare le colpe dell’intera collettività, usandolo per la remissione dei peccati individuali. Noi oggi non facciamo altro che prendere un capro espiatorio per espiare i peccati della nostra società, senza chiederci se non sia la società stessa ad aver creato i presupposti affinché si compia l’azione. Purtroppo non analizziamo dentro di noi le cause di quello che avviene fuori.

Noi esseri umani siamo un continuo equilibrio tra naturale istinto individuale di sopravvivenza, per esempio trovare il cibo per vivere, che si contrappone al bisogno dell’Altro, per esempio nell’amore o nell’amicizia, in cui prevalgono la considerazione e l’approvazione, in una continua ricerca di accettazione da parte dell’Altro (i social network ne sono un esempio). Quell’amicizia che secondo Aristotele sarebbe una delle virtù necessarie nelle nostre vite. Scrive il filosofo: “Giacché essa è una virtù o è accompagnata da virtù, ed è, inoltre, assolutamente necessaria alla vita. Infatti, senza amici, nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni; anzi si ritiene comunemente che siano proprio i ricchi e i detentori di cariche e di poteri ad avere il più grande bisogno di amici” continua Aristotele: “Quando si è amici, non c’è alcun bisogno di giustizia, mentre, quando si è giusti, c’è ancora bisogno di amicizia ed il più alto livello della giustizia si ritiene che consista in un atteggiamento di amicizia”1. Per questo dobbiamo cercare di convivere con tutte queste nostre varie sfaccettature e cercare di indirizzarle verso un bisogno collettivo, poiché da soli moriremmo in un istante. La nostra società occidentale volta al consumismo ci insegna, invece, ad essere autosufficienti e fare a meno degli altri, senza comprendere che senza gli altri nessuna collettività esisterebbe.

Il Bene e il Male quindi sono vissuti all’interno della comunità in cui si vivono, e i tanti esperimenti di psicologia sociale ci confermano tale asserzione. Come per esempio nella Teoria delle finestre rotte. Il professore di Psicologia alla Stanford University, Philip Zimbardo, fece un esperimento sulla scia di questa ipotesi, mettendo un’automobile in un quartiere povero come il Bronx ed una in un quartiere ricco come Palo Alto. La macchina nel Bronx venne smontata pezzo per pezzo e rubate le loro parti, mentre quella a Palo Alto rimase intatta. Questo perché come concluse Zimbardo: “Il disordine pubblico sarebbe uno stimolo situazionale al reato, insieme con la presenza di delinquenti”2.

Perciò dobbiamo volgersi ad una comunità che rispetti l’Altro, in ogni sua forma, poiché una collettività volta al Bene è possibile.

1Aristotele, Etica Nicomachea, testo greco a fronte, Edizioni Bompiani, Milano 2013, p. 299.

2Philip Zimbardo, L’effetto Lucifero, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008, p. 34.

La capitana Carola Rackete

Da 12 giorni la nave dell’ONG Sea Watch, con 43 migrati a bordo, è bloccata al largo di Lampedusa1. Il Governo italiano, infatti, ha appena varato il Decreto Sicurezza Bis, che inasprisce le pene contro chi favorisce la migrazione irregolare. Salvare le persone in mare non dovrebbe essere illegale ma la legge, voluta e scritta dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, afferma che chiunque la violi è multato fino a 50.000 euro, con il sequestro dell’imbarcazione.

La capitana della Sea Watch, Carola Rackete, ha affermato però di voler violare questa legge ed entrare a Lampedusa, poiché lo stato delle persone sulla nave starebbe degenerato giorno dopo giorno e alcune di esse vorrebbero buttarsi in mare. È una situazione insostenibile, afferma la capitana, ma salvare le persone dichiara:“Viene prima di qualsiasi gioco politico e incriminazione“2. Afferma Carola in un’intervista: “Ho potuto frequentare tre università, sono bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto ho sentito un obbligo morale: aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità”3.

Io come lei credo che violare una legge iniqua come quella che vieta di salvare le persone in difficoltà in mare, sebbene sia un gesto forte, in questo caso non può che essere approvato per la stessa emergenza che ne deriva da esso. A nessuno, infatti, verrebbe in mente di fermare un mezzo di soccorso che stesse portando urgentemente delle persone in ospedale.

Per questo il gesto della capitana Rackete è un gesto estremo, come estrema e discriminante è la legge in questo caso. Persino l’ONU ha condannato il Decreto Sicurezza Bis, poiché sarebbe contro ogni principio umano (vedi anche Il corso dei Verdi europei).

Il ministro Matteo Salvini purtroppo semplifica il problema dell’immigrazione, invece di comprendere la differenza fra due cose molto distinte: salvare le persone che hanno bisogno di soccorso in mare, che deve essere il punto primo della lista; e il tema dell’immigrazione ovvero di come distribuire i migranti, argomento che va discusso con gli altri Paesi europei, in un secondo momento. Perciò il principio di umanità non deve soccombere per costruire una società aperta verso l’Altro. Ma per fare questo non dobbiamo fare politiche discriminatorie verso gli ultimi e gli emarginati poiché da essi deriva la qualità della nostra società.

1https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/24/migranti-sea-watch-da-12-giorni-in-mare-con-43-migranti-chiede-intervento-della-corte-di-strasburgo-per-sbarcare-in-italia/5277773/

2https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/26/sea-watch-chi-e-carola-rackete-la-capitana-che-ha-forzato-il-blocco-italiano/5283720/

3https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/26/sea-watch-chi-e-carola-rackete-la-capitana-che-ha-forzato-il-blocco-italiano/5283720/