Leggere in Italia

L’Associazione italiana editori ha commissionato degli studi sul ruolo della lettura in Italia. Uno si intitola Sfida al futuro. La lettura e la capacità di competere del Paese e l’altro Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia, 2019.

Da queste relazioni emerge come l’Italia sia il fanalino di coda rispetto agli altri Paesi europei per quanto riguarda la lettura dei libri. E il problema si acuirebbe ancora di più se non ci fosse la fascia dei più giovani ad alzare la percentuale. Infatti, sono loro a tenere alta la media nazionale che si assesta al 60% di persone che hanno letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti, contro il 92% della Francia, il 90% della Norvegia e l’86% dell’UK. Dobbiamo suddividere ulteriormente il dato italiano per fasce d’età per vedere un dato molto interessante: il periodo fra 0-14 anni presenta un indice di lettura che raggiunge l’83,8%; quello fra 15-17 legge 85%; la fascia 18-24 legge 77%. Percentuale che diminuisce con l’innalzarsi dell’età.

Sebbene gli investimenti per il settore siano diminuiti negli ultimi anni non solo in Italia, ma anche in tutta Europa, i dati ci insegnano come tali voci contribuiscano invece alla crescita di un Paese. Alla faccia di quelli che dicono che con la cultura non si mangia! Riporto un estratto molto significativo sull’argomento. Afferma che: “Il quadro che emerge, se non ci dice che leggendo di più si migliorano automaticamente gli altri indicatori – riducendo i dislivelli che ci separano dalle maggiori economie europee – ci indica implicitamente che investimenti e piani organici prolungati nel tempo per lo sviluppo della lettura, dell’istruzione, delle infrastrutture dedicate (biblioteche pubbliche e scolastiche, librerie) sono le leve di sviluppo da manovrare per tornare a crescere. Almeno nove altri Paesi europei sono lì a dimostrarcelo”.1

Leggere libri, quindi, non solo è importante per la maturazione culturale personale, ma influenza pure la crescita economica, poiché nelle regioni d’Italia dove si legge di più, cresce anche la produttività. Sostiene il testo che: ”Nell’ipotesi di similarità tra Centro-Nord e Mezzogiorno nel processo di crescita, questo risultato potrebbe essere decrescente della conoscenza: all’aumentare degli indici di lettura, la produttività crescerebbe (Scorcu e Gaffeo – 2006) […] Tra gli elementi di debolezza che hanno portato l’Italia su una traiettoria di crescita economica insoddisfacente, e comunque con cui spesso ci si confronta, vi è proprio quello della conoscenza”.2 Per questo è compito nostro singolarmente, ma soprattutto dello Stato elevare i libri e la cultura al posto che spetta loro.

Lo studio afferma pure che: “Nel 2018 il 40,8% di imprenditori, dirigenti di azienda, in genere le persone che occupano ruoli apicali nella grande, media e piccola industria italiana e della pubblica amministrazione, dichiara di non aver letto alcun libro nei 12 mesi precedenti”.3 Questo è un dato molto grave afferma l’AIE, poiché la continua crisi economica e culturale che attraversa l’Italia forse passa anche da lì. È molto importante, infatti, che le persone che coprono posti strategici per un Paese, abbiano almeno loro la capacità di invertire questo dato, se è vero che libri e cultura sono fondamentali per la crescita di una comunità. Se a posti apicali non ci sono persone in grado di fruttare tutto ciò, forse questa inefficienza, come afferma il testo, è molto probabile che rimanga. Perciò dobbiamo puntare a investire nella cultura, perché, come ci insegnano gli altri Stati, contribuisce alla crescita di una collettività.

1 Associazione italiana editori – Sfida al futuro – La lettura e la capacità di competere del Paese, pg. 63.

2 Associazione italiana editori – Sfida al futuro – La lettura e la capacità di competere del Paese, pg. 87.

3 Associazione italiana editori – Sfida al futuro – La lettura e la capacità di competere del Paese, pg. 41.

La disuguaglianza secondo l’Oxfam

L’ultimo rapporto dell’Oxfam intitolato Bene pubblico o ricchezza privata ? descrive come la disuguaglianza fra gli individui in tutto il mondo sia sempre un fattore emergenziale e continui a incrementare il numero delle persone più povere. Poiché i ricchi lo sono sempre di più e tutto ciò a scapito dei più indigenti. Ma la politica sembra ancora inerte ad ascoltare il grido di dolore degli emarginati.

Dopo la crisi finanziaria, il patrimonio dei pochi miliardari è aumentato di 2,5 miliardi di dollari al giorno. Nonostante gli introiti, questi soggetti e le grandi imprese sono stati sottoposti pure a un regime fiscale molto basso, che li avvantaggerebbe. Ma per gli Stati questo provoca delle conseguenze molto gravi, poiché è con queste tasse che i nostri governanti legiferano. Avere meno entrate, quindi, significherebbe non avere più insegnanti nelle scuole o le cure da somministrare negli ospedali, mettendo in seria difficoltà i più bisognosi e quindi i più poveri, privilegiando i più benestanti che possono usufruire di un servizio privato migliore. In questo squilibrio le donne rimangono le più penalizzate poiché lavorano molte ore, senza essere retribuite.

Lo sbilanciamento che si origina da questa disuguaglianza è devastante, poiché se da una parte incrementa la ricchezza a un numero esiguo di individui che diventano sempre più agiati, dall’altra questa decurtazione non riesce a rifornire dei servizi basilari l’altra maggioranza della popolazione mondiale, facendo diminuire così i servizi nelle scuole per i bambini e per le cure essenziali negli ospedali.

Basta indicare alcuni dati inseriti nello studio citato per confermare tale analisi. In questi ultimi 10 anni, dopo la crisi finanziaria, la ricchezza dei più benestanti è cresciuta di 900 miliardi di dollari in tutto il mondo, mentre quella della metà più indigente, composta da 3,8 miliardi di persone, è diminuita dell’11%.

Gli individui più ricchi sono sempre di meno: l’anno scorso soltanto 26 persone (contro i 43 dell’anno precedente) possedevano tanta ricchezza quanto la metà più povera della popolazione, ovvero 3,8 miliardi di individui.

Per fare un esempio, la relazione afferma che: “Il patrimonio dell’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos (proprietario di Amazon) è salito a 112 miliardi di dollari. Appena l’1% di questa cifra equivale quasi all’intero budget sanitario dell’Etiopia, un Paese con 105 milioni di abitanti”.

Tutto ciò accade con l’aiuto di un sistema fiscale tra i più bassi. Ecco perché una buona tassazione porterebbe più gettito nelle casse dello Stato che incrementerebbe in questa maniera le spese per i più poveri: per la scuola, gli ospedali e tutti quei servizi basilari e necessari per ognuno di noi. Negli Stati ricchi in media si è passati da una tassazione al reddito sulle persone fisiche del 62% nel 1970, al 38% nel 2013. Per farci un’idea, nelle zone del mondo con un’economia in via di sviluppo è del 28%.

Perciò fra imposte dirette e indirette, in alcuni Stati, il 10% più povero della popolazione, in proporzione, paga più tasse del 10% più ricco. Se i Governi, invece, facessero pagare all’1% più agiato un’aliquota di solamente lo 0,5%, si garantirebbe un gettito superiore alla somma necessaria per mandare a scuola 262 milioni di bambini che non hanno tale possibilità ed elargire pure quell’assistenza sanitaria che potrebbe salvare la vita a 3,3 milioni di individui.

Lo studio si conclude acclarando che: “Nei Paesi con un maggiore livello di disuguaglianza il clima di fiducia è più scarso e la criminalità è più elevata. Le società più inique sono anche quelle “meno felici” e in cui persino lo stress e le patologie mentali mostrano livelli più elevati”.

Il testo, poi, analizza anche questa differenza nelle donne e nei bambini: “Gli individui più ricchi del mondo sono prevalentemente uomini. A livello globale le donne guadagnano il 23% in meno degli uomini e gli uomini possiedono il 50% in più della ricchezza detenuta dalle donne”. Dobbiamo quindi riequilibrare queste storture che abbiamo creato verso donne e bambini, poiché: “Un recente sondaggio in 13 Paesi in via di sviluppo ha rilevato che la spesa per istruzione e salute ha determinato il 69% della riduzione totale della disuguaglianza”.

Concludendo, i punti chiave su cui lavorare per affrontare e abbattere queste disuguaglianze dovrebbero essere in primo luogo il riconoscimento del lavoro femminile e successivamente la rimodulazione di quei regimi fiscali che favorirebbero solamente gli individui ricchi e le multinazionali. Gli investimenti pubblici nella scuola e nella salute poi rimangono le grandi necessità e i temi fondamentali che ogni collettività dovrebbe affrontare per combattere le differenze all’interno di essa.

Perché, come si evince pure nel report, la felicità di ognuno di noi passa da queste accortezze. Infatti, l’unione e l’aggregazione dovrebbero guidare le leggi di uno Stato. Poiché le persone più ricche non esisterebbero se non a scapito di quelle povere e un riequilibrio di queste due forze necessita di una correzione. Per questo dobbiamo essere più equi e riacquistare quel senso di collettività che stiamo perdendo. Infatti, non potremmo mai esistere soli, se non con l’Altro.

La qualità del lavoro

 

Come tutti sappiamo il lavoro è determinante per la vita di ognuno. Infatti, tutti siamo direttamente o indirettamente influenzati da ambienti lavorativi di vario genere. Perciò la loro tutela deve essere al centro del nostro interesse, non solamente politico.

Se da una parte possiamo trovare lavori di qualità, è pure vero che dietro l’angolo c’è la possibilità di trovare impieghi poco virtuosi e quindi che mettono in pericolo la salute non solo fisica, ma anche psicologica delle persone che li svolgono. Quindi solamente con l’attenta analisi della qualità dei lavori possiamo aspirare a una lotta efficace per correggere gli errori più comuni.

L’Ocse1, in questo senso, ha sviluppato uno studio in cui si valuta la qualità del lavoro attraverso tre punti di analisi necessari per capire quanto un impiego sia buono o meno:

-il primo punto si intitola “la qualità dei guadagni” e mostra le retribuzioni dei lavoratori che contribuiscono al loro benessere. L’Italia purtroppo segue la gran parte dei paesi del Nord Europa. Molta strada c’è ancora da fare;

-il secondo punto è la “sicurezza nel mercato del lavoro” e afferma come i vari Stati proteggono i propri cittadini nel momento in cui perdono il lavoro. Qui l’Italia fa addirittura peggio, poiché se nel punto precedente poteva vantarsi di risultare nella media Ocse, per quanto riguarda la protezione del lavoro in caso di disoccupazione, riusciamo a fare peggio. L’Italia sorpassa solamente la Grecia e la Spagna;

-il terzo punto è “la qualità dell’ambiente di lavoro” il quale analizza i fattori non economici dell’impiego, come il contenuto del lavoro svolto, le modalità e le relazioni sociali all’interno dell’ambiente di lavoro. Anche qui l’Italia si conferma agli ultimi posti della classifica Ocse.

L’analisi di questi dati ci suggerisce come ci sia ancora molto da fare per noi italiani in politiche di lavoro. Dagli stipendi più adeguati, agli ambienti lavorativi più efficienti e salutari e a un aiuto per quei lavoratori che perdono un lavoro, abbiamo delle grandi lacune da colmare, perciò è molto importante realizzare politiche economiche degne di questo nome per sopperire a un altro grave evento che accade in Italia e che è conseguente ai dati citati poc’anzi: il fenomeno dei Working Poor.

Non è un caso che, rispetto ad altri paesi, l’Italia abbia un elevato tasso di working poor 2. Questi nuovi poveri sono quei lavoratori che prendono uno stipendio talmente basso, con cui non riescono nemmeno a mantenersi.

L’Italia ha il triste primato anche in questo dato, poiché il suo 23% supera di gran lunga la percentuale di molti paesi sviluppati economicamente.

Perciò dobbiamo tutelare i nostri cittadini in ogni momento della vita lavorativa poiché come ci hanno mostrato i dati la qualità del lavoro è necessaria e determinante per la vita di ogni cittadino, che attraverso di essa può contribuire a vivere una vita più felice.

1 http://www.oecd.org/employment/job-quality.htm

2 https://www.investireoggi.it/economia/working-poor-italiani-lavoratori-stipendio-rischio-poverta/

La povertà in Italia

Secondo il report dell’Istat sulla povertà italiana, Condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie, la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale sarebbe il 30% ovvero 18.136.663 di persone (il dato più recente è quello del 2016). Quindi circa un terzo degli italiani vive in condizioni di povertà.1 E se non fosse già questa notizia un duro colpo per noi, l’istituto di statistica afferma pure che queste persone a rischio di povertà sono aumentate rispetto all’anno 2015, il precedente, in cui la percentuale era del 28,7%. Rimaniamo sempre il fanalino di coda fra gli altri paesi europei.

Persino il rapporto del 2017 della Caritas Futuro anteriore, afferma che: “I figli stanno peggio dei genitori; i nipoti stanno peggio dei nonni”.2 Perciò, a mio avviso, l’operazione da svolgere nell’immediato dovrebbe essere un aiuto a tutte le persone indigenti.

Si è voluto fare il “Reddito di inclusione” (REI) che dovrebbe servire a sollevare le istanze dei tanti poveri italiani, ma con le sue regole stroppo stringenti, rischia di diventare la classica misura promozionale elettorale più che una norma doverosa per le milioni di persone in difficoltà.

Infatti, secondo la sociologa Chiara Saraceno: “A fronte di un costo stimato in circa 7 miliardi per coprire tutti coloro che si trovano in povertà assoluta, lo stanziamento è di soli 1,7 miliardi nel 2018, con una previsione di arrivare a 1,845 miliardi nel 2019”.3 Questo REI, quindi, coprirebbe solamente un quinto di tutta la platea.

La soglia poi delle ISEE, continua la Saraceno, che servirebbe ad accedere al “reddito di inclusione” è stata abbassata ulteriormente rispetto a quella individuata per la povertà assoluta; e tutto ciò potrebbe portare a non risolvere il problema. Per questo conclude la Saraceno si deve correggere la legge.

Il guaio italiano è che la politica, anziché risolvere le istanze sociali, sembra quasi voler rattoppare qua e là le difficoltà cercando continuamente di riscuotere il consenso popolare. La politica sembra non volere fare dei piani per il futuro, ma solamente risoluzioni nel breve periodo che cerchino di portare dignità alla propria personale legislatura. Ma se non si ha uno sguardo verso di esso, non riusciremo mai ad uscire dallo stagno in cui siamo caduti.

Secondo l’associazione www.bin-italia.org: “Il REI potrebbe diventare l’ennesimo strumento usato in Italia per la produzione di lavoro povero, sostitutivo di posti di occupazione stabile e tutelata”.4 Perciò la politica deve puntare a qualcosa di veramente più “inclusivo”, senza fare l’ennesima legge a scopo elettorale.

I mass media e i nostri politici, invece, parlano di tante riforme che bisognerebbe fare per prime, ma non si accorgono che se viene meno la dignità della persone, che per esempio un lavoro onesto può dare loro, tutti gli altri diritti sono certo apprezzabili, ma inutili.

Mi auguro, con l’anno nuovo, di veder scendere questa disuguaglianza presente nel nostro paese e auspico finalmente una politica che dia uno sguardo verso gli ultimi e i più bisognosi d’aiuto.

1https://www.istat.it/it/files/2017/12/Report-Reddito-e-Condizioni-di-vita-Anno-2016_WEB_REV.pdf?title=Condizioni+di+vita+e+reddito+-+06%2Fdic%2F2017+-+Testo+integrale+e+nota+metodologica.pdf

2http://www.caritas.it/caritasitaliana/allegati/7346/Rapporto_Caritas2017_FuturoAnteriore_copertina.pdf

3https://welforum.it/un-reddito-minimo/

4http://www.bin-italia.org/reddito-inclusione-arriva-via-libera/

 

Il denaro per Karl Marx

 

Nel libro di Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, il filosofo dedica un capitolo al “Denaro”.

Il denaro, per Marx, è l’oggetto più importante, poiché ha la caratteristica di impossessarsi di tutto. Infatti afferma il filosofo: «Il denaro, possedendo la caratteristica di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l’oggetto in senso eminente»1.

Ma se il denaro diventa l’oggetto eminente, diventa pure il legame di ogni relazione e ciò che ci unisce come società. Per questo Marx afferma che: «E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli? Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo? E quindi non è forse anche il dissolvitore universale?»2.

Perché, quindi, diventerebbe un dissolvitore universale? Perché il denaro, per Marx, non entra solamente nel circuito economico di una comunità, ma penetra anche nel tessuto sociale. È una forza creatrice che irrompe nella realtà. Afferma il filosofo: «In quanto è tale mediazione, il denaro è la forza veramente creatrice»3.

Il denaro, quindi, per Marx non è neutrale, in quanto crea bisogni che prima di allora non c’erano. Unisce quelle contrapposizioni che altrimenti non avrebbero potuto incontrarsi nella realtà. Prosegue il filosofo: «Il denaro muta la fedeltà in infedeltà, l’amore in odio, l’odio in amore, la virtù in vizio, il vizio in virtù, il servo in padrone, il padrone in servo, la stupidità in intelligenza, l’intelligenza in stupidità. Poiché il denaro […] è la universale confusione e inversione […] di tutte le qualità naturali ed umane. Chi può comprare il coraggio, è coraggioso anche se è un vile. Siccome il denaro si scambia non con una determinata qualità, né con una cosa determinata, né con alcuna delle forze essenziali dell’uomo, ma con l’intero mondo oggettivo, umano e naturale, esso quindi, considerato dal punto di vista del suo possessore, scambia le caratteristiche e gli oggetti gli uni con gli altri, anche se si contraddicono a vicenda. È la fusione delle cose impossibili; esso costringe gli oggetti contraddittori a baciarsi»4.

Perciò il filosofo vede nel denaro, quello squilibrio, che avverrà col tempo, fra azioni che non sarebbero mai nate, ma il denaro, con il sue effetto tracotante, ha dissolto. Distorcendo la realtà naturale delle cose, unendo le contraddizioni.

Per Marx, questo forse è l’inizio di ogni infelicità umana, visto che ad ogni relazione umana, come l’amore ad esempio, ci deve essere una corrispondenza da parte dell’Altro, affinché tu possa goderne in piena gioia. O come afferma Marx: «Se presupponi l’uomo come uomo e il suo rapporto col mondo come un rapporto umano, potrai scambiare amore soltanto con amore, fiducia solo con fiducia, ecc. […] se tu ami senza suscitare una amorosa corrispondenza, cioè se il tuo amore come amore non produce una corrispondenza d’amore, se nella tua manifestazione vitale di uomo amante non fai di te stesso un uomo amato, il tuo amore è impotente è un’infelicità»5.

1Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, a cura di Norberto Bobbio, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 2004, pp. 144-145.

2Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., p. 147.

3Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., p. 148.

4Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., p. 149.

5Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., p. 149.

Il mito della ricchezza facile

 

In una puntata del 16-02-2017, nel programma Piazza Pulita, veniva intervistato Alfio Bardolla, un financial coach.

E’ molto interessante guardare l’intervista di Alfio Bardolla, poiché egli è l’effetto di questa nostra società che pensa solamente ai soldi ed al benessere individuale. Bardolla insegna alle persone come fare i soldi facilmente. Infatti, a parer suo, lui stesso è diventato talmente ricco che potrebbe smettere di lavorare. E perché non lo fa? Perché, visto che è così facoltoso, si fa pagare da 200 a 3000 euro a corso?

Affermare che possiamo fare i soldi facili, quando sa benissimo che la ricchezza di un individuo porta alla povertà di un’altra persona, per me è moralmente inaccettabile. Ma qualora volessi immedesimarmi in questa sua pessima ipotesi, per prima cosa condividerei con gli altri la mia scoperta di come è facile fare i soldi, ma gratis (poiché lui ne ha già guadagnati un sacco e non ne ha bisogno) e successivamente mi ritirerei al sole dei Caraibi per tutta la vita!

Bardolla, poi, prende ad esempio gli Stati Uniti come paese libero in cui i libri di financial coach sono molto venduti. Bellissimo esempio quello degli Stati Uniti, visto come sono messi (vedi “le bugie del capitalismo”). Quest’uomo sfrutta solamente le sventure di altre persone a proprio favore. Se questo è il futuro economico, ditemi voi.

Se la crisi economica non ci ha insegnato niente, siamo perduti. Noi non possiamo vedere l’economia come un mercato individualista, poiché il “mercato” è costituito dall’insieme di tutte le persone. Se prendi dei soldi o risorse è perché li stai togliendo ad altri individui.

Infatti non dobbiamo mai perdere di vista come funziona l’economia:

il denaro è un mezzo per acquistare merci, ed è nato per gestire l’economia della comunità visto che il baratto, in alcuni casi, diveniva troppo difficoltoso. Ma non deve diventare un fine a cui aspirare per essere felici. Come diceva Aristotele: “La felicità, è manifestamente, qualcosa di perfetto e autosufficiente, in quanto è il fine delle azioni da noi compiute” (Etica Nicomachea). Quindi è la felicità il nostro fine non il denaro;

le risorse sono limitate. Mettiamo che siamo in 2 persone e le risorse totali sono 100. Se all’inizio una persona ha 50 e l’altra 50 e, successivamente, una delle due riesce a guadagnare 30 raggiungendo 80 in totale, l’altra avrà una decurtazione dei 30 e arriverà a 20.

Se il sistema liberale-capitalistico avesse portato ricchezza a tutti noi, l’avrebbe già fatto da moltissimi anni. Ma siccome non è così, dobbiamo conoscere cosa ci sta dietro a tutto questo fallimento e i dati Oxfam ci fanno capire tutto ciò.

Possibile che nel 2017, anziché creare dei valori comunitari condivisi da tutti, ci siano ancora personaggi che instillano nelle persone questi valori individualistici, che possono portare solamente ad una disgregazione della comunità.

La ricchezza di una persona è la povertà dell’altra. Questo dobbiamo comprendere e costruire una società su basi solidali.

Il fallimento del liberismo

Un giorno, discutendo con un giovane liberista sulle conseguenze che poteva avere questo sistema economico per lo Stato, mi elencò i paesi in cui vige tutt’ora tale economia: la Svizzera, la Svezia e le Province autonome di Trento e Bolzano.

Dopo la nostra accesa discussione ho voluto constatare se veramente questi paesi attuano un regime liberista. Sono andato alla ricerca del tasso di disoccupazione dei vari Stati, inserendo anche la percentuale di quelli che hanno un alto livello per confrontarli.

Secondo l‘International Labour Organization, il tasso di disoccupazione, quello reale al 2015, dei vari paesi è effettivamente molto basso, se si raffrontano l’11,9% dell’Italia, il 22,1% della Spagna e il 24,9% della Grecia :

-Provincia autonoma di Trento 6.8% di disoccupazione (fonte: http://www.urbistat.it);

-Provincia autonoma di Bolzano: 3.8% di disoccupazione (fonte: http://www.urbistat.it);

-Svizzera: 4.5% di disoccupazione;

-Svezia: 7.4% di disoccupazione.

Per sistema economico liberista, secondo la teoria di Adam Smith, intendo un sistema che predilige la libertà di iniziativa privata, il libero scambio e l’esclusione dello Stato nell’intervento privato.

Ricercando in internet, però, i paesi con il tasso di disoccupazione più basso investono molto nel welfare, tanto odiato dai liberisti. Questo vuol dire che il loro “benessere economico” è dovuto anche ad investimenti nelle politiche sociale, senza abbandonare i propri cittadini. Mentre i paesi che fanno poco investimento nel welfare sono quelli che si ritrovano un alto tasso di disoccupazione come dimostra bene  il report della Commissione europea “Social investment in Europa”, uno studio del 2015, da cui estraggo delle note:

-La Finlandia: “gli investimenti iniziano già dalla nascita del bambino. Con pacchetti di assistenza alla maternità, pasti gratuiti dalle scuole materne al college ed istruzione gratuita dal scuola primaria all’Università”;

-La Svezia: “La Svezia ha una lunga tradizione di un approccio globale per gli investimenti sociali”;

-In Spagna: “La progettazione e l’implementazione di politiche sociali sono ancora deboli”;

-L’Italia: “Un approccio verso investimenti nel sociale sono stati ritrovati in leggi sulla disoccupazione, ma ci sono ancora gravi carenze […] un reddito minimo deve ancora essere introdotto in tutto il territorio nazionale. Come risultato, una chiara strategia di investimento è carente e l’Italia non incorpora la tutela dei diritti delle persone in povertà e di esclusione sociale nei suoi programmi politici”;

-In Spagna: “Si è registrato un impatto negativo su programmi di welfare”;

-In Italia: “C’è stata una riduzione delle risorse finanziarie per i servizi pubblici […] questa riduzione è suscettibile e può mettere a rischio la capacità di erogazione dei servizi delle autorità locali, come dimostrato dalla diminuzione del 23,5% nei loro confronti occorsi tra il 2008 e il 2012”;

-In Grecia: “Dal 2006 c’è stata un’attenzione ai temi dell’infanzia […] tuttavia la disposizione nel welfare è peggiorata dal 2010 a causa dei tagli di bilancio e il rapporto con il personale è peggiorato”;

-In Svizzera: “Una legge federale sugli assegni familiari […] risulta in costante aumento”.

-In Italia: “La spesa dedicata agli assegni familiari è aumentata del 53% nel 2014, rispetto al 2010 […] tuttavia tale incremento non rappresenta una crescita verso investimenti sociali, poiché favorisce le prestazioni in denaro […] anziché servizi (es. quelle supportate da un fondo nazionale per le politiche della famiglia sono diminuiti del 88% tra il 2008 e il 2014)”.

Inoltre, la Provincia autonoma di Trento sosterrà anche nel 2017 le spese in: “sanità, sociale, scuola, ricerca, politiche del lavoro, e di sostegno al reddito”.

Mentre la Provincia autonoma di Bolzano, nella Relazione di Bilancio 2016, mostra le spese più cospicue della Provincia: il 26.7% di spesa che va alla tutela della salute; il 21% va all’istruzione e diritto allo studio; ed il 10.8% va ai diritti sociali, politiche sociali e famiglia.

Queste serie di dati ci fanno comprendere come il liberismo non sia la soluzione migliore. Paradossalmente, i paesi che non investono nel sociale sono i paesi destinati ad una grave disoccupazione. Per questo, Il welfare è l’elemento fondamentale da cui partire per non lasciare indietro nessun cittadino in difficoltà.

In fin dei conti, questa nostra economia liberista è la responsabile di esempi assurdi, come quello del giocatore di calcio Tevez, il quale ha fatto un contratto con una squadra cinese che lo pagherà 77 euro al minuto! La maggior parte delle persone che hanno un lavoro normale non guadagnano quella cifra neanche in una giornata di lavoro! Ma anziché indignarsi per una sproporzione di questo genere, prendono Tevez come se fosse un esempio positivo, di chi ha successo nella vita, senza chiedersi minimamente se è moralmente giusto guadagnare così tanto, mentre ci sono persone che muoiono di fame, poiché questi suoi ingenti guadagni sono la causa della povertà delle altre persone. Infatti, qualunque sia il sistema economico, noi tutti siamo collegati e dipendiamo gli uni dagli altri. Anche se viviamo in una società in cui ogni giorno ci viene detto che dobbiamo essere i migliori e non dobbiamo fare affidamento sugli altri, noi non possiamo vivere senza l’Altro. Il guadagno dell’uno è la perdita dell’altro. Non possiamo vivere isolati dal mondo, poiché la nostra vita poggia sulla vita dell’Altro. O come scrisse Aristotele: “L’uomo per natura è un essere socievole: quindi chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abietto o è superiore all’uomo”. Arriverà il momento in cui anche Tevez avrà bisogno di qualcosa che non potrà essere comprato con i soldi.

Volevo concludere con alcuni dati Oxfam, usciti pochi giorni fa, nel report Un’ economia per il 99 percento:

-Dal 2015 l’1% più ricco dell’umanità possiede più ricchezza netta del resto del pianeta;

-Oggi otto persone possiedono tanto quanto la metà più povera dell’umanità;

-Negli Stati Uniti, secondo le nuove ricerche condotte dall’economista Thomas Piketty, negli ultimi 30 anni i redditi del 50% più povero sono cresciuti dello 0%, mentre quelli dell’1% più ricco sono cresciuti del 300%;

-7 persone su 10 nel mondo vivono in paesi in cui la disuguaglianza è aumentata negli ultimi 30 anni;

-10 tra le più grandi multinazionali hanno generato nel 2015/16 profitti superiori a quanto raccolto dalle casse pubbliche dei 180 paesi più poveri al mondo;

-In Italia l’1% più ricco era in possesso nel 2016 del 25% della ricchezza nazionale netta. Da soli, i primi 7 miliardari italiani possedevano più ricchezza del 30% più povero dei nostri connazionali.

Sono dati impressionanti! Lo stesso Bill Gates, in un’intervista ha dichiarato: “la maggior parte dei miei soldi, direi oltre il 95 percento, non è necessaria per sostenere le spese né della mia famiglia né dei miei figli. E quindi ho la possibilità e l’opportunità di restituire questo denaro alla società, per accelerare l’innovazione a favore dei più poveri”.

Abbiamo sempre più bisogno gli uni degli altri, di una mutua assistenza reciproca e non concorrere fra noi per vedere chi è il migliore e chi è il peggiore. Invece, ci fanno credere che possiamo farcela da soli. Ma questo non è vero, poiché se fossimo veramente lasciati soli, non riusciremmo a sopravvivere a lungo. Tutti noi, volontariamente o involontariamente, elargiamo o beneficiamo delle cure altrui, poiché ne abbiamo bisogno, quindi cerchiamo di essere più benevoli verso l’Altro.

La Quarta Rivoluzione Industriale ed il futuro del lavoro

 

Nel bellissimo libro La fine del lavoro, l’autore Jeremy Rifkin afferma che: “Durante la Prima rivoluzione industriale, l’energia prodotta dal vapore venne utilizzata per l’estrazione dei metalli, per la produzione del tessile e per la fabbricazione di una vasta gamma di beni che prima di allora erano stati manufatti. La nave a vapore sostituì quella a vela e la locomotiva prese il posto del carro a cavalli, migliorando notevolmente il processo di movimentazione delle materie prime e dei beni finiti […] La Seconda rivoluzione industriale ebbe luogo tra il 1860 e la prima guerra mondiale. Il petrolio iniziò a competere con il carbone e l’elettricità venne efficacemente imbrigliata per la prima volta, creando una nuova fonte di energia per muovere motori, illuminare le città e fornire comunicazioni in tempo reale. Come avvenne con la rivoluzione del vapore, il petrolio, l’elettricità e le invenzioni del periodo continuarono a spostare il peso dell’attività economica dall’uomo alle macchine […] La Terza rivoluzione industriale iniziò a prendere forma immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, ma solo ora sta iniziando ad avere un impatto significativo sul modo in cui la società organizza le proprie attività economiche. Macchine automatiche a controllo numerico, computer avanzati e programmi sofisticati stanno invadendo anche quella che è rimasta l’ultima sfera di esclusiva pertinenza umana: il dominio della mente. Appropriatamente programmate, queste «macchine pensanti» sono sempre più in grado di svolgere funzioni concettuali, amministrative e gestionali e di coordinare il flusso di produzione, dall’estrazione delle materie prime alla commercializzazione e distribuzione dei beni finali e dei servizi” (pgg. 110-111).

Benché le nuove tecnologie portano giustamente sollievo alla fatica lavorativa umana, esse, però, lasciano anche un grande vuoto: la “disoccupazione tecnologica”. Infatti, Jeremy Rifkin illustra molto bene i risultati che hanno determinato queste tecnologie: “Tra il 1981 e il 1991 si sono persi più di 1,8 milioni di posti di lavoro nell’industria nei soli Stati Uniti. In Germania, gli imprenditori stanno licenziando a un ritmo ancora più rapido, giungendo a cancellare 500.000 posti di lavoro in dodici mesi, tra l’inizio del 1992 e il 1993 […] negli Stati Uniti la produttività annuale, che è cresciuta per tutti gli anni Ottanta a un tasso appena superiore al 1%, con l’avvento della rivoluzione informativa e del re-engineering dell’ambiente di lavoro ha iniziato a crescere a ritmi superiori al 3%. Tra il 1979 e il 1992, la produttività del settore industriale è aumentata complessivamente del 35%, mentre il numero degli occupati è diminuito del 15%” (pgg. 30-31).

Laboursaving” e “re-engineering”. Queste sono oramai le parole che vogliono dire efficienza: massima produttività con minimi costi. Ma esse sono la causa della disoccupazione in costante crescita negli Stati economici più avanzati. Se si dà un’occhiata al tasso di disoccupazione storico degli Stati Uniti, o il tasso storico di disoccupazione nella Comunità Europea (soprattutto in quella giovanile) si può notare questo incremento.

Fra i vari esempi che Jeremy Rifkin propone ci sono: “Percy Barnevik è il chief executive officer della Asea Brown Boveri, un colosso svizzero-svedese da 40.000 miliardi che produce generatori elettrici e sistemi di trasporto […] ABB ha recentemente re-engineerizzato le proprie attività, tagliando 50.000 posti di lavoro, pur riuscendo ad aumentare il fatturato del 60% nello stesso periodo di tempo” (pag. 36).

Oppure un altro che parla della rivoluzione nel settore agricolo: “La rivoluzione meccanica, biologica e chimica dell’agricoltura ha messo sulla strada milioni di lavoratori agricoli: tra il 1940 e il 1950 la manodopera impiegata nel settore agricolo è diminuita del 26% e nel decennio seguente ha acutizzato la tendenza negativa, diminuendo del 35%. Il declino è stato ancor più drastico negli anni Sessanta, quando il 40% della rimanente forza lavoro occupata in agricoltura è stata sostituita dalle macchine. Allo stesso tempo, la produttività agricola è aumentata di più negli ultimi cento anni che in qualsiasi altro periodo, a partire dalla rivoluzione neolitica. Nel 1850, un lavoratore agricolo produceva abbastanza per il mantenimento di quattro persone; oggi, negli Stati Uniti, un singolo lavoratore produce abbastanza da nutrire settantotto persone” (pg. 188).

Nella puntata di Presa Diretta, Il pianeta dei robot, viene menzionato uno studio del 2013, di due economisti, Carl Frey e Michael Osborne The future of employment: How susceptible are jobs to computerisation? Dal suddetto studio emerge che nel prossimo futuro il 47% dei posti di lavoro rischia di essere eliminato dall’automazione nei prossimi 10-20 anni.

Ma anche nell’ultimo “Forum economico mondiale”, tenutosi a Davos, in cui si è parlato delle nuove tecnologie e della Quarta rivoluzione industriale, ne è uscito uno studio intitolato The Future of Jobs – Employment, Skills and Workforce Strategy for the Fourth Industrial Revolution, il quale sostiene che la prossima rivoluzione industriale, ovvero lo sviluppo in genetica, intelligenza artificiale, robotica, nanotecnologie, stampa 3D e biotecnologie, oltre a portare benessere alla società, porterà ad un ulteriore abbattimento dell’occupazione. Sul report si afferma che nel periodo 2015-2020, verranno persi 7,1 milioni di posti.

Alla fine di tutti questi dati preoccupanti, Jeremy Rifkin propone delle soluzioni per risolvere il problema della “disoccupazione tecnologica”: il reddito minimo di cittadinanza, di cui ho già scritto in un mio precedente post; e la diminuzione delle ore settimanali. Per questo ultimo caso, uno degli esempi riportati dall’autore, è quello dell’azienda Digital Equipment, la quale: “ha offerto ai propri dipendenti l’opzione di lavorare quattro giorni la settimana con una riduzione della retribuzione del 7%: dei 4000 dipendenti dell’azienda, 530 […] hanno scelto la settimana abbreviata. La loro decisione ha salvato 90 posti che sarebbero altrimenti stati sacrificati al re-engineering” (pg. 360).

Dopo tali dimostrazioni ci potrebbe venire da pensare a cosa serve massimizzare i costi e la produzione, attraverso l’automazione, se poi non c’è nessuno a cui vendere ciò che produciamo? In fondo sono le persone che consumano non i robot!

Salvare i posti di lavoro o il lavoratore? Queste saranno le grandi questioni del prossimo futuro, poiché per quanto possiamo essere lieti dell’avvento tecnologico che solleva il lavoratore dallo sforzo fisico, togliamo pure il lavoro a moltissime persone che con quel mestiere avrebbero il modo di consumare. E fintantoché restiamo in un sistema economico mercantile, basato sulla domanda e sull’offerta, in questo maniera la domanda diminuirà contrapponendo un’offerta sovrabbondante!

Chi consumerà? L’automa?

A meno che non intervenga un nuovo sistema economico che lo sostituisca.

Le bugie del capitalismo

 

Il capitalismo, in Occidente, c’è stato sempre venduto come la panacea di tutti i mali: una crescita infinita che porterà prosperità e sviluppo a tutti noi.
Purtroppo non è stato così e sarà sempre peggio; sono i dati economici che ce lo dicono e non i nostri politici, che parlano di tante cose, ma delle informazioni di cui dovremmo essere al corrente, non ci dicono nulla.

Il testo che mi ha fornito la riflessione per questo post è il bellissimo libro di Alberto Bagnai, L’Italia può farcela, in cui l’autore analizza la situazione economica italiana e ad un certo punto del testo, stila alcuni dati molto interessanti sul capitalismo.

Per cominciare partirei dal “coefficiente Gini”, il quale è un buon punto di partenza per conoscere l’argomento di cui voglio parlare. Questo coefficiente misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito e si traduce in un numero che va dallo 0 (paesi in cui c’è poca disuguaglianza) ad 1 (paesi in cui c’è molta disuguaglianza).
Possiamo prendere ad esempio il sito http://www.gini-research.org, nel quale sono presenti degli studi di questo tipo, suddivisi per Nazione, che descrivono bene lo stato di un paese. Se apriamo il report dell’Italia, e andiamo a pagina 11, figura 0.1, scopriamo la cruda realtà dei dati: abbiamo un grafico con il coefficiente Gini che mostra lo storico per Italia, Stati Uniti, media OCSE ed altri. Si vede palesemente come gli Stati Uniti abbiano il più alto tasso di disuguaglianza del reddito, rispetto alla media europea, tasso che nello storico continua a crescere (il grafico inizia con la media anni ’80); l’Italia ha il triste record di venire subito dopo gli Stati Uniti, ed anche lo storico italiano purtroppo è in crescita. Sono i due paesi con più disuguaglianza nel reddito.
E per fortuna ci dicono tutti che dovremmo seguire come esempio economico gli Stati Uniti! È come se prendessimo d’esempio l’Italia per la lotta alla corruzione!

Tornando al libro di Bagnai, sono d’accordo con lui quando dice che il problema in Europa è l’euro, ma con questi dati volevo far risaltare maggiormente il “problema capitalistico”, il quale, a mio parere, è il “vero problema” che investe ogni Nazione Occidentale. Infatti, anche gli Stati Uniti, che non sono nell’euro-zona, risultano avere il triste primato in questa disuguaglianza.

Per quanto riguarda la cosiddetta “quota salari” è interessante analizzare, oltre che il libro di Alberto Bagnai, uno studio eseguito dall’International Labour Organization, intitolato “Global Wage Report 2012-13”, nel quale viene riportato il gap fra produttività e salari reali che esiste fra i 36 paesi analizzati nelle economie più avanzate (Stati Uniti, Giappone e Germania) iniziato nel 1999. Dal grafico, nella figura n.36 a pagina 48, è evidente come la forbice fra produttività e salari stia aumentando a danno dei salari.
Questo risultato ci mostra come il “problema capitalistico” non è solamente in Europa, ma raggiunge tutti gli Stati dalle economie più avanzate. Divario che è iniziato prima della crisi economica e coinvolge paesi che non rientrano nell’euro.

Tutto questo porta a un risultato ovvio: la ricchezza non equamente distribuita giunge solamente a quel numero ristretto di persone che sfruttano questo “far west legalizzato” per guadagnare sempre di più sulla pelle degli altri. Infatti uno studio di “Oxfam”, del gennaio 2015, intitolato “Wealth: having it all and wanting more”, a pagina 2, dice che nel 2014, l’1% della popolazione più ricca nel mondo possedeva il 48% della ricchezza mondiale, mentre il 52% della rimanente ricchezza era posseduto dal rimanente 99% della popolazione mondiale. E questa forbice sembra allargarsi sempre più.

Questi dati parlano da soli, non servono tanti commenti. Serve maggiore consapevolezza di tale situazione da parte nostra ed una voglia di cambiare le cose, perché seppur nel nostro piccolo, abbiamo un grande potere: cambiare la politica che non fa niente per le persone e i popoli più disagiati e più poveri.

Decrescita felice

Se è vero che l’83% della ricchezza mondiale è nelle mani del miliardo di uomini più benestante, mentre il miliardo dei più indigenti ne possiede solo l’1.4% (fonte: Human Development Program dell’Onu), significa che il capitalismo, che a detta di alcuni doveva portare benessere anche nelle parti più povere del mondo, ha fallito.

Il sistema economico capitalistico ha sfruttato risorse e popoli ai quali non era concesso nulla di tutto quello che spettava a noi occidentali, ma con la crescita di nuove economie (Cina e India in primo luogo) è giunto il momento di pagare il conto.

Noi occidentali abbiamo vissuto sulle spalle di altre persone. Siamo andati oltre le nostre possibilità e questa gravissima crisi economica ci indica che dobbiamo ridimensionare il nostro stile di vita.

Purtroppo il capitalismo ha mostrato tutte le falle che già Marx aveva previsto. Cresce la produzione, aumentano gli occupati, e appena sale il potere contrattuale dei salariati, ecco che una nuova crisi riporta disoccupazione, diminuisce il potere contrattuale dei lavoratori dipendenti e si torna da capo. E in questa maniera la ricchezza si concentra nelle mani di pochi.

Non è possibile una  “crescita infinita” , e tutte le crisi del capitalismo nel corso della storia ne sono la testimonianza.

Questo sistema economico non è più sostenibile e l’unica via d’uscita è creare un sistema sociale e solidale: in cui la persona è al centro dei nostri interessi, e non solamente un ingranaggio della filiera produttiva; in cui la natura è al centro delle nostre attenzioni, e non devastata in nome del profitto; in cui il denaro, se proprio ci deve essere, non è il fine ultimo al quale tutti noi aspiriamo, ma diventa un mezzo come tanti.

La crisi economica è una grande possibilità per tutti e spetta a noi coglierla.