La disuguaglianza secondo l’Oxfam

L’ultimo rapporto dell’Oxfam intitolato Bene pubblico o ricchezza privata ? descrive come la disuguaglianza fra gli individui in tutto il mondo sia sempre un fattore emergenziale e continui a incrementare il numero delle persone più povere. Poiché i ricchi lo sono sempre di più e tutto ciò a scapito dei più indigenti. Ma la politica sembra ancora inerte ad ascoltare il grido di dolore degli emarginati.

Dopo la crisi finanziaria, il patrimonio dei pochi miliardari è aumentato di 2,5 miliardi di dollari al giorno. Nonostante gli introiti, questi soggetti e le grandi imprese sono stati sottoposti pure a un regime fiscale molto basso, che li avvantaggerebbe. Ma per gli Stati questo provoca delle conseguenze molto gravi, poiché è con queste tasse che i nostri governanti legiferano. Avere meno entrate, quindi, significherebbe non avere più insegnanti nelle scuole o le cure da somministrare negli ospedali, mettendo in seria difficoltà i più bisognosi e quindi i più poveri, privilegiando i più benestanti che possono usufruire di un servizio privato migliore. In questo squilibrio le donne rimangono le più penalizzate poiché lavorano molte ore, senza essere retribuite.

Lo sbilanciamento che si origina da questa disuguaglianza è devastante, poiché se da una parte incrementa la ricchezza a un numero esiguo di individui che diventano sempre più agiati, dall’altra questa decurtazione non riesce a rifornire dei servizi basilari l’altra maggioranza della popolazione mondiale, facendo diminuire così i servizi nelle scuole per i bambini e per le cure essenziali negli ospedali.

Basta indicare alcuni dati inseriti nello studio citato per confermare tale analisi. In questi ultimi 10 anni, dopo la crisi finanziaria, la ricchezza dei più benestanti è cresciuta di 900 miliardi di dollari in tutto il mondo, mentre quella della metà più indigente, composta da 3,8 miliardi di persone, è diminuita dell’11%.

Gli individui più ricchi sono sempre di meno: l’anno scorso soltanto 26 persone (contro i 43 dell’anno precedente) possedevano tanta ricchezza quanto la metà più povera della popolazione, ovvero 3,8 miliardi di individui.

Per fare un esempio, la relazione afferma che: “Il patrimonio dell’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos (proprietario di Amazon) è salito a 112 miliardi di dollari. Appena l’1% di questa cifra equivale quasi all’intero budget sanitario dell’Etiopia, un Paese con 105 milioni di abitanti”.

Tutto ciò accade con l’aiuto di un sistema fiscale tra i più bassi. Ecco perché una buona tassazione porterebbe più gettito nelle casse dello Stato che incrementerebbe in questa maniera le spese per i più poveri: per la scuola, gli ospedali e tutti quei servizi basilari e necessari per ognuno di noi. Negli Stati ricchi in media si è passati da una tassazione al reddito sulle persone fisiche del 62% nel 1970, al 38% nel 2013. Per farci un’idea, nelle zone del mondo con un’economia in via di sviluppo è del 28%.

Perciò fra imposte dirette e indirette, in alcuni Stati, il 10% più povero della popolazione, in proporzione, paga più tasse del 10% più ricco. Se i Governi, invece, facessero pagare all’1% più agiato un’aliquota di solamente lo 0,5%, si garantirebbe un gettito superiore alla somma necessaria per mandare a scuola 262 milioni di bambini che non hanno tale possibilità ed elargire pure quell’assistenza sanitaria che potrebbe salvare la vita a 3,3 milioni di individui.

Lo studio si conclude acclarando che: “Nei Paesi con un maggiore livello di disuguaglianza il clima di fiducia è più scarso e la criminalità è più elevata. Le società più inique sono anche quelle “meno felici” e in cui persino lo stress e le patologie mentali mostrano livelli più elevati”.

Il testo, poi, analizza anche questa differenza nelle donne e nei bambini: “Gli individui più ricchi del mondo sono prevalentemente uomini. A livello globale le donne guadagnano il 23% in meno degli uomini e gli uomini possiedono il 50% in più della ricchezza detenuta dalle donne”. Dobbiamo quindi riequilibrare queste storture che abbiamo creato verso donne e bambini, poiché: “Un recente sondaggio in 13 Paesi in via di sviluppo ha rilevato che la spesa per istruzione e salute ha determinato il 69% della riduzione totale della disuguaglianza”.

Concludendo, i punti chiave su cui lavorare per affrontare e abbattere queste disuguaglianze dovrebbero essere in primo luogo il riconoscimento del lavoro femminile e successivamente la rimodulazione di quei regimi fiscali che favorirebbero solamente gli individui ricchi e le multinazionali. Gli investimenti pubblici nella scuola e nella salute poi rimangono le grandi necessità e i temi fondamentali che ogni collettività dovrebbe affrontare per combattere le differenze all’interno di essa.

Perché, come si evince pure nel report, la felicità di ognuno di noi passa da queste accortezze. Infatti, l’unione e l’aggregazione dovrebbero guidare le leggi di uno Stato. Poiché le persone più ricche non esisterebbero se non a scapito di quelle povere e un riequilibrio di queste due forze necessita di una correzione. Per questo dobbiamo essere più equi e riacquistare quel senso di collettività che stiamo perdendo. Infatti, non potremmo mai esistere soli, se non con l’Altro.

Gli effetti collaterali degli smartphone e dei social

Nella puntata di Presa Diretta, intitolata Iperconnessi, andata in onda il 15 ottobre scorso, si è esaminato il tema di come questa nostra tecnologia digitale degli smartphone, oltre a proiettarci verso il futuro, sarebbe pure la causa di alcuni effetti collaterali per la nostra salute. Infatti, che i social network guadagnino sulla pubblicità commissionata dalle grande aziende ogni qualvolta noi clicchiamo sui loro portali non penso sia un segreto ormai per nessuno, ma questa gratuità del servizio viene pagata a caro prezzo da queste imprese che ovviamente si aspettano da noi un ritorno, ovvero il pagamento con la nostra attenzione cliccando sulle loro piattaforme. Secondo James Williams, ex Google strategist, Ricercatore Univ. Oxford, e conoscitore del settore, l’utente medio per Facebook vale tra i 5 e i 6 dollari l’anno. Ci sono migliaia di ingegneri e programmatori da tutto il mondo, continua il ricercatore, che studiano affinché noi rimaniamo su questi siti. È il loro modello di business e in questa guerra dei click, per noi ignari e inconsapevoli, non possiamo che uscirne sconfitti.

Sebbene già da sola questa notizia farebbe sobbalzare molte persone, il vero turbamento sarebbe l’effetto di tale attenzione in ognuno di noi. Secondo i professori Erik Peper e Richard Harvey, del Dipartimento educazione alla salute, San Francisco State University, ogni volta che riceviamo un messaggio, una e-mail o guardiamo lo smartphone il nostro cervello inizia a rilasciare la dopamina e l’endorfina sostanze responsabili del nostro piacere, ma è anche in quel momento che ha inizio la nostra dipendenza, poiché quando non abbiamo con noi il cellulare, proviamo un senso di perdita identico a quello che si proverebbe durante una crisi di astinenza da droga.

Ma un altro aspetto molto importante correlato all’uso degli smathphone, che emerge dal programma, è la capacità manipolatoria che questi social network avrebbero a livello sociale. Secondo James Williams, ex Google strategist, Ricercatore Univ. Oxford, le notizie che leggiamo sui social sarebbero frutto di una scelta intenzionale da parte delle piattaforme. Se è vero che questi siti guadagnano a ogni nostro click, è naturale che cercheranno di indurci a rimanerci il più possibile. Per catturare la nostra attenzione, però, farebbero leva sulle parti più basse e più impulsive di ognuno di noi. Continua James Williams: “Le piattaforme digitali ci forniscono una specie di ricompensa psicologica e l’indignazione è una ricompensa strepitosa, poiché ci dà un senso di identità con quelli che la pensano come noi. Ci fa sentire parte di una tribù”. Basti pensare che secondo Vox-Osservatorio sui diritti, ogni anno circolano 547.100 messaggi di odio, e i social li alimenterebbero.

Perciò questi pensieri negativi vengono poi canalizzati in ogni nostra azione inconsapevolmente. Non è un caso che ovunque attorno a noi sia frequente assistere ad episodi d’ira verso l’Altro, anziché il rispetto reciproco. Jaron Lanier, sviluppatore Microsoft e saggista aggiunge che: “L’algoritmo che deve decidere che cosa proporti cerca un feedback immediato e le emozioni che sorgono più velocemente sono la paura, la rabbia, l’insicurezza, il risentimento, la gelosia. Sono emozioni economiche, nel senso che basta poco per farle scattare e durano nel tempo. Poiché lo scopo dell’algoritmo è coinvolgerti sempre di più, sceglie di mostrarti ed enfatizzare i contenuti che causano queste reazioni. E questo meccanismo rende le persone più irascibili, più paranoiche”.

Forse è proprio per questo che siamo sempre più arrabbiati e irascibili e temiamo l’Altro come fosse un pericolo poiché non riusciamo, come affermano gli esperti intervenuti nel programma, a sederci un attimo e pensare più in profondità alle cose. Ci fanno credere che la rapidità è un simbolo del futuro, ma la complessità vuole lentezza, richiede quel tempo che viene purtroppo banalizzato dalla celerità del mezzo tecnologico.

Le conseguenze di tutto questo condizionamento non possono che portarci a convivere con una società che non riesce a darsi pace. Questi social toccano le parti più basse di noi esseri umani e condizionano i nostri umori negativamente, indirizzando la nostra rabbia verso i più fragili e gli indifesi. Infatti, si conclude il video raccontando l’esperimento di “contagio emozionale” commissionato sei anni fa da Facebook su quasi 700.000 utenti scelti a caso. Modificando l’algoritmo che decide in che successione mandarci o non mandarci i post, gli scienziati hanno spedito ad alcuni parole positive come “amore, bello, dolce”, e ad altri parole con la caratteristica negativa come “antipatico, dolore, brutto”. Il risultato di questa ricerca è che a seconda del tipo di messaggi che venivano mandati agli utenti, essi cambiavano d’umore.

Quindi, un messaggio negativo li avrebbe portati a pensieri brutti e ostili, anche se poco prima erano felici. E tutto ciò inconsapevolmente da parte dell’utente facendolo diventare più incline al disagio e più disposto alle bassezze morali. Ma questo non siamo noi! Dobbiamo fare più attenzione a quel mezzo che sono i social, all’apparenza innocui, ma che sarebbero la causa di tanti malumori fra le persone. Anzi, sembrerebbero proprio i veri “responsabili morali” di questa nostra società così malata e poco tollerante, che sostiene l’individuo a scapito della comunità.

Farmaci killer

 

Il 23 Febbraio scorso, il dailymail.com ha pubblicato l’articolo “Come l’avidità dell’industria farmaceutica sta uccidendo decine di migliaia di persone in tutto il mondo”. Il post è in inglese, ma cercherò di tradurre le parti più significative (in corsivo). Vale la pena leggerlo tutto.

Nell’articolo, Sir Richard Thompson, ex Presidente del Royal College of Physicians e medico personale della Regina per 21 anni, ha detto che molti farmaci sono meno efficaci di quello che pensiamo.

Il medico è uno dei sei eminenti dottori, tra cui il cardiologo NHS Dott. Aseem Malhotra, il quale sostiene che troppo spesso ai pazienti sono dati farmaci di cui non hanno bisogno e a volte dannosi.

Molte volte le aziende farmaceutiche, continua il medico, sviluppano farmaci da cui possono trarne profitto, invece di farmaci che possono essere vantaggiosi per noi.

Molte volte, assicura il Dott. Aseem Malhotra, i pazienti sono sovra-trattati e gli effetti collaterali delle troppe medicine sta portando ad innumerevoli morti.

Esso accusa le aziende farmaceutiche di spendere il doppio per quanto riguarda la campagna promozionale, anziché sulla ricerca.

Pochi mesi fa, continua il post, il Direttore medico del NHS in Inghilterra, Sir Bruce Keogh, ha ammesso che un trattamento su sette, comprese le operazioni, sono inutili e non dovrebbero essere state effettuate sui pazienti. E negli Stati Uniti, si stima che un terzo di tutte le attività di assistenza sanitaria non porta ad alcun beneficio per i pazienti.

Questo punto è ulteriormente sostenuto da un ex direttore del New England Journal di Medicina, Dott. Marcia Angell, la quale, in un discorso tenuto presso l’Università del Montana nel 2009, ha rivelato che dei 667 nuovi farmaci approvati dalla FDA tra il 2000 e il 2007, solamente l’11% sono stati considerati essere innovativi o migliorativi rispetto a quelli esistenti e tre quarti erano delle copie di quelli vecchi”.

Dopo una serie di dati del genere non saprei neanche cosa aggiungere, se non che sarebbe interessante sapere quanto i farmaci sono responsabili di moltissime altre morti o disagi che il sistema sanitario non riesce a calcolare. Nel post si parla di un report della FDA, la quale riferisce che: “negli Stati Uniti, negli ultimi dieci anni, i farmaci prescritti sono più che triplicati e ciò ha provocato 123.000 morti nel 2014, e 800.000 gravi esiti dei pazienti tra cui disabilità o ricoveri”. Inoltre il Dott. Aseem Malhotra, sostiene che: “uno su tre ricoveri ospedalieri tra gli over 75 anni avviene per una avversa reazione al farmaco”. Ma non si potranno mai calcolare bene tutte quelle morti o disabilità causate da un determinato “farmaco killer”. Infatti, a parte casi particolari, se una persona prende un farmaco e muore, nessuno immaginerà che la causa sia stata la medicina stessa.

Io mi sono già occupato di “farmaci assassini” (in quel caso psico-farmaci) nel post “La teoria dell’uomo buono”, e già in quel post scrivevo sulla necessità di sensibilizzare le persone ad una parsimoniosa scelta delle medicine.

Per quanto mi riguarda i farmaci non possono essere soggetti alla speculazione dei privati, perché in molte situazioni si è visto quanto il brevetto faccia lievitare i costi, soprattutto di quelli indispensabili, come per esempio per l’Epatite C.

Finché la produzione di farmaci rimane statale, non sarà soggetta all’influenza del mercato e al guadagno di poche persone su quelle che ne hanno veramente bisogno.

Aspettando la pioggia

“L’aria è preziosa per l’uomo rosso poiché tutte le cose partecipano dello stesso respiro”

Capo dei Pellirossa Capriolo Zoppo

Una volta, i nostri antenati attendevano la pioggia affinché i loro raccolti fossero rigogliosi e scacciassero lontano la carestia. Oggi, noi aspettiamo la pioggia per non soccombere allo smog.
In questi giorni è tornato di moda l’inquinamento da smog. Leggendo i giornali, sembra che il problema principale sia la pioggia che tarda a venire. Come se fino a ieri avessimo respirato aria delle Dolomiti, ed oggi invece, un elemento estraneo fosse venuto dallo spazio introducendosi nel pianeta furtivamente e perdendo fuliggine da tutte le parti. Per fortuna, la solerzia dei nostri sindaci emette una risposta: Milano, blocco del traffico. Eh! Va bene che come dicono a Milano “Piutost che nigot, l’è mej piutost” (trad. “piuttosto che niente è meglio piuttosto”), ma a me questo sembra più un “raschiare il fondo del barile”.
Scherzi a parte, ma voi credete veramente che alcuni giorni di stop del traffico (ex targhe alterne), possano essere la panacea di tutti i nostri mali?

In Italia è da anni che siamo in emergenza smog. Basta consultare i dati nel sito Viias.it, per vedere come in molte zone della nostra penisola, tra cui la Pianura Padana, la quale ha un alto livello industriale, è almeno dal 2005 che è messa in questa situazione. Sicuramente ci sono dei miglioramenti rispetto a una volta, ma secondo il progetto Viias, questo progresso è molto lento. Non è quindi colpa della pioggia che tarda a venire. Credo.

Nel sito dell’ISDE, associazione dei medici italiani, aprendo l’opuscolo: “Prevenzione dei rischi ambientali: un nuovo concetto di salute”, si affronta l’argomento. Si legge: “Il particolato è una miscela di particelle solide e liquide in sospensione nell’aria che raggiunge la massima concentrazione in inverno. Il particolato comprende particelle di varia dimensione in cui possono confluire polvere, terra, materiali provenienti da strade, polline, muffe, spore, batteri, virus, e migliaia di sostanze chimiche e determina malattie respiratorie, cardiocircolatorie e neurodegenerative. Le maggiori fonti di particolato sono il traffico veicolare, le attività industriali e gli impianti di riscaldamento. La frazione di particolato di gran lunga più dannosa per la nostra salute è il particolato ultrafine, un vero concentrato di veleni, prodotto di reazioni termochimiche in fonderie, cementifici, acciaierie, inceneritori di rifiuti, motori diesel e altri processi di combustione”.

Sebbene questi dati diano solamente un quadro generale della situazione, nel sito www.nopops.it, del medico ematologo Vincenzo Cordiano, sono presenti molti articoli inerenti l’argomento e fra questi c’è uno studio di alcuni ricercatori messicani i quali rivelano una correlazione fra inquinamento atmosferico e danni celebrali. Vincenzo Cordiano scrive: “La neurotossicità dei metalli presenti nell’aria atmosferica inspirata dalle popolazioni più giovani residenti in aree urbane ad elevato tasso d’inquinamento atmosferico e i danni celebrali rappresenta un considerevole rischio, in particolare per i lobi frontali di cervelli in via di sviluppo, generando un notevole tasso di preoccupazione per i possibili gravi effetti deleteri sullo sviluppo celebrale e delle funzioni cognitive di bambini e adolescenti”.

Come al solito, la più grande arma che abbiamo è la conoscenza. Queste informazioni non devono essere diffuse solamente agli addetti ai lavori. Tutti noi dobbiamo essere sensibilizzati su argomenti così importanti.

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È importante quindi cercare di farsi una propria “idea sulle cose del mondo”, vagliando le argomentazioni che la sostengono e cercando di aprirci alla vita con uno sguardo il più  critico possibile.