L’origine della disuguaglianza fra gli uomini per Rousseau

 

Il filosofo del Settecento Jean-Jacques Rousseau, nella sua opera Origine della disuguaglianza, racconta molto bene come questa diversità sia nata fra gli uomini. Secondo Rousseau, infatti, l’evoluzione dell’essere umano si sarebbe svolta in due fasi: prima nell’uomo selvaggio; e poi nell’uomo civile. L’uomo selvaggio era armonizzato con la natura e non aveva altri bisogni al di fuori di essa: il nutrimento e gli istinti primari non lo differenziavano dall’animale, se non per la qualità di “agente libero” dalla cui azione naturale, però, poteva sottrarsi. Questa libertà di agire, rispetto all’animale, non sarebbe la sola qualità presente nell’uomo, infatti secondo Rousseau, ci sarebbe pure la “facoltà di perfezionarsi” che crea in esso il bisogno di migliorare la propria situazione, ma porterebbe a ogni sua sventura. Scrive: “Questa facoltà distintiva e quasi illimitata è la sorgente di tutte le sventure dell’uomo, che è essa che, con la forza del tempo, lo trae da quella condizione naturale nella quale egli passerebbe giorni tranquilli e innocenti, ed è essa che, facendone di secolo in secolo sviluppare l’intelligenza e gli errori, i vizi e le virtù, a lungo andare lo rende tiranno di se stesso e della natura” […] L’uomo selvaggio, privo di ogni sorta di lumi, non prova che le passioni di quest’ultima specie: i suoi desideri non vanno al di là dei bisogni fisici; i soli beni che egli conosca nell’universo sono il nutrimento, una femmina e il riposo; i soli mali che tema sono il dolore e la fame […] la sua immaginazione non gli prospetta niente; il suo cuore non gli chiede nulla. I suoi parchi bisogni si trovano così facilmente soddisfatti, ed è così lontano dal grado di conoscenza che è necessario per aver desideri più grandi che non può avere né previdenza né curiosità.1

Col tempo, dice Rousseau, l’uomo selvaggio comincia ad emanciparsi dal suo stato naturale conducendolo all’uomo che è diventato ora. Infatti, l’essere in stato di natura e quello civilizzato, conclude il filosofo, sono completamente diversi poiché: “Il primo non desidera altro che quiete e libertà, altro non desidera che restare in ozio, e la stessa imperturbabilità degli Stoici non si avvicina alla sua profonda indifferenza per ogni altra cosa. Invece il cittadino è sempre attivo, suda, si agita, si tormenta continuamente per cercare occupazioni delle più faticose, lavora fino a morire, e anzi corre alla morte per mettersi in condizione di vivere, oppure rinuncia alla vita per conquistare l’immortalità; fa la corte ai potenti che odia e ai ricchi che disprezza, non bada a spese per ottenere l’onore di servirli, si vanta con orgoglio della sua bassezza e della loro protezione; e, fiero della sua schiavitù, parla con disprezzo di quelli che non hanno l’onore di condividerla”.2

L’uomo selvaggio quindi rimanendo all’interno dei vincoli della natura, sarebbe armonizzato ad essa, la quale lo avrebbe dotato solamente dei bisogni più prossimi. Ma poiché nell’essere umano vive pure la qualità del perfezionamento e del miglioramento di sé, si sarebbe svincolato da quell’istinto primitivo per aprirsi verso l’ignoto. Questa sua libertà l’avrebbe pagata a caro prezzo, poiché da essa è derivato pure un castigo. Infatti afferma il filosofo: “E questa è, di fatto, la vera causa di tutte queste differenze: che il selvaggio vive in se stesso, mentre l’uomo socievole, sempre fuori di sé, invece sa vivere soltanto nell’opinione degli altri, ed è, per così dire, soltanto dal loro giudizio ch’egli trae il sentimento della propria esistenza […] come, riducendosi tutto alle apparenze, tutto divenga fittizio e simulato – onore, amicizia, virtù, e spesso persino i vizi, di cui si finisce col trovare il modo per gloriarsene; insomma come, domandando sempre agli altri quello che siamo e non osando mai interrogare noi stessi in proposito, in mezzo a tanta filosofia, tanta umanità e civiltà e tante massime sublimi non abbiamo che un’apparenza esterna ingannatrice e frivola, onore senza virtù, ragione senza saggezza e piacere senza felicità. Mi basta di aver provato che questo non è lo stato originario dell’uomo ed è soltanto lo spirito della società e della disuguaglianza da questa generata che cambia e altera in tal modo le nostre inclinazioni naturali”.3

Rousseau ci racconta poi che questa civilizzazione porta l’uomo a scontrarsi con la moda del possesso, del mio e del tuo, e quindi diviene necessaria la legge per governarci, poiché non siamo più in grado di convivere con gli altri. Ma è proprio da questo che nascerebbe il nostro guaio. Infatti, afferma che: “Con passioni così poco attive e un freno così salutare gli uomini, più brutali che cattivi e più preoccupati di guardarsi dai mali che potrebbero minacciarli che tentati di farne altrui, non andavano soggetti a risse molto pericolose, dal momento che non c’erano fra loro alcuna specie di commercio e di conseguenza non conoscevano né la vanità, né la considerazione, né la stima, né il disprezzo: non avevano la minima nozione del mio e del tuo, né alcuna vera idea di giustizia; consideravano le violenze che per caso subivano come un male facile da ripararsi e non come un’ingiuria che bisogna punire; e non pensavano pure a vendicarsi, se non forse meccanicamente e immediatamente, come il cane che morde il sasso che gli si tira […] Come principio bisogna ammettere che più le passioni sono violente, più sono necessarie le leggi per contenerle: ma, oltre al fatto che i disordini e i delitti provocati quotidianamente in mezzo a noi da queste passioni provano abbastanza l’insufficienza, a questo riguardo, delle leggi, sarebbe anche opportuno esaminare se questi disordini non siano nati proprio con le leggi, perché in tal caso, quand’anche fossero in grado di reprimerli, il meno che si dovrebbe esigere sarebbe che esse fermassero un male che senza di esse non esisterebbe […] Ed è anche più ridicolo l’immaginarsi i selvaggi che si sgozzano incessantemente per soddisfare la loro brutalità, per il fatto che questa opinione è direttamente contraria all’esperienza, e che i Caraibi, quello fra i popoli esistenti che si è meno allontanato dallo stato di natura, sono proprio i più pacifici negli amori e i meno soggetti alla gelosia, sebbene vivano sotto un clima ardentissimo che sembra rendere più attive queste passioni”.4

Sebbene non credo siano le caverne il posto a cui aspirare, tutto il discorso di Rousseau è molto interessante per capire come l’essere umano civilizzandosi abbia perso completamente l’armonia che lo legava alla natura. In fondo la cultura non ha fatto altro che crearci delle sovrastrutture che ci hanno allontanano inesorabilmente dai principi naturali. Dobbiamo ritornare quindi al contatto con essa per non perdere per sempre quell’equilibrio. Poiché abbiamo già questa qualità da sempre dentro di noi, prima ancora della cultura e dell’educazione, spetta solamente a noi riscoprirla. Afferma Rousseau che: “C’è un altro principio [..] dato all’uomo per addolcire in certe circostanze la ferocia del suo amor proprio, o (prima della nascita di questo amor proprio) del suo desiderio di conservazione, tempera l’ardore che egli ha per il suo benessere con una ripugnanza innata a veder soffrire il proprio simile. Non credo di correre il rischio di cadere in contraddizione accordando all’uomo la sola virtù naturale che anche il detrattore più spinto delle virtù umane è stato costretto a riconoscere all’uomo: voglio dire la pietà, disposizione che conviene a esseri tanto deboli e soggetti a tanti mali come siamo noi, virtù tanto più universale e tanto più utile all’uomo in quanto in lui precede l’uso di qualsiasi riflessione e tanto naturale che persino le bestie ne danno qualche volta dei segni sensibili […] Difatti, che cosa sono la generosità, la clemenza, l’umanità, se non pietà verso i deboli, i colpevoli o verso la specie umana in generale? Persino la benevolenza e l’amicizia sono, a ben guardare, effetti di una pietà costante, fissata su di un oggetto particolare: giacché il desiderare che qualcuno non soffra che altro è se non desiderare che sia felice? Quand’anche fosse vero che la compassione altro non è che un sentimento che ci mette al posto di colui che soffre – sentimento oscuro e vivo nell’uomo selvaggio, sviluppato ma debole nell’uomo civile”.5

Infine, per il filosofo, la pietà sarebbe la vera e la sola grande virtù che vive dentro ognuno di noi e fa in modo tale che si possa convivere con gli altri come in una comunità. Tutti noi quindi siamo in grado di provare quella compassione che genera empatia verso l’Altro. Infatti: “È dunque certissimo che la pietà è un sentimento naturale che temperando in ogni individuo l’attività dell’egoismo concorre alla mutua conservazione di tutta la specie. È la pietà che ci porta senza riflettere a soccorrere coloro che vediamo soffrire; è essa che, nello stato di natura, tiene il luogo di legge, di costume e di virtù, con il vantaggio che nessuno è tentato di disobbedire alla sua dolce voce; è essa che distoglierà ogni selvaggio robusto dal togliere a un bambino debole o a un vecchio infermo il cibo acquisito con tanta fatica, quando abbia la speranza di trovare altrove il suo; è essa che, al posto di questa sublime massima di giustizia razionale “fa agli altri quello che vorresti fosse fatto a te,” ispira a tutti gli uomini quest’altra massima di bontà naturale, assai meno perfetta ma forse più utile della precedente: “procura il tuo bene con il minor male possibile per gli altri.” In una parola, è in questo sentimento naturale piuttosto che in argomentazioni sottili che bisogna cercare la causa della ripugnanza provata da tutti gli uomini a far del male, anche indipendentemente dalle massime dell’educazione”.6

Sebbene, come dice Rousseau, sia il miglioramento una parte della nostra anima, questa emancipazione è anche la causa di tutte le nostre tribolazioni. Ma senza dover tornare a quelle origini, perché non ricostruire una comunità in cui esistano pochi bisogni essenziali per l’essere umano, anziché una collettività come quella odierna in cui le passioni illimitate creano solamente disuguaglianza e quindi ingiustizia? Se è vero che siamo esseri che cerchiamo il miglioramento è pure vero che il nostro spirito di adattamento è la virtù che ci fa superare le situazioni più difficili. Perciò se questo fosse giustamente il nostro destino dovremmo dosare bene le due qualità e indirizzarle verso un senso comune.

La grande filosofia che mette in scena Rousseau, nel libro, è la dicotomia che si origina con l’evoluzione dell’essere umano, poiché se da una parte ci sono gli istinti che lo uniscono alla natura; dall’altra lo gettano in una dimensione tutt’altro che predefinita. Infatti di tutti gli esseri viventi (vegetali e animali) l’uomo è il solo in grado di destabilizzare gli equilibri naturali e quindi di tutti noi. Ma se da una parte questa dimensione umana civilizzata avrebbe un lato negativo, dall’altra, se lo impariassimo a comprendere avrebbe necessariamente un lato positivo. Spetta a noi quindi cercare la bellezza e il bene nella Natura.

La cosa interessante che ne esce dall’opera è lo spirito di adattamento dell’uomo. Quella mente che abbiamo usato per adattarci alle varie culture del mondo, ci fa comprendere come potremmo assorbire qualsiasi cosa senza nessuna complicazione, poiché l’elasticità del nostro cervello è una delle nostre potenzialità. Questo sarebbe l’auspicio per il futuro, poiché se non c’è niente che non possiamo fare con la nostra mente, possiamo creare qualsiasi cosa. Dobbiamo stare solamente attenti a non allontanarci troppo dai canoni naturali, i soli che ci possano guidare in questo mare di potenzialità umana. Perché sebbene noi non siamo esseri malvagi, ma possiamo essere condizionati verso il bene o il male, l’esempio che diamo sarà molto importante per la nostra comunità..

 

1 Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 47-50.

2 Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 105-106.

3 Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, p. 106.

Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 64-66.

Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 61-63

Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 63-64.

Gli effetti collaterali degli smartphone e dei social

Nella puntata di Presa Diretta, intitolata Iperconnessi, andata in onda il 15 ottobre scorso, si è esaminato il tema di come questa nostra tecnologia digitale degli smartphone, oltre a proiettarci verso il futuro, sarebbe pure la causa di alcuni effetti collaterali per la nostra salute. Infatti, che i social network guadagnino sulla pubblicità commissionata dalle grande aziende ogni qualvolta noi clicchiamo sui loro portali non penso sia un segreto ormai per nessuno, ma questa gratuità del servizio viene pagata a caro prezzo da queste imprese che ovviamente si aspettano da noi un ritorno, ovvero il pagamento con la nostra attenzione cliccando sulle loro piattaforme. Secondo James Williams, ex Google strategist, Ricercatore Univ. Oxford, e conoscitore del settore, l’utente medio per Facebook vale tra i 5 e i 6 dollari l’anno. Ci sono migliaia di ingegneri e programmatori da tutto il mondo, continua il ricercatore, che studiano affinché noi rimaniamo su questi siti. È il loro modello di business e in questa guerra dei click, per noi ignari e inconsapevoli, non possiamo che uscirne sconfitti.

Sebbene già da sola questa notizia farebbe sobbalzare molte persone, il vero turbamento sarebbe l’effetto di tale attenzione in ognuno di noi. Secondo i professori Erik Peper e Richard Harvey, del Dipartimento educazione alla salute, San Francisco State University, ogni volta che riceviamo un messaggio, una e-mail o guardiamo lo smartphone il nostro cervello inizia a rilasciare la dopamina e l’endorfina sostanze responsabili del nostro piacere, ma è anche in quel momento che ha inizio la nostra dipendenza, poiché quando non abbiamo con noi il cellulare, proviamo un senso di perdita identico a quello che si proverebbe durante una crisi di astinenza da droga.

Ma un altro aspetto molto importante correlato all’uso degli smathphone, che emerge dal programma, è la capacità manipolatoria che questi social network avrebbero a livello sociale. Secondo James Williams, ex Google strategist, Ricercatore Univ. Oxford, le notizie che leggiamo sui social sarebbero frutto di una scelta intenzionale da parte delle piattaforme. Se è vero che questi siti guadagnano a ogni nostro click, è naturale che cercheranno di indurci a rimanerci il più possibile. Per catturare la nostra attenzione, però, farebbero leva sulle parti più basse e più impulsive di ognuno di noi. Continua James Williams: “Le piattaforme digitali ci forniscono una specie di ricompensa psicologica e l’indignazione è una ricompensa strepitosa, poiché ci dà un senso di identità con quelli che la pensano come noi. Ci fa sentire parte di una tribù”. Basti pensare che secondo Vox-Osservatorio sui diritti, ogni anno circolano 547.100 messaggi di odio, e i social li alimenterebbero.

Perciò questi pensieri negativi vengono poi canalizzati in ogni nostra azione inconsapevolmente. Non è un caso che ovunque attorno a noi sia frequente assistere ad episodi d’ira verso l’Altro, anziché il rispetto reciproco. Jaron Lanier, sviluppatore Microsoft e saggista aggiunge che: “L’algoritmo che deve decidere che cosa proporti cerca un feedback immediato e le emozioni che sorgono più velocemente sono la paura, la rabbia, l’insicurezza, il risentimento, la gelosia. Sono emozioni economiche, nel senso che basta poco per farle scattare e durano nel tempo. Poiché lo scopo dell’algoritmo è coinvolgerti sempre di più, sceglie di mostrarti ed enfatizzare i contenuti che causano queste reazioni. E questo meccanismo rende le persone più irascibili, più paranoiche”.

Forse è proprio per questo che siamo sempre più arrabbiati e irascibili e temiamo l’Altro come fosse un pericolo poiché non riusciamo, come affermano gli esperti intervenuti nel programma, a sederci un attimo e pensare più in profondità alle cose. Ci fanno credere che la rapidità è un simbolo del futuro, ma la complessità vuole lentezza, richiede quel tempo che viene purtroppo banalizzato dalla celerità del mezzo tecnologico.

Le conseguenze di tutto questo condizionamento non possono che portarci a convivere con una società che non riesce a darsi pace. Questi social toccano le parti più basse di noi esseri umani e condizionano i nostri umori negativamente, indirizzando la nostra rabbia verso i più fragili e gli indifesi. Infatti, si conclude il video raccontando l’esperimento di “contagio emozionale” commissionato sei anni fa da Facebook su quasi 700.000 utenti scelti a caso. Modificando l’algoritmo che decide in che successione mandarci o non mandarci i post, gli scienziati hanno spedito ad alcuni parole positive come “amore, bello, dolce”, e ad altri parole con la caratteristica negativa come “antipatico, dolore, brutto”. Il risultato di questa ricerca è che a seconda del tipo di messaggi che venivano mandati agli utenti, essi cambiavano d’umore.

Quindi, un messaggio negativo li avrebbe portati a pensieri brutti e ostili, anche se poco prima erano felici. E tutto ciò inconsapevolmente da parte dell’utente facendolo diventare più incline al disagio e più disposto alle bassezze morali. Ma questo non siamo noi! Dobbiamo fare più attenzione a quel mezzo che sono i social, all’apparenza innocui, ma che sarebbero la causa di tanti malumori fra le persone. Anzi, sembrerebbero proprio i veri “responsabili morali” di questa nostra società così malata e poco tollerante, che sostiene l’individuo a scapito della comunità.

La triste moda del razzismo

 

L’organizzazione non governativa freedomhouse.org, che si occupa delle libertà civili e politiche dei cittadini in tutto il mondo, ha confermato anche nel 2016, per l’undicesimo anno consecutivo, il declino dei diritti civili e politici in paesi classificati come “liberi”, tra cui il Brasile, la Repubblica Ceca, la Danimarca, la Francia, l’Ungheria, la Polonia, la Serbia, il Sud Africa, la Corea del Sud, la Spagna, la Tunisia e gli Stati Uniti.1

Tutto questo dovrebbe metterci in allarme poiché tale declino si sta instaurando nei paesi in cui la democrazia sembrava scontata. Per l’ong i responsabili di tale deperimento sono le avanzate dei populisti e dei nazionalisti, i quali alimenterebbero l’odio verso l’Altro, il Diverso, che diventa il facile “capro espiatorio” di questo nostro fallimentare stile economico liberista.

La paura del diverso, quindi, per quei partiti che sostengono l’intolleranza diviene la battaglia necessaria per vincere il malessere addebitato ingiustamente a queste persone immigrate, la cui unica loro sfortuna è di essere nate in un paese svantaggiato.

Uno dei luoghi comuni che caratterizza questa “caccia al Diverso” è che essi “rubano” il lavoro agli italiani. Ma non è così, perché gli immigrati oramai occupano gli impieghi che gli italiani non svolgono più, mentre gli italiani scelgono lavori più specializzati.2 Anzi, come scrive questo articolo, sono pure tartassati poiché versano 8 miliardi di contributi sociali all’anno, contro i 3 che ricevono in prestazioni.3

Un altro luogo comune sugli immigrati è il tasso di criminalità elevato di cui sono responsabili, rispetto a noi italiani. Ma anche in questo caso i dati non confermerebbero quanto affermato da alcuni nostri politici. Infatti, secondo il Dossier statistico immigrazione 2016, pubblicato in un post su Repubblica.it: “Tra il 2004 e il 2014 le denunce sono aumentate del 40,1% (da 480.371 a 672.876) per gli italiani, nonostante questi siano diminuiti (da 56.060.218 a 55.781.175). Le denunce sono invece cresciute del 34,3% per gli stranieri, che nel frattempo, però, sono più che raddoppiati: gli immigrati regolari sono passati da 2.402.157 a 5.014.437”.4 Quindi, nessuna emergenza criminalità degli immigrati, se non una piccola percentuale fisiologica come accade in ogni altro paese.

Secondo me, noi italiani osserviamo il problema da un punto di vista sbagliato. Se noi provassimo ad integrare queste persone, senza farle sentire sole, emarginate e ghettizzate, probabilmente non si sentirebbero in grado di delinquere, poiché si sentirebbero ben accolte e accettate Queste persone, invece, sono vittime di quel razzismo che anche noi italiani abbiamo subito negli Stati Uniti intorno agli anni ’20, quando Sacco e Vanzetti, furono condannati e giustiziati per un reato che non avevano commesso, solamente perché non erano americani (per delucidazioni visita il post Il “muro” dell’Austria).

Finché non ci sarà la voglia di integrare tutte le persone che hanno più bisogno, ci sarà sempre delinquenza e malessere. Perché sono l’indifferenza verso il Diverso che alimenta la criminalità; e l’accoglienza sembra il modo migliore per gestire questa grande migrazione che c’è sempre stata e sempre ci sarà, poiché l’essere umano cercherà sempre di migliorare la situazione in cui si trova.

1https://freedomhouse.org/report/freedom-world/freedom-world-2017

2http://www.repubblica.it/solidarieta/immigrazione/2017/10/12/news/ecco_perche_i_migranti_non_ci_rubano_il_lavoro-178082848/

3http://www.lastampa.it/2017/04/02/italia/cronache/gli-immigrati-fanno-solo-i-lavori-che-agli-italiani-non-piacciono-9Vip19FeThtYyABgM6HnBN/pagina.html

4http://www.repubblica.it/cronaca/2016/10/24/news/reati_in_calo_le_denunce_a_carico_di_immigrati-150505368/

Marx e le conseguenze del capitalismo

 

 

Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior”

Fabrizio De André

 

Il sistema capitalistico occidentale ha promesso la fine delle disuguaglianze e di provvedere a tutti noi, ma invece di aiutarci, ha inasprito le caratteristiche negative, poiché sebbene noi siamo in una ripresa economica oppure in una crisi, esso non riesce a elargire quel benessere garantito a tutte le persone (vedi post Il fallimento del liberismo).

Questa aporia viene messa in luce da Marx, nel suo libro Manoscritti economico-filosofici del 1844, in cui afferma che: “La domanda di uomini regola necessariamente la produzione degli uomini, come di ogni altra merce. Se l’offerta è assai più grande della domanda, una parte degli operai è ridotta all’accattonaggio o muore di fame. L’esistenza dell’operaio è quindi ridotta alla condizione di esistenza di ogni altra merce. L’operaio è diventato una merce ed è una fortuna per lui trovare un acquirente. E la domanda, da cui dipende la vita dell’operaio, dipende dal capriccio dei ricchi e dei capitalisti”.1

Perciò per molti individui che aspireranno al potere e al denaro, la situazione da operaio sfruttato sembrerà un buon compromesso, per poi scalare la vetta più alta di questa piramide, e arrivare quindi a diventare un vero capitalista. Ma tutto ciò, però, costerà all’operaio un sacrificio molto importante o come afferma Marx: “L’aumento del salario eccita nell’operaio il desiderio di arricchirsi, che è proprio del capitalista, ma che egli può soddisfare soltanto col sacrificio del proprio spirito e del proprio corpo”.2

Ma in questa sfida, per Marx, chi perde è sempre il salariato, poiché il perno del sistema liberista è la propria disequazione sociale. Esso vive di queste disuguaglianze, o come scrisse John Ruskin: “Il potere di una ghinea che abbiate in tasca dipende esclusivamente dalla mancanza di una ghinea nella tasca del vostro vicino. Se egli non ne avesse bisogno, essa sarebbe inutile anche a voi”.3

Finché viviamo in un sistema concorrenziale, qualcuno dovrà pur perdere, per far andare avanti chi vince. Per questo abbiamo creato un sistema che ha necessariamente bisogno di un welfare state, per correggere la contraddizione liberista ovvero tutte quelle povere persone che si porta dietro una cinica concorrenza.

A mio avviso dovremmo uscire da logiche concorrenziali, che questa nostra società ha introiettato in ognuno di noi (ma che ci stanno mettendo in ginocchio), e ritornare a logiche comunitarie, in cui l’elemento sociale è più importante dell’elemento individuale. A cosa serve istituire una società di individui che concorrono fra loro, quando già noi stessi abbiamo tutto ciò che serve per vivere in armonia con gli altri?

Questa collettività poi deve prendere come esempio la Natura, come affermò lo stesso Platone: “Anche, tu, misero, sei una di queste e la parte che tu rappresenti sempre mira e tende al tutto, anche se infinitamente piccola, e su ciò a te sfugge che ogni nascer di vita avviene per questo, e cioè affinché nella vita del tutto sia presente un essere della felicità, e non per te viene ad essere quella generazione, ma tu per il tutto”.4

Dobbiamo quindi cercare più comunità e meno individuo.

Forse una citazione di un popolo volto alla comunità, come gli Indiani d’America, può portare tutti noi ad un alto grado di saggezza.

È un discorso di Cervo Zoppo, in cui afferma che: “Prima che arrivassero i nostri fratelli bianchi per fare di noi degli uomini civilizzati, non avevamo alcun tipo di prigione. Per questo motivo non avevamo nemmeno un delinquente. Senza una prigione non può esservi alcun delinquente. Non avevamo né serrature, né chiavi e perciò, presso di noi non c’erano ladri. Quando qualcuno era così povero, da non possedere cavallo, tenda o coperta, allora egli riceveva tutto questo in dono”.5

1Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, a cura di Norberto Bobbio, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 2004, p. 12.

2Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, a cura di Norberto Bobbio, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 2004, p. 15.

3John Ruskin, Fino all’ultimo. Quattro saggi di socialismo cristiano, Marco Valerio Editore, Torino 2010, p. 42.

4Platone, Leggi, in I classici del pensiero, traduzione di Attilio Zadro, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano 2009, p. 342.

5K. Recheis e G. Bydlinski, Sai che gli alberi parlano? La Saggezza degli Indiani d’America, Edizioni Il Punto d’Incontro, Vicenza 1997, p. 122.

 

Pier Paolo Pasolini e la critica al consumismo

 

Pier Paolo Pasolini fu un grande critico del consumismo. Egli capì come “l’edonismo della società consumistica” stesse appiattendo ogni cosa: persone ed idee.

Per Pasolini, una delle cause di tutto ciò sarebbe stata la televisione: in grado di omologare non solo il consumo dei prodotti, ma pure delle idee. Infatti, per lo scrittore, questo “nuovo fascismo” (la società consumistica) sarebbe molto più devastante del fascismo nel ventennio, poiché il consumismo tende ad omologare, e quindi, ad appiattire ogni cosa, togliendoci ogni diversità, rendendoci tutti uguali e portando avanti un pensiero unico: il proprio (quello del consumismo medesimo).

Perciò, egli scrisse varie pagine su questi argomenti. Voglio qui trascriverne alcuni estratti dal bellissimo libro: Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti Libri s.p.a, Milano 2008.

 

«L’«edonismo» del potere della società consumistica ha disabituato di colpo, in neanche un decennio, gli italiani alla rassegnazione, all’idea del sacrificio ecc.: gli italiani non son più disposti – e radicalmente – ad abbandonare quel tanto di comodità e di benessere (sia pur miserabile) che hanno in qualche modo raggiunto»1.

«Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre…»2.

«Perché il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo – che è tutt’altra cosa – non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo»3.

1Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti Libri s.p.a., Milano 2008, p.29.

2Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, cit., pp. 24-25.

3Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, cit., p.50.

 

 

La felicità per Aristotele

 

 

Lo scorso marzo, è stato pubblicato il World Happiness Report 2017. Questo studio, sostenuto dalle Nazioni Unite, vuole rappresentare la “felicità” per 155 paesi.

La Norvegia è la nazione che ha vinto, dopo essere risalita dal 4° posto del 2016. Seguono la classifica la Danimarca al 2°, l’Islanda al 3°, la Svizzera al 4° e la Finlandia al 5°.

Gli Stati Uniti sono passati dal 3° posto, nel 2007, al 14° posto in classifica, mentre l’Italia si è aggiudicata il 48° posto su 155 paesi.

I criteri stabiliti per questo report erano: prendersi cura del prossimo, la libertà, la generosità, l’onestà, la salute, il reddito e una buona amministrazione. Un concentrato di parametri, che non sono il solito PIL (prodotto interno lordo) con cui viene normalmente classificato il benessere dei paesi, ma qualcosa di più. Per quanto possano essere esaustivi questi dati, essi puntano a disegnare un cittadino più virtuoso e responsabile nella propria società.

Per questo i paesi del Nord d’Europa sono in alto nella classifica, poiché le loro società sono basate sul rispetto dell’ambiente e degli altri. Queste comunità puntano a creare un cittadino inserito nella collettività, anziché un individuo che sovrasta gli Altri, come accade purtroppo in altri paesi.

In un altro mio post, Il fallimento del liberismo, descrivo come alcuni paesi vivono meglio la socialità per effetto di un welfare molto presente. Perché è stando vicino ai propri cittadini che si può creare una comunità felice.

Fu lo stesso Aristotele, che nell’Etica Nicomachea, scrisse: «Quindi diciamo perfetto in senso assoluto ciò che è scelto sempre per sé e mai per altro. Di tale natura è, come comunemente si ammette, la felicità, perché la scegliamo sempre per se stessa e mai in vista di altro»1.

Ma non è l’unica indicazione del filosofo, infatti prosegue affermando che: «Ma è certo assurdo fare dell’uomo felice un solitario: nessuno, infatti, sceglierebbe di possedere tutti i beni a costo di goderne da solo: l’uomo, infatti, è un essere sociale e portato per natura a vivere insieme con gli altri»2.

Perciò per Aristotele la felicità è il Bene Supremo da seguire per se stessa, e mai in vista di altro. Esso, poi, intuisce come la comunità sia la dimensione adeguata in cui si può manifestare la felicità, poiché essa nasce dalla relazione con gli altri. Infatti, l’essere umano deve vivere in comunione con le persone.

Volevo concludere questo post con un’altra citazione di Aristotele, nella quale egli parla della virtù che dovrebbero avere gli individui all’interno di una comunità. Afferma il filosofo che: «Il peggiore degli uomini è colui che esercita la propria malvagità sia verso se stesso sia verso gli amici, mentre il migliore non è quello che esercita la virtù verso se stesso, ma quello che la esercita nei riguardi degli altri»3.

Per questo, anche noi dobbiamo ripartire dalle comunità, poiché solamente da una reciprocità d’amore possiamo abbattere questo individualismo che sta dilagando un po’ dappertutto.

L’unica soluzione che possa veramente far bene a tutti noi è l’aver cura del prossimo.

1Aristotele, Etica Nicomachea,Testo greco a fronte, a cura di Claudio Mazzarelli, Bompiani/RCS Libri S.p.A., Milano 2013, 1097a30, p. 63.

2Aristotele, Etica Nicomachea, cit., 1169b15, pp. 359-361.

3Aristotele, Etica Nicomachea, cit., 1130a5 , p. 191.

 

Il denaro per Karl Marx

 

Nel libro di Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, il filosofo dedica un capitolo al “Denaro”.

Il denaro, per Marx, è l’oggetto più importante, poiché ha la caratteristica di impossessarsi di tutto. Infatti afferma il filosofo: «Il denaro, possedendo la caratteristica di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l’oggetto in senso eminente»1.

Ma se il denaro diventa l’oggetto eminente, diventa pure il legame di ogni relazione e ciò che ci unisce come società. Per questo Marx afferma che: «E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli? Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo? E quindi non è forse anche il dissolvitore universale?»2.

Perché, quindi, diventerebbe un dissolvitore universale? Perché il denaro, per Marx, non entra solamente nel circuito economico di una comunità, ma penetra anche nel tessuto sociale. È una forza creatrice che irrompe nella realtà. Afferma il filosofo: «In quanto è tale mediazione, il denaro è la forza veramente creatrice»3.

Il denaro, quindi, per Marx non è neutrale, in quanto crea bisogni che prima di allora non c’erano. Unisce quelle contrapposizioni che altrimenti non avrebbero potuto incontrarsi nella realtà. Prosegue il filosofo: «Il denaro muta la fedeltà in infedeltà, l’amore in odio, l’odio in amore, la virtù in vizio, il vizio in virtù, il servo in padrone, il padrone in servo, la stupidità in intelligenza, l’intelligenza in stupidità. Poiché il denaro […] è la universale confusione e inversione […] di tutte le qualità naturali ed umane. Chi può comprare il coraggio, è coraggioso anche se è un vile. Siccome il denaro si scambia non con una determinata qualità, né con una cosa determinata, né con alcuna delle forze essenziali dell’uomo, ma con l’intero mondo oggettivo, umano e naturale, esso quindi, considerato dal punto di vista del suo possessore, scambia le caratteristiche e gli oggetti gli uni con gli altri, anche se si contraddicono a vicenda. È la fusione delle cose impossibili; esso costringe gli oggetti contraddittori a baciarsi»4.

Perciò il filosofo vede nel denaro, quello squilibrio, che avverrà col tempo, fra azioni che non sarebbero mai nate, ma il denaro, con il sue effetto tracotante, ha dissolto. Distorcendo la realtà naturale delle cose, unendo le contraddizioni.

Per Marx, questo forse è l’inizio di ogni infelicità umana, visto che ad ogni relazione umana, come l’amore ad esempio, ci deve essere una corrispondenza da parte dell’Altro, affinché tu possa goderne in piena gioia. O come afferma Marx: «Se presupponi l’uomo come uomo e il suo rapporto col mondo come un rapporto umano, potrai scambiare amore soltanto con amore, fiducia solo con fiducia, ecc. […] se tu ami senza suscitare una amorosa corrispondenza, cioè se il tuo amore come amore non produce una corrispondenza d’amore, se nella tua manifestazione vitale di uomo amante non fai di te stesso un uomo amato, il tuo amore è impotente è un’infelicità»5.

1Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, a cura di Norberto Bobbio, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 2004, pp. 144-145.

2Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., p. 147.

3Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., p. 148.

4Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., p. 149.

5Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., p. 149.

La scuola di Barbiana

 

Il 26 giugno del 1967 morì Don Lorenzo Milani, un prete ed un educatore molto diverso dagli altri, poiché creò una scuola unica nel suo genere. Prese con sé gli ultimi, quei ragazzini bocciati o scartati dalle scuole vere, li salvò da un destino lavorativo e con loro iniziò l’avventura di Barbiana.

La scuola che fondò, la quale era situata nella canonica, iniziava dalle 8 del mattino, fino alle 7 della sera, per la durata di 365 giorni l’anno. Una commistione fra studio teorico e pratico. Si leggeva pure il giornale perché era molto importante conoscere la situazione politica. Ogni ospite che arrivava a Barbiana, diventava il motivo d’insegnamento di quel giorno. I ragazzi più grandi, poi, insegnavano a quelli più piccoli.

La scuola di Don Milani non aveva voti, perché non metteva i ragazzi in condizione di concorrenza. Ogni ragazzo aveva il diritto di studiare. Il priore diceva: “Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”.1.

Era una totale immersione nella vita, la quale era la prima fonte d’insegnamento. Infatti, su una parete della scuola c’era la scritta “I care” (me ne importa), per ricordarsi che tutto era importante e degno di essere conosciuto. Senza fregarsene di ciò che accadeva intorno a loro.

Voleva che i ragazzi crescessero con l’idea che tutto era interessante per loro. Crescendo così consapevoli, il più possibile delle proprie azioni, poiché per Don Milani i giovani erano tutti sovrani: “Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”2. I ragazzi studiavano col priore e si preparavano per gli esami.

Nel luglio del 1966, dopo che due ragazzi furono bocciati in maniera umiliante, nacque la necessità di scrivere una lettera che poi andò alle stampe con il titolo “Lettera a una professoressa”. Una lettera scritta dai ragazzi e dal priore il cui intento fu quello di criticare il sistema scolastico italiano.

Di seguito trascriverò alcuni dei passi presenti nel libro: “Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina”.

“La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente programma. Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione. Una perfezione che è assurda perché il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce. Le cose restano le stesse, ma cambia lui”, p. 17.

“Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo”, pp. 18-19.

“Dietro a quei fogli di carta c’è solo l’interesse individuale. Il diploma è quattrini […] per studiare volentieri nelle vostre scuole bisognerebbe essere già arrivisti a 12 anni. A 12 anni gli arrivisti son pochi. Tant’è vero che la maggioranza dei vostri ragazzi odia la scuola”, p. 24.

“La più accanita protestava che non aveva mai cercato e mai avuto notizie sulle famiglie dei ragazzi: «Se un compito è da quattro io gli do quattro». E non capiva, poveretta, che era proprio di questo che era accusata. Perché non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti eguali fra disuguali”, p. 55.

Allora è più onesto dire che tutti i ragazzi nascono eguali e se in seguito non lo sono più, è colpa nostra e dobbiamo rimediare”, p. 61.

Perché il sogno dell’eguaglianza non resti un sogno vi proponiamo tre riforme. I – Non bocciare. II – A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno. III – Agli svogliati basta dargli uno scopo”, p. 80.

Chi ama le creature che stanno bene resta apolitico. Non vuol cambiare nulla […] conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è tutt’uno. Non si può amare creature segnate da leggi ingiuste e non volere leggi migliori”, pp. 92-93.

Perché è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli […] tentiamo invece di educare i ragazzi a più ambizione. Diventare sovrani! Altro che medico o ingegnere”, p. 96.

Guai a chi vi tocca l’Individuo. Il Libero Sviluppo della Personalità è il vostro credo supremo. Della società e dei suoi bisogni non ve ne importa nulla […] gli animali non vanno a scuola. Nel Libero Sviluppo della loro Personalità le rondini fanno il nido eguale da millenni”, p. 112.

La Scuola di Servizio Sociale potrebbe levarsi il gusto di mirare alto. Senza voti, senza registro, senza gioco, senza vacanze, senza debolezze verso il matrimonio o la carriera. Tutti i ragazzi indirizzati alla dedizione totale”, p. 113.

Anche sugli uomini ne sapete meno di noi. L’ascensore è una macchina per ignorare i coinquilini. L’automobile per ignorare la gente che va in tram. Il telefono per non vedere in faccia e non entrare in casa”, p. 116.

1Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria editrice fiorentina, p. 14.

2https://www.donlorenzomilani.it/lha-detto-don-lorenzo/

In ricordo di Giovanni Falcone

 

Il 23 maggio 1992, a Capaci, la mafia uccise il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Nel giorno in cui si ricorda la morte di queste persone e di tutte le altre che lottarono e lottano ancora contro la mafia, volevo rammentare che anche se negli ultimi anni le organizzazioni criminali non compiono più attentati di questo calibro, non vuol dire che siano state debellate.

Secondo Unimpresa: “Le organizzazioni mafiose gestiscono un giro d’affari da 170-180 miliardi  […] un quinto degli imprenditori, più di un milione di soggetti, è vittima di reati quali racket, truffe, furti, rapine, contraffazioni, abusivismo, appalti, scommesse, pirateria. La Mafia spa […] è una vera e propria holding company, è la più grande azienda italiana e la prima banca d’Italia”. Altro che crisi! La potenza di queste organizzazioni criminali è sempre più fiorente, soprattutto in uno Stato che oggi non fa molto per combatterle. Lo stesso Giovanni Falcone affermava l’importanza di seguire il denaro per indagare sulla mafia.

I soldi e la ricchezza, infatti, sono l’ossessione delle criminalità organizzate. La mafia, oggi, non spara ma è più radicata in tutto il nostro territorio. Si trova al sud, ma anche al nord, e questo perché lo Stato ha abbassato la guardia contro un male che si sta insinuando dappertutto.

È  Roberto Saviano a lanciare l’allarme di una possibile retromarcia da parte del paese nei confronti di un dolore che tuttora esiste. Afferma lo scrittore: “Oggi è difficile vedere la mafia perché è simile a tutto il resto […] oggi la mafia non è invisibile, è solo che non viene più cercata. E non viene più cercata anche perché ci siamo convinti di averla trovata. E quindi finiamo per fare come i giornalisti stranieri che, se non hanno ripreso una sparatoria, si convincono che in fondo la mafia non esiste davvero, che è solo un’invenzione letteraria […] quindi, a ben vedere, non è solo la mafia ad essersi camuffata, a essersi “capitalistizzata”, non è solo la mafia a essersi imborghesita: è il capitalismo che si è “mafiosizzato”; è la borghesia che si è “mafiosizzata”. Il comportamento che prima era espressione di un Dna criminale oggi è espressione dell’economia tutta. E allora dov’è la mafia?”.

Parole dure, che purtroppo trovano riscontro nella realtà di tutti i giorni. Persino la parola “capitalismo” è diventata nuovamente tabù, soprattutto per quella classe politica riformista la quale, anziché difendere i diritti dei lavoratori e dei più indigenti, legifera a favore della precarietà e della disoccupazione che non vuole fermarsi. Forse è proprio vero come ha detto Saviano. In Italia siamo diventati talmente tutti intrallazzoni ed intrallazzati da far diventare normale ciò che prima non lo era. Ci siamo lasciati andare al “vinca il più forte”, senza badare alle persone in difficoltà. Se poi ci si mette anche lo Stato, il quale non legifera e non lotta in prima istanza contro l’ingiustizia, allora siamo messi miseramente. Forse perché abbiamo avuto dei grandi maestri fra i nostri politici, ma dobbiamo sempre ricordarci chi li ha mandati in Parlamento: noi! Per questo è importantissimo votare i migliori, per ritornare ad avere così una classe politica degna di questo nome.

 

Il principio di comunità in Aristotele

 

I filosofi dell’Antica Grecia erano molto divergenti nelle loro discussioni. Ma su un punto molti erano d’accordo: l’uomo fa parte della natura a cui è assoggettato. La natura era vista come un grande macrocosmo, che rifletteva tutti gli altri enti naturali come dei piccoli figli o microcosmi.

Per Aristotele, la comunità di uomini esiste per natura, poiché come dice egli stesso: “il tutto dev’essere necessariamente anteriore della parte”, lo Stato, continua il filosofo: “esiste per render possibile una vita felice”.

Per Aristotele, poi, essendo lo Stato per natura, chiunque viva al di fuori di esso o è un abbietto o è un dio.

Di seguito trascriverò il passo contenuto nel libro “Aristotele, Politica, Edizioni Laterza, Roma-Bari 2011”.

“La comunità che risulta di più villaggi è lo stato, perfetto, che raggiunge ormai, per così dire, il limite dell’autosufficienza completa: formato bensì per rendere possibile la vita, in realtà esiste per render possibile una vita felice. Quindi ogni stato esiste per natura, se per natura esistono anche le prime comunità: infatti esso è il loro fine e la natura è il fine […]

lo stato è un prodotto naturale e che l’uomo è per natura un essere socievole: quindi chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abbietto o è superiore all’uomo […]

è chiaro quindi per quale ragione l’uomo è un essere socievole molto più di ogni ape e di ogni capo d’armento. Perché la natura, come diciamo, non fa niente senza scopo e l’uomo, solo tra gli animali, ha la parola: la voce indica quel che è doloroso e gioioso e pertanto l’hanno anche gli altri animali (e, in effetti, fin qui giunge la loro natura, di avere la sensazione di quanto è doloroso e gioioso, e di indicarselo a vicenda), ma la parola è fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo e, di conseguenza, il giusto e l’ingiusto: questo è, infatti, proprio dell’uomo rispetto agli altri animali, di avere, egli solo, la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori: il possesso comune di questi costituisce la famiglia e lo stato. E per natura lo stato è anteriore alla famiglia e a ciascuno di noi perché il tutto dev’essere necessariamente anteriore alla parte”

Aristotele, Politica, Edizioni Laterza, Roma-Bari 2011, pp.6-7.

Per Aristotele, lo Stato esiste per natura e deve perseguire il bene della comunità. Infatti, il bene è “ciò cui ogni cosa tende”, poiché una vola arrivati al bene noi non tendiamo più a nulla di superiore.

Per il filosofo questo bene è la felicità: a cui tutti tendono. Tutti sono d’accordo nel dire che la felicità sia il bene supremo, ma su cosa sia la felicità c’è molto disaccordo.

Per Aristotele la comunità viene prima dell’individuo e la politica dovrebbe ricercare il bene di un popolo e non di un individuo.

Di seguito trascriverò le parti risalenti l’opera “Aristotele, Etica Nicomachea, testo greco a fronte, Edizioni Bompiani, Milano 2013”, da cui ho tratto questi testi.

“Comunemente si ammette che ogni arte esercitata con metodo, e, parimenti, ogni azione compiuta in base ad una scelta, mirino ad un bene: perciò a ragione si è affermato che il bene è ‘ciò cui ogni cosa tende’”.

1094a, pg. 51.

“Orbene, se vi è un fine delle azioni da noi compiute che vogliamo per se stesso, mentre vogliamo tutti gli altri in funzione di quello, e se noi non scegliamo ogni cosa in vista di un’altra (così infatti si procederebbe all’infinito, cosicché la nostra tensione resterebbe priva di contenuto e di utilità), è evidente che questo fine deve essere il bene, anzi il bene supremo”.

1094a20, pg. 51.

“Si ammetterà che appartiene alla scienza più importante, cioè a quella che è architettonica in massimo grado. Tale è, manifestamente, la politica. Infatti, è questa che stabilisce quali scienze è necessario coltivare nelle città, e quali ciascuna classe di cittadini deve apprendere, e fino a che punto; e vediamo che anche le più apprezzate capacità, come, per esempio, la strategia, l’economia, la retorica, sono subordinate ad essa. E poiché è essa che si serve di tutte le altre scienze e che stabilisce, inoltre, per legge che cosa si deve fare, e da quali azioni ci si deve astenere, il suo fine abbraccerà i fini delle altre, cosicché sarà questo il bene per l’uomo. Infatti, se anche il bene è il medesimo per il singolo e per la città, è manifestamente qualcosa di più grande e di più perfetto perseguire e salvaguardare quello della città: infatti, ci si può, sì, contentare anche del bene di un solo individuo, ma è più bello e più divino il bene di un popolo, cioè di intere città. La nostra ricerca mira appunto a questo, dal momento che è una ricerca ‘politica’”.

1094a25, pg. 51-53.

“Poiché ogni conoscenza ed ogni scelta aspirano ad un bene, diciamo ora che cos’è, secondo noi, ciò cui tende la politica, cioè qual è il più alto di tutti i beni raggiungibili mediante l’azione. Orbene, quanto al nome la maggioranza degli uomini è pressoché d’accordo: sia la massa sia le persone distinte lo chiamano ‘felicità’, e ritengono che ‘viver bene’ e ‘riuscire’ esprimano la stessa cosa che ‘essere felici’. Ma su che cosa sia la felicità sono in disaccordo, e la massa non la definisce allo stesso modo dei sapienti”.

1095a15, p. 55.