Donne e scienza

Nel programma di Uno Mattina del 20/04 si parla di donne nella scienza e il giornalista scientifico Simone Petralia1 inizia tessendo le lodi della scienziata Katalin Karikó, la biochimica ungherese che starebbe dietro alla scoperta del vaccino anti Covid-19. Una donna uscita da varie vicissitudini, come riuscire a scappare dal suo paese con la figlia, il marito e attraversare il viaggio della speranza verso gli Stati Uniti che finalmente daranno loro una casa e un buon lavoro. In un’intervista ha detto sconsolata che a un certo punto: “Ho pensato di mollare”, perché non si credeva all’altezza. Ma alla fine meno male che è rimasta e assieme al team ha creato quel vaccino tanto atteso.

Lei è una delle poche che può sentirsi fortunate, visto i tagli drammatici che hanno subito sul lavoro, soprattutto nell’ultimo anno. Infatti, sono i dati dell’ISTAT che confermano come durante il periodo di lockdown, il 98% di chi ha perso il lavoro sono donne.2

Un’altra donna, invece, si è vista negare il Nobel, ovvero Rosalind Franklin, la scienziata che contribuì alla scoperta del DNA ma rimase per molti anni all’oscuro, a scapito dei suoi colleghi maschi, come ci racconta lo scienziato Simone Petralia.3

La discriminazione messa in atto ci fa comprendere come questo problema sia presente non solo in Italia ma in tutto il mondo. I dati non molto incoraggianti portano a delle decisioni politiche, affinché si possa veramente raggiungere la parità di genere, che non potrà mai avvenire se non si assume un fronte comune per debellare questo maschilismo che sta devastando la nostra società.

1 https://oggiscienza.it/2021/01/07/katalin-kariko-vaccino-covid/

2 https://www.corriere.it/economia/lavoro/21_febbraio_02/lavoro-crisi-colpisce-donne-sono-98percento-chi-ha-perso-posto-7cfc87ec-6533-11eb-a6ae-1ce6c0f0a691.shtml

3 https://oggiscienza.it/2018/07/25/rosalind-franklin-foto-dna/

Brucia l’Amazzonia

Nella puntata di Presa Diretta, intitolata Guerra all’Amazzonia, si affronta un argomento molto importante ovvero come si stia destabilizzando il polmone verde del mondo.

Come racconta il giornalista, nel 2019 ci sono stati una serie di incendi che hanno deforestato l’Amazzonia. Tra agosto e ottobre del 2019 sono bruciati 143.000 km quadrati di vegetazione, che rappresentano quasi la metà della superficie dell’Italia.

La maggior parte di questi sembrerebbero dolosi. Secondo il video: “Per il presidente Bolsonaro, che dobbiamo ricordare quanto sia un negazionista da sempre sui temi ambientali, la colpa non è di chi brucia l’Amazzonia, ma è delle ONG“.

Nel 2020, dopo le varie reazioni di moltissimi politici europei, quella terra continua a bruciare, perché il governo Bolsonaro ha mitigato le leggi che penalizzavano chi appiccava incendi e ha tolto i fondi per le istituzioni che cercavano di scoprire questi reati. Come afferma il racconto: “Sembra che il governo Bolsonaro stia indebolendo il sistema di difesa dell’Amazzonia”.

A capo di tutto ciò sembrerebbe esserci la complicità del presidente Bolsonaro che dopo 2 anni di presidenza, non ha fatto nulla per impedire tutto questo, ma invece starebbe legiferando contro il sistema di difesa ambientale dell’Amazzonia, mettendo in pericolo non solo il polmone del mondo di tutti noi, ma anche tutte le popolazioni che vivono in quei luoghi, destabilizzando un luogo fondamentale per la vita di tutta la Terra.

Rapporto Oxfam – 2021

Nel rapporto Oxfam aggiornato a gennaio, intitolato Il virus della disuguaglianza1, si evince come questo divario sia aumentato col Covid-19.

Secondo il report: “I patrimoni dei 1.000 miliardari più ricchi al mondo sono tornati ai loro astronomici livelli pre-pandemici in soli nove mesi, mentre per le persone più povere del pianeta la ripresa potrebbe richiedere 14 volte lo stesso periodo: oltre un decennio”.

Naturalmente la ricchezza di queste persone miliardarie è avvenuta a scapito di quelle più deboli e più povere. Sono bastati nove mesi a questi ricchi per ribaltare una situazione che nel giro di molti decenni era di poco migliorata.

Questo è avvenuto perché si è acuito il problema della disuguaglianza che c’era anche pre-crisi. Il rapporto fa un esempio di un’infermiera neo-assunta nel Regno Unito che guadagna 22.000 £, mentre l’asset manager meglio retribuito guadagna 31.000.000 £, ovvero 1400 volte in più dell’infermiera. Questo non è più accettabile da nessuno e la politica deve intervenire prima che sia troppo tardi e prendersi le proprie responsabilità.

Il report termina con l’auspicio di un mondo più equo e sostenibile, ma per farlo servono azioni lungimiranti come per esempio la cancellazione del debito verso i paesi più poveri e che i ricchi paghino le tasse in maniera giusta.

Parlando di economia mi viene in mente quando un imprenditore come Adriano Olivetti, negli anni Cinquanta, non voleva che il proprio stipendio di presidente superasse di 5 volte quello del proprio operaio. Questo per farci capire come la ripresa economica e quindi sociale di una comunità è responsabilità di tutti, nessuno escluso. Dobbiamo metterci d’impegno e partecipare alla rinascita, poiché insieme siamo coinvolti in questa nuova stagione.

1 https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2021/01/FINAL_Sintesi_report_-Il-Virus-della-Disuguaglianza.pdf

La storia di Lisa Montgomery

Il 13 gennaio scorso è stata uccisa, attraverso iniezione letale, Lisa Montgomery la prima donna condannata in un carcere federale degli Stati Uniti in 70 anni. Nel programma andato in onda su Raitre di Massimo Gramellini, Le parole della settimana, hanno trattato l’argomento.

Lisa ha commesso un terribile delitto uccidendo una ragazza incinta. Mentre il procuratore ha chiesto la condanna a morte, degli psichiatri hanno cercato di ricostruire la vita di questa donna.

A cominciare dai 3 anni Lisa, con la sorella Diane, vengono stuprate sistematicamente dal loro babysitter e dal loro patrigno, sotto gli occhi indisturbati della madre. La sorella Diane, però, si salva da questo orrore perché viene adottata da una famiglia del Kentucky. Da allora le sorelle si perdono di vista.

Il patrigno la abusa continuamente e giunge a portare anche degli amici per farli stare con lei. All’età di 11 anni, mentre tenta di ribellarsi all’ennesima violenza. lui le sbatte la testa per terra talmente forte che le procura una lesione celebrale.

Gli psichiatri hanno dichiarato che Lisa soffre di un disturbo bipolare e di un disturbo post-traumatico causato dall’umiliazione fisica e psicologica. Ma al giudice non importa.

Ai difensori allora non resta che portare a testimoniare la sorella Diane, che nel frattempo si è sposata e diventata madre di due bellissimi bambini. Dopo 34 anni le due sorelle si incontrano di nuovo e Diane racconta di quel ricordo che le lega da piccole in quel brutto letto di una roulotte.

Gli avvocati raccontano di come Diane è stata amata e ha curato le sue ferite, mentre Lisa è stata odiata e ne ha inferte di ferite. Il giudice capisce ma condanna Lisa Montgomery alla pena di morte.

Questa storia ci dimostra come la determinazione della vita di una persona dipenda dal proprio vissuto e come le lacerazioni subite per anni possano portare inevitabilmente a reagire in maniera diversa a seconda delle esperienze della vita che abbiamo avuto. La sorella Diane, andando in adozione, ha ricevuto quell’amore fondamentale che le ha fatto dimenticare la sua tragica infanzia. Lisa, invece, non ha avuto nessuno che la amasse così tanto e rimanendo in quella casa è caduta nell’abisso tragico della propria vita.

Per questo dobbiamo comprendere che la comunità in cui viviamo ci influenza in maniera determinante. Dovremmo concepire che ogni azione non è mai un atto isolato di una persona, ma conseguenza di una comunità, piccola o grande che sia. Per questo dobbiamo considerare il prossimo in maniera più alta.

Lisa Montgomery non è sola, ma è stata vittima di una piccola comunità che non ha saputo amarla fino a farla desistere dall’atto tragico. E la sorella Diane è l’esempio che ci mostra come sarebbe potuta diventare se solamente fosse stata amata.

La disuguaglianza nel mondo secondo Oxfam

Secondo il rapporto Avere cura di noi, pubblicato nel gennaio di quest’anno da un movimento globale, chiamato Oxfam, che vuole eliminare l’ingiustizia della povertà, abbattere la disuguaglianza nel mondo appare ancora una volta molto distante dal risultato atteso, poiché come afferma la relazione: “Nel 2019 i 2.153 miliardari della Lista Forbes possedevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone. I 22 uomini più ricchi del mondo avevano più ricchezza di tutte le donne africane […] L’1% più ricco del mondo deteneva più del doppio della ricchezza di 6,9 miliardi di persone”.1 Disparità che purtroppo non sembra attenuarsi e con la crisi economica sembrerebbe aumentare.

Questo perché i governi non sono in grado di attuare politiche efficaci a tale scopo. Infatti, siamo rimasti ancora allo stesso punto di alcuni anni fa quando in un altro report di Oxfam si denunciavano già le disparità fra le persone.

Nel rapporto si evince come questa sperequazione abbia giovato agli azionisti delle grandi società e poco ai lavoratori salariati. Oxfam conferma che: “Tra il 2011e il 2017, mentre i salari medi nei paesi del G7 aumentavano del 3%, i dividendi dei facoltosi azionisti sono cresciuti del 31%”.

Il lavoro femminile ha pagato ancora di più il prezzo di questa disuguaglianza. In un documento uscito in ottobre, intitolato Fighting inequality in the time of covid-19, si afferma come in questi ultimi mesi di Covid-19 il problema sia peggiorato.

Si potrebbe risolvere questa situazione della disuguaglianza togliendo i privilegi che hanno in pochissimi, ridistribuendo dove l’iniquità è più presente, perché non è più possibile tener miliardi di persone fuori dai giochi, solamente per il sollazzo di una piccolissima cerchia. Poiché un mondo migliore è possibile, ma spetta a noi crearlo.

1 https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2020/01/Report-AVERE-CURA-DI-NOI_Summary-in-italiano_final.pdf

Carlo Rovelli e il suo Helgoland

Alcuni giorni fa ho letto un’intervista dello scienziato Carlo Rovelli, il quale presentava il nuovo libro Helgoland.

In quest’intervista, fatta da Sky, il fisico afferma che: “La realtà sia fatta di relazioni prima che di sostanze”.1 Questa frase ci porta, quindi, a scoprire come l’esistenza delle cose non sia più fatta in maniera statica ovvero con della materia morta, ma che esprime un’esistenza in continua relazione. Ogni fenomeno è in stretta relazione l’uno con l’altro. Questa affermazione non può che portarci a una conclusione molto interessante, poiché se tutto è relazione è anche vero che nessuno è dispensato da tale legame.

Potremmo pensare la realtà come fosse un sistema olistico in cui il collegamento e il rapporto con le altre particelle non può che renderci uniti in una collettività.

Quindi se senza questa relazione il mondo non esisterebbe dobbiamo intuire come il rapporto fra particelle del micro-mondo, sia importante per capire anche il macro-mondo ovvero quello degli esseri umani in cui questa relazione è fondamentale per la propria sopravvivenza.

Volevo concludere con un’altra frase del fisico Carlo Rovelli il quale afferma che: “La scienza – dice il fisico – è stata estremamente efficace: ci ha dato aerei e macchine, ci ha allungato la vita di trenta/quarant’anni. Ma è riuscita a farlo perché non ha mai dato per certo e indubitabile ciò che riteniamo sia vero. E questo vale sia per le grandi scoperte sia per la pratica quotidiana”.

1 https://tg24.sky.it/lifestyle/libri-carlo-rovelli-helgoland-intervista

La razza non esiste

L’omicidio di Willy Monteiro Duarte1, mi ha riportato alla mente una trasmissione, Quante storie, in cui l’antropologo Marco Aime, ha esposto il proprio libro intitolato Classificare, separare, escludere. Razzismi e identità.

Marco Aime afferma come: “I volti e le sfumature assunti dai fenomeni legati all’idea di razza. Un’idea sbagliata, se applicata agli umani, come sappiamo ora grazie agli studi di genetica”.2 Quindi non esistono popoli superiori e popoli inferiori, ma solamente modi diversi di affacciarsi e adattarsi al mondo, visto che la nostra identità è formata per un terzo dal DNA, un terzo dall’istruzione che riceviamo e un terzo dall’ambiente in cui viviamo, che ci condiziona, e potrebbe così frenare quella parte più pulsionale se è giustamente istruita.

Noi abbiamo paura del diverso e della diversità, finché non la conosciamo. Se ci rapportassimo a essa e cercassimo di comprenderla, non sarebbe più un problema, ma una risorsa. Per questo è più facile dare la colpa a un’altra persona anziché riflettere sulla nostra vita, sui nostri errori e creare un rapporto di apertura. Poiché avere sempre un capro espiatorio allontana un problema da noi nel breve periodo, ma col tempo non può che tornarci indietro maggiormente amplificato.

Dobbiamo essere aperti all’altro, altrimenti non si può pensare di costruire una società degna di questo nome.

1 https://roma.repubblica.it/cronaca/2020/09/08/news/ragazzo_ucciso_a_colleferro_si_valuta_l_aggravante_razziale-266573802/

2 Marco Aime, Classificare, separare, escludere. Razzismi e identità. Ed. I Maverick,, p. IX.

La pena di morte negli USA

Pochi giorni fa il Governo USA ha eseguito la sua prima condanna a morte federale dopo la sospensione avvenuta nel 2003.

I parenti delle vittime avrebbero preferito la pena dell’ergastolo come alternativa1, ma non è stato abbastanza per evitare questa drammatica esecuzione.

Avevo già scritto in un altro post Le pene alternative al carcere 2, volevo solamente aggiungere che punire le persone non serve a molto, si potrebbe fare come si sta facendo in Italia da un po’ di tempo ovvero affidare ai servizi sociali quelle che commettono degli errori, poiché devono reinserirsi nella comunità e non chiuderle in una prigione fuori dal mondo e tenerle isolate.

Si è visto poi in altri Stati come servirebbe un sistema premiale che porti le persone a una sana e positiva disposizione, anziché un sistema di pene che come abbiamo visto non sembrerebbe funzionare, basti vedere in Paesi come gli USA che hanno ancora la pena di morte e un alto tasso di reati.

L’altro giorno ho sentito un politico dire che: “Metterli in galera e buttare via la chiave”. Io credo che oltre a una certa impressione, questa frase, che è realmente quello che abbiamo fatto in tutti i Paesi finora, non serva a nulla, poiché non ha risolto il problema. Per questo servono delle soluzioni alternative.

1https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/07/14/usa-via-libera-alla-prima-esecuzione-federale-dal-2003-ucciso-daniel-lewis-lee-in-indiana/5867296/

2http://www.scrittivirtuali.it/le-pene-alternative-al-carcere/

La rivoluzione di Hong Kong

A dicembre sorso, nel programma Che tempo che fa (01/12/19)1, Roberto Saviano ha raccontato la storia coraggiosa dei giovani di Hong Kong, che hanno portato la rivoluzione in piazza, dopo anni di limitazioni democratiche da parte del loro Governo

Uno dei punti fondamentali di questa manifestazione è l’assoluto movimentismo con un tratto caratteristico: non esiste nessun leader, poiché questi giovani non vogliono disperdere la forza che sta nella totalità.

Ci sono naturalmente dei “simboli” in questa protesta, che portano avanti le gesta di tutti e uno di questi è Joshua Wong, che a 23 anni è sceso in piazza con i suoi coetanei per proteggere la democrazia ormai morente nel suo Paese. È lui stesso a confermarlo: «Non chiamatemi leader […] Non ci fermeremo mai».2 La situazione a Hong Kong è sempre più degradante come continua Joshua: «Qui nessuno si sente più sicuro. Soltanto libere elezioni, come chiediamo, potranno mettere fine a questa situazione […] La gente di Hong Kong non si fermerà fino a che non otterrà quello per cui si sta battendo con coraggio: una vera democrazia e la fine delle minacce da parte di Pechino».3

La determinazione di questo ventitreenne non può che suscitare un senso di ammirazione da parte mia, poiché sebbene questa lotta sia limitata a Hong Kong, questo deve farci riflettere su come è facile perdere in un attimo tutto ciò che davamo per assodato, o come dice Saviano, credere che la libertà di comprare sia la democrazia. Perciò è molto importante fare i conti con quello che siamo noi come Paese e difenderla, ogni qualvolta venga degenerata.

Anche se su di un altro piano, poiché i problemi honkonghesi sono molto più gravi, ma il movimento delle Sardine è un altro esempio di un gruppo di persone in cui non c’è un leader. E questo è un loro punto di forza, poiché come ci insegna la Storia, i leader sono destinati a fallire col tempo.

Nella Grecia antica nacque la democrazia ovvero il sistema in cui il popolo (ai tempi solamente una piccola parte) prendeva parte attivamente all’assemblea legislativa. Questa democrazia oggi la stanno difendendo i giovani honkonghesi, portando a casa delle riforme molto importanti.

1 https://www.raiplay.it/video/2019/12/Che-Tempo-Che-Fa-roberto-saviano-7c659da8-182c-4be1-85f8-4adbf64628d5.html

2 https://www.corriere.it/esteri/19_novembre_10/joshua-wong-noi-ragazzi-hong-kong-vogliamo-liberta-4948a196-03f6-11ea-a09d-144c1806035c.shtml

3 https://www.corriere.it/esteri/19_novembre_10/joshua-wong-noi-ragazzi-hong-kong-vogliamo-liberta-4948a196-03f6-11ea-a09d-144c1806035c.shtml

La scuola finlandese

Nel documentario di Presa Diretta, intitolato Il modello Finlandia, si racconta come il Paese scandinavo sia passato da tassi d’istruzione bassissimi (negli anni Settanta), fino a diventare il primo del mondo occidentale, grazie a enormi investimenti nella scuola pubblica (sono il doppio rispetto all’Italia).

La prima scuola che viene visitata è l’equivalente al biennio delle nostre superiori. Ha strumenti musicali che tutti possono suonare ma che appartengono all’Istituto. La musica, dicono, aiuta l’apprendimento. C’è poi educazione domestica dove i ragazzi e le ragazze imparano a badare a loro stessi, poiché si vogliono formare persone indipendenti e che stiano bene nella vita.

La lezione di letteratura viene fatta in un’aula appropriata a facilitare la concentrazione: si trova in una biblioteca con i libri a portata di mano, le scrivanie come quelle di casa e una luce poco invadente. Come dice un’insegnante: “Qui si privilegia il lavoro di gruppo”.

Il Preside di Isoniittu di Klaukkala, Samuli Salonen, confessa che: “I nostri insegnanti non danno compiti a casa o ne danno pochi, perché l’idea è quella di lavorare bene e intensamente in classe, e lasciare più tempo libero a casa, per stare con la famiglia, con gli amici, per avere hobby, per essere giovani. E funziona. Il risultato di cui vado più orgoglioso è che i miei studenti arrivano tutti alla fine del percorso scolastico. Nessuno abbandona e quasi tutti si iscrivono all’Università. È molto meglio studiare con il sorriso sulle labbra e la mente aperta, piuttosto che arrabbiati e con la mente chiusa”.

Come afferma il documentario uno dei gioielli pubblici finlandesi si trova a Espoo (Istituto che va dall’infanzia fino all’adolescenza). Come dice Hanna Sarakorpi, la Preside della Scuola Esopoo: “Sono scritte sul muro le parole al centro del nostro sistema educativo: gratitudine; comunità; prendersi cura, perché quando gli studenti stanno bene imparano meglio”. Come conferma l’intervistatrice: “La scuola ha una bellissima aula di musica, un teatro, una palestra, tutto gratuito, senza rette né contributi da parte delle famiglie”.

La differenza con il sistema italiano è che in Finlandia non ci sono giudizi negativi. Si va dal bravo al bravissimo. Non guardando quindi ai singoli test, ma all’impegno dei ragazzi. O come dice un’insegnante: “Le valutazioni sono tutte positive. Noi crediamo che i feedback positivi aiutino l’apprendimento, perché rinforzano l’autostima. Tutti hanno un potenziale dentro e noi cerchiamo di tirarlo fuori”.

Il sistema finlandese ha basi scientifiche come spiega benissimo la Neuroscienziata dell’Università di Helsinki Minna Houtilainen: “Si potrebbe pensare che sia utile per l’apprendimento studiare molte ore, per tanti giorni. In realtà le neuroscienze ci dicono che non è così. Apprendere non significa solamente ricevere informazioni. Prima di tutto dobbiamo prenderci cura del nostro cervello, quindi dormire bene, mangiare bene, divertirsi, avere tempo libero, praticare attività fisica. È davvero molto importante non stressare gli studenti, perché lo stress ostacola l’apprendimento”.

Con questo metodo, in Finlandia il 93% degli studenti si diploma e il 66% prosegue gli studi all’Università. È la percentuale più alta d’Europa.

Per il Preside Hannu Rantala del Liceo Sibelius, la chiave del successo del sistema finlandese si può riassumere in una parola: “Fiducia. Perché io ho fiducia negli insegnanti, gli insegnanti hanno fiducia negli studenti e gli studenti hanno fiducia negli insegnanti. È un circolo virtuoso e tutto questo è possibile perché abbiamo degli insegnanti davvero preparati”.

Se non ho mai apprezzato i sistemi punitivi come deterrente, questo documentario conferma i miei dubbi in quei metodi. La fiducia nelle persone ha un potere molto forte e il sentirsi parte di qualcosa di più di se stessi è gratificante. Il sistema finlandese mostra come noi esseri umani abbiamo bisogno dell’Altro e della sua fiducia. Non servono quindi voti negativi o sistemi di punizione poiché ogni singola persona non è fine a se stessa, ma è il risultato di una collettività.