I “Lager” moderni

Mentre l’ex-Ministro dell’Interno Marco Minniti e l’attuale Matteo Salvini fanno a gara per prendersi il merito di aver fatto diminuire gli sbarchi nel nostro paese, nessuno di loro si chiede che fine abbiano fatto tutte quelle persone che non arrivano più in Italia. Gli accordi con la Libia, infatti, siglati dall’ex-Ministro Minniti hanno contribuito a diminuire il flusso della migrazione, ma a quale prezzo? Dove sono finite tutte queste persone?

Ci può aiutare il report pubblicato il 20 dicembre 2018 dall’ONU intitolato Desperate and Dangerous – Report on the human rights situation of migrants and refugees in Libya, un racconto sulla condizione dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati in Libia, il quale mette in luce quest’aspetto: ovvero gli effetti collaterali che hanno purtroppo prodotto questo compromesso fra gli Stati.

La relazione afferma che: “Durante il loro transito e soggiorno in Libia i migranti e i rifugiati subiscono inimmaginabili orrori. Dal momento in cui mettono piede sul suolo libico, diventano vulnerabili a uccisioni illegali, torture e altri maltrattamenti, detenzione arbitraria e privazione illegale della libertà, stupri e altre forme di violenza sessuale e di genere. Schiavitù e lavoro forzato, estorsione e sfruttamento da parte di attori sia dello Stato che non statali”.

Questo report si basa su 1300 resoconti raccolti di prima mano dai funzionari dei diritti umani dell’UNSMIL (Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia), in 11 centri di detenzione per immigrati in Libia, in cui sostano prima della loro partenza in Europa, in cerca della libertà.

L’UNSMIL ha anche documentato la tortura e altri maltrattamenti, il lavoro forzato, lo stupro e altre forme di violenza sessuale commesse dalle guardie nei DCIM, impunemente, mentre molti di coloro che sono reclusi in questi centri sono sopravvissuti a orrendi abusi da parte di contrabbandieri e trafficanti e avrebbero bisogno di assistenza medica e psicologica. Nonostante le prove schiaccianti di violazioni dei diritti umani le autorità libiche sono state finora incapaci o riluttanti a porre fine a tutto ciò.

L’OHCHR (Alto commissariato delle Nazioni Unite) e l’UNSMIL raccomandano all’Unione europea e agli Stati membri che intensifichino le loro operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo e facilitino il lavoro di soccorso da parte di queste navi gestite da organizzazioni umanitarie. Infatti, sono queste imbarcazioni ONG, tanto odiate da alcuni politici che le vedrebbero come la causa di quella situazione d’emergenza, ma che invece sarebbero proprio la soluzione migliore e più appropriata per gestire una situazione d’urgenza come quella.

Perciò le ONG sono l’ultimo baluardo d’umanità che rimane a emblema di questa Europa martoriata oramai da migliaia e migliaia di morti in mare, senza nessuna risposta da parte della politica che invece dovrebbe interessarsi in prima istanza a queste problematiche. Poiché se tu politico non sei il primo a creare le basi per la migrazione legale, l’illegalità prenderà il sopravvento. Servirebbero quindi più regole d’inclusione verso l’Altro, anziché abbandonarlo alla misera e alla violenza. Dobbiamo riscoprire quell’umanità che abbiamo in ognuno di noi.

Società a responsabilità capitalistica

Società a responsabilità capitalistica è un libro che prende spunto dalle molte problematiche che sono presenti attualmente nella nostra società, in cui l’individuo (accumulatore di beni e denaro per sé senza rispetto per l’Altro), ha vinto e sta, pian piano, surclassando la comunità, nella quale si sarebbe imposto rispetto ai più poveri e quindi ai più deboli, perché il denaro è diventato l’unico simbolo cui ambire, e le distorsioni sociali che ne stanno derivando non stanno promettendo niente di buono.

In questa opera ho cercato di evidenziarne alcune fra le più incredibili. Poiché la comunità e il rispetto per l’Altro devono andare a braccetto in ogni società degna di questo nome, perché non dobbiamo lasciare indietro nessuno.

Il libro è costituito da alcuni post presenti anche nel blog e ad altri capitoli inediti.

L’origine della disuguaglianza fra gli uomini per Rousseau

 

Il filosofo del Settecento Jean-Jacques Rousseau, nella sua opera Origine della disuguaglianza, racconta molto bene come questa diversità sia nata fra gli uomini. Secondo Rousseau, infatti, l’evoluzione dell’essere umano si sarebbe svolta in due fasi: prima nell’uomo selvaggio; e poi nell’uomo civile. L’uomo selvaggio era armonizzato con la natura e non aveva altri bisogni al di fuori di essa: il nutrimento e gli istinti primari non lo differenziavano dall’animale, se non per la qualità di “agente libero” dalla cui azione naturale, però, poteva sottrarsi. Questa libertà di agire, rispetto all’animale, non sarebbe la sola qualità presente nell’uomo, infatti secondo Rousseau, ci sarebbe pure la “facoltà di perfezionarsi” che crea in esso il bisogno di migliorare la propria situazione, ma porterebbe a ogni sua sventura. Scrive: “Questa facoltà distintiva e quasi illimitata è la sorgente di tutte le sventure dell’uomo, che è essa che, con la forza del tempo, lo trae da quella condizione naturale nella quale egli passerebbe giorni tranquilli e innocenti, ed è essa che, facendone di secolo in secolo sviluppare l’intelligenza e gli errori, i vizi e le virtù, a lungo andare lo rende tiranno di se stesso e della natura” […] L’uomo selvaggio, privo di ogni sorta di lumi, non prova che le passioni di quest’ultima specie: i suoi desideri non vanno al di là dei bisogni fisici; i soli beni che egli conosca nell’universo sono il nutrimento, una femmina e il riposo; i soli mali che tema sono il dolore e la fame […] la sua immaginazione non gli prospetta niente; il suo cuore non gli chiede nulla. I suoi parchi bisogni si trovano così facilmente soddisfatti, ed è così lontano dal grado di conoscenza che è necessario per aver desideri più grandi che non può avere né previdenza né curiosità.1

Col tempo, dice Rousseau, l’uomo selvaggio comincia ad emanciparsi dal suo stato naturale conducendolo all’uomo che è diventato ora. Infatti, l’essere in stato di natura e quello civilizzato, conclude il filosofo, sono completamente diversi poiché: “Il primo non desidera altro che quiete e libertà, altro non desidera che restare in ozio, e la stessa imperturbabilità degli Stoici non si avvicina alla sua profonda indifferenza per ogni altra cosa. Invece il cittadino è sempre attivo, suda, si agita, si tormenta continuamente per cercare occupazioni delle più faticose, lavora fino a morire, e anzi corre alla morte per mettersi in condizione di vivere, oppure rinuncia alla vita per conquistare l’immortalità; fa la corte ai potenti che odia e ai ricchi che disprezza, non bada a spese per ottenere l’onore di servirli, si vanta con orgoglio della sua bassezza e della loro protezione; e, fiero della sua schiavitù, parla con disprezzo di quelli che non hanno l’onore di condividerla”.2

L’uomo selvaggio quindi rimanendo all’interno dei vincoli della natura, sarebbe armonizzato ad essa, la quale lo avrebbe dotato solamente dei bisogni più prossimi. Ma poiché nell’essere umano vive pure la qualità del perfezionamento e del miglioramento di sé, si sarebbe svincolato da quell’istinto primitivo per aprirsi verso l’ignoto. Questa sua libertà l’avrebbe pagata a caro prezzo, poiché da essa è derivato pure un castigo. Infatti afferma il filosofo: “E questa è, di fatto, la vera causa di tutte queste differenze: che il selvaggio vive in se stesso, mentre l’uomo socievole, sempre fuori di sé, invece sa vivere soltanto nell’opinione degli altri, ed è, per così dire, soltanto dal loro giudizio ch’egli trae il sentimento della propria esistenza […] come, riducendosi tutto alle apparenze, tutto divenga fittizio e simulato – onore, amicizia, virtù, e spesso persino i vizi, di cui si finisce col trovare il modo per gloriarsene; insomma come, domandando sempre agli altri quello che siamo e non osando mai interrogare noi stessi in proposito, in mezzo a tanta filosofia, tanta umanità e civiltà e tante massime sublimi non abbiamo che un’apparenza esterna ingannatrice e frivola, onore senza virtù, ragione senza saggezza e piacere senza felicità. Mi basta di aver provato che questo non è lo stato originario dell’uomo ed è soltanto lo spirito della società e della disuguaglianza da questa generata che cambia e altera in tal modo le nostre inclinazioni naturali”.3

Rousseau ci racconta poi che questa civilizzazione porta l’uomo a scontrarsi con la moda del possesso, del mio e del tuo, e quindi diviene necessaria la legge per governarci, poiché non siamo più in grado di convivere con gli altri. Ma è proprio da questo che nascerebbe il nostro guaio. Infatti, afferma che: “Con passioni così poco attive e un freno così salutare gli uomini, più brutali che cattivi e più preoccupati di guardarsi dai mali che potrebbero minacciarli che tentati di farne altrui, non andavano soggetti a risse molto pericolose, dal momento che non c’erano fra loro alcuna specie di commercio e di conseguenza non conoscevano né la vanità, né la considerazione, né la stima, né il disprezzo: non avevano la minima nozione del mio e del tuo, né alcuna vera idea di giustizia; consideravano le violenze che per caso subivano come un male facile da ripararsi e non come un’ingiuria che bisogna punire; e non pensavano pure a vendicarsi, se non forse meccanicamente e immediatamente, come il cane che morde il sasso che gli si tira […] Come principio bisogna ammettere che più le passioni sono violente, più sono necessarie le leggi per contenerle: ma, oltre al fatto che i disordini e i delitti provocati quotidianamente in mezzo a noi da queste passioni provano abbastanza l’insufficienza, a questo riguardo, delle leggi, sarebbe anche opportuno esaminare se questi disordini non siano nati proprio con le leggi, perché in tal caso, quand’anche fossero in grado di reprimerli, il meno che si dovrebbe esigere sarebbe che esse fermassero un male che senza di esse non esisterebbe […] Ed è anche più ridicolo l’immaginarsi i selvaggi che si sgozzano incessantemente per soddisfare la loro brutalità, per il fatto che questa opinione è direttamente contraria all’esperienza, e che i Caraibi, quello fra i popoli esistenti che si è meno allontanato dallo stato di natura, sono proprio i più pacifici negli amori e i meno soggetti alla gelosia, sebbene vivano sotto un clima ardentissimo che sembra rendere più attive queste passioni”.4

Sebbene non credo siano le caverne il posto a cui aspirare, tutto il discorso di Rousseau è molto interessante per capire come l’essere umano civilizzandosi abbia perso completamente l’armonia che lo legava alla natura. In fondo la cultura non ha fatto altro che crearci delle sovrastrutture che ci hanno allontanano inesorabilmente dai principi naturali. Dobbiamo ritornare quindi al contatto con essa per non perdere per sempre quell’equilibrio. Poiché abbiamo già questa qualità da sempre dentro di noi, prima ancora della cultura e dell’educazione, spetta solamente a noi riscoprirla. Afferma Rousseau che: “C’è un altro principio [..] dato all’uomo per addolcire in certe circostanze la ferocia del suo amor proprio, o (prima della nascita di questo amor proprio) del suo desiderio di conservazione, tempera l’ardore che egli ha per il suo benessere con una ripugnanza innata a veder soffrire il proprio simile. Non credo di correre il rischio di cadere in contraddizione accordando all’uomo la sola virtù naturale che anche il detrattore più spinto delle virtù umane è stato costretto a riconoscere all’uomo: voglio dire la pietà, disposizione che conviene a esseri tanto deboli e soggetti a tanti mali come siamo noi, virtù tanto più universale e tanto più utile all’uomo in quanto in lui precede l’uso di qualsiasi riflessione e tanto naturale che persino le bestie ne danno qualche volta dei segni sensibili […] Difatti, che cosa sono la generosità, la clemenza, l’umanità, se non pietà verso i deboli, i colpevoli o verso la specie umana in generale? Persino la benevolenza e l’amicizia sono, a ben guardare, effetti di una pietà costante, fissata su di un oggetto particolare: giacché il desiderare che qualcuno non soffra che altro è se non desiderare che sia felice? Quand’anche fosse vero che la compassione altro non è che un sentimento che ci mette al posto di colui che soffre – sentimento oscuro e vivo nell’uomo selvaggio, sviluppato ma debole nell’uomo civile”.5

Infine, per il filosofo, la pietà sarebbe la vera e la sola grande virtù che vive dentro ognuno di noi e fa in modo tale che si possa convivere con gli altri come in una comunità. Tutti noi quindi siamo in grado di provare quella compassione che genera empatia verso l’Altro. Infatti: “È dunque certissimo che la pietà è un sentimento naturale che temperando in ogni individuo l’attività dell’egoismo concorre alla mutua conservazione di tutta la specie. È la pietà che ci porta senza riflettere a soccorrere coloro che vediamo soffrire; è essa che, nello stato di natura, tiene il luogo di legge, di costume e di virtù, con il vantaggio che nessuno è tentato di disobbedire alla sua dolce voce; è essa che distoglierà ogni selvaggio robusto dal togliere a un bambino debole o a un vecchio infermo il cibo acquisito con tanta fatica, quando abbia la speranza di trovare altrove il suo; è essa che, al posto di questa sublime massima di giustizia razionale “fa agli altri quello che vorresti fosse fatto a te,” ispira a tutti gli uomini quest’altra massima di bontà naturale, assai meno perfetta ma forse più utile della precedente: “procura il tuo bene con il minor male possibile per gli altri.” In una parola, è in questo sentimento naturale piuttosto che in argomentazioni sottili che bisogna cercare la causa della ripugnanza provata da tutti gli uomini a far del male, anche indipendentemente dalle massime dell’educazione”.6

Sebbene, come dice Rousseau, sia il miglioramento una parte della nostra anima, questa emancipazione è anche la causa di tutte le nostre tribolazioni. Ma senza dover tornare a quelle origini, perché non ricostruire una comunità in cui esistano pochi bisogni essenziali per l’essere umano, anziché una collettività come quella odierna in cui le passioni illimitate creano solamente disuguaglianza e quindi ingiustizia? Se è vero che siamo esseri che cerchiamo il miglioramento è pure vero che il nostro spirito di adattamento è la virtù che ci fa superare le situazioni più difficili. Perciò se questo fosse giustamente il nostro destino dovremmo dosare bene le due qualità e indirizzarle verso un senso comune.

La grande filosofia che mette in scena Rousseau, nel libro, è la dicotomia che si origina con l’evoluzione dell’essere umano, poiché se da una parte ci sono gli istinti che lo uniscono alla natura; dall’altra lo gettano in una dimensione tutt’altro che predefinita. Infatti di tutti gli esseri viventi (vegetali e animali) l’uomo è il solo in grado di destabilizzare gli equilibri naturali e quindi di tutti noi. Ma se da una parte questa dimensione umana civilizzata avrebbe un lato negativo, dall’altra, se lo impariassimo a comprendere avrebbe necessariamente un lato positivo. Spetta a noi quindi cercare la bellezza e il bene nella Natura.

La cosa interessante che ne esce dall’opera è lo spirito di adattamento dell’uomo. Quella mente che abbiamo usato per adattarci alle varie culture del mondo, ci fa comprendere come potremmo assorbire qualsiasi cosa senza nessuna complicazione, poiché l’elasticità del nostro cervello è una delle nostre potenzialità. Questo sarebbe l’auspicio per il futuro, poiché se non c’è niente che non possiamo fare con la nostra mente, possiamo creare qualsiasi cosa. Dobbiamo stare solamente attenti a non allontanarci troppo dai canoni naturali, i soli che ci possano guidare in questo mare di potenzialità umana. Perché sebbene noi non siamo esseri malvagi, ma possiamo essere condizionati verso il bene o il male, l’esempio che diamo sarà molto importante per la nostra comunità..

 

1 Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 47-50.

2 Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 105-106.

3 Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, p. 106.

Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 64-66.

Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 61-63

Jean-Jacques Rousseau, Origine della disuguaglianza, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2017, pp. 63-64.

Gli effetti collaterali degli smartphone e dei social

Nella puntata di Presa Diretta, intitolata Iperconnessi, andata in onda il 15 ottobre scorso, si è esaminato il tema di come questa nostra tecnologia digitale degli smartphone, oltre a proiettarci verso il futuro, sarebbe pure la causa di alcuni effetti collaterali per la nostra salute. Infatti, che i social network guadagnino sulla pubblicità commissionata dalle grande aziende ogni qualvolta noi clicchiamo sui loro portali non penso sia un segreto ormai per nessuno, ma questa gratuità del servizio viene pagata a caro prezzo da queste imprese che ovviamente si aspettano da noi un ritorno, ovvero il pagamento con la nostra attenzione cliccando sulle loro piattaforme. Secondo James Williams, ex Google strategist, Ricercatore Univ. Oxford, e conoscitore del settore, l’utente medio per Facebook vale tra i 5 e i 6 dollari l’anno. Ci sono migliaia di ingegneri e programmatori da tutto il mondo, continua il ricercatore, che studiano affinché noi rimaniamo su questi siti. È il loro modello di business e in questa guerra dei click, per noi ignari e inconsapevoli, non possiamo che uscirne sconfitti.

Sebbene già da sola questa notizia farebbe sobbalzare molte persone, il vero turbamento sarebbe l’effetto di tale attenzione in ognuno di noi. Secondo i professori Erik Peper e Richard Harvey, del Dipartimento educazione alla salute, San Francisco State University, ogni volta che riceviamo un messaggio, una e-mail o guardiamo lo smartphone il nostro cervello inizia a rilasciare la dopamina e l’endorfina sostanze responsabili del nostro piacere, ma è anche in quel momento che ha inizio la nostra dipendenza, poiché quando non abbiamo con noi il cellulare, proviamo un senso di perdita identico a quello che si proverebbe durante una crisi di astinenza da droga.

Ma un altro aspetto molto importante correlato all’uso degli smathphone, che emerge dal programma, è la capacità manipolatoria che questi social network avrebbero a livello sociale. Secondo James Williams, ex Google strategist, Ricercatore Univ. Oxford, le notizie che leggiamo sui social sarebbero frutto di una scelta intenzionale da parte delle piattaforme. Se è vero che questi siti guadagnano a ogni nostro click, è naturale che cercheranno di indurci a rimanerci il più possibile. Per catturare la nostra attenzione, però, farebbero leva sulle parti più basse e più impulsive di ognuno di noi. Continua James Williams: “Le piattaforme digitali ci forniscono una specie di ricompensa psicologica e l’indignazione è una ricompensa strepitosa, poiché ci dà un senso di identità con quelli che la pensano come noi. Ci fa sentire parte di una tribù”. Basti pensare che secondo Vox-Osservatorio sui diritti, ogni anno circolano 547.100 messaggi di odio, e i social li alimenterebbero.

Perciò questi pensieri negativi vengono poi canalizzati in ogni nostra azione inconsapevolmente. Non è un caso che ovunque attorno a noi sia frequente assistere ad episodi d’ira verso l’Altro, anziché il rispetto reciproco. Jaron Lanier, sviluppatore Microsoft e saggista aggiunge che: “L’algoritmo che deve decidere che cosa proporti cerca un feedback immediato e le emozioni che sorgono più velocemente sono la paura, la rabbia, l’insicurezza, il risentimento, la gelosia. Sono emozioni economiche, nel senso che basta poco per farle scattare e durano nel tempo. Poiché lo scopo dell’algoritmo è coinvolgerti sempre di più, sceglie di mostrarti ed enfatizzare i contenuti che causano queste reazioni. E questo meccanismo rende le persone più irascibili, più paranoiche”.

Forse è proprio per questo che siamo sempre più arrabbiati e irascibili e temiamo l’Altro come fosse un pericolo poiché non riusciamo, come affermano gli esperti intervenuti nel programma, a sederci un attimo e pensare più in profondità alle cose. Ci fanno credere che la rapidità è un simbolo del futuro, ma la complessità vuole lentezza, richiede quel tempo che viene purtroppo banalizzato dalla celerità del mezzo tecnologico.

Le conseguenze di tutto questo condizionamento non possono che portarci a convivere con una società che non riesce a darsi pace. Questi social toccano le parti più basse di noi esseri umani e condizionano i nostri umori negativamente, indirizzando la nostra rabbia verso i più fragili e gli indifesi. Infatti, si conclude il video raccontando l’esperimento di “contagio emozionale” commissionato sei anni fa da Facebook su quasi 700.000 utenti scelti a caso. Modificando l’algoritmo che decide in che successione mandarci o non mandarci i post, gli scienziati hanno spedito ad alcuni parole positive come “amore, bello, dolce”, e ad altri parole con la caratteristica negativa come “antipatico, dolore, brutto”. Il risultato di questa ricerca è che a seconda del tipo di messaggi che venivano mandati agli utenti, essi cambiavano d’umore.

Quindi, un messaggio negativo li avrebbe portati a pensieri brutti e ostili, anche se poco prima erano felici. E tutto ciò inconsapevolmente da parte dell’utente facendolo diventare più incline al disagio e più disposto alle bassezze morali. Ma questo non siamo noi! Dobbiamo fare più attenzione a quel mezzo che sono i social, all’apparenza innocui, ma che sarebbero la causa di tanti malumori fra le persone. Anzi, sembrerebbero proprio i veri “responsabili morali” di questa nostra società così malata e poco tollerante, che sostiene l’individuo a scapito della comunità.

Mechelen. Un modello di integrazione

Nella puntata di Presa Diretta del 17/09/18 intitolata La città si cura, si affronta il problema della sicurezza. Sono riportati molti esempi di come rendere le città più sicure, poiché questa è la preoccupazione percepita dalla maggior parte dei cittadini. Negli articoli La triste moda del razzismo e Pregiudizi da sfatare sull’immigrazione ho trattato questo argomento dal punto di vista di come questa sensazione negativa verso gli immigrati sia infondata. Il programma Presa Diretta, però, porta al tema ulteriori e importantissimi argomenti.

Infatti, nella puntata intitolata La città si cura viene intervistato il Professore Paolo Pinotti dell’Università Bocconi, il quale ha eseguito uno studio molto interessante sull’incidenza dei reati commessi da stranieri ammessi e non ammessi al permesso di soggiorno. Analizzando il “decreto flussi” del 2007, in cui venivano offerti 170.000 permessi di soggiorno (per lavoro), a fronte di 610.239 domande, si è notato come questi due gruppi, nell’anno seguente, abbiano raggiunto risultati differenti: “Per coloro che hanno avuto il permesso di soggiorno il tasso di criminalità si dimezza, mentre per coloro che sono rimasti esclusi (perché non è stata accettata la domanda) il tasso di criminalità rimane uguale a quello dell’anno precedente”. Confermando come l’integrazione, in questo caso attraverso il lavoro, sia un punto fondamentale per salvare questi immigrati dalla disperazione e quindi dalla possibilità che essi rifuggano nella criminalità, per ovviare a un sistema sociale che non li accetta.

Un esempio molto edificante riportato nella puntata di Presa Diretta, è l’esperienza positiva di integrazione della città di Mechelen, in Belgio, in cui il 30% della popolazione sono stranieri. Come spiega bene il sindaco Bart Somers, vent’anni fa la città era degradata: aveva la più alta percentuale di criminalità di tutto il Belgio; vi era molta povertà; molte persone della classe media volevano andarsene. I populisti dettero la colpa di questi disagi agli stranieri, arrivando così a prendere fino al 30% dei voti. Il vicesindaco Marc Hendrickx, però, afferma che da quando i cittadini hanno capito che gli immigrati sono persone come gli altri e anche loro sono il futuro di questa città, hanno cambiato il loro voto, e il partito di estrema destra è passato dal 25% all’8%.

Il sindaco di Mechelen ha solamente cercato di prendere le idee migliori di tutti, poiché tutti noi vogliamo avere città più sicure e una vita tranquilla, anche gli immigrati. Le precauzioni adottate sono state molte: come assumere più polizia per controllare il territorio. Ma come dice Somers non serve solamente repressione, dobbiamo costruire una città diversa che prevenga quei disagi. Ecco allora che fin dalla scuola si educano i bambini all’integrazione con gli altri poiché il rispetto reciproco è fondamentale per la convivenza di tutti.

Uno dei tanti progetti si chiama “insieme integrando”. L’idea è che un cittadino volontario faccia da tutor a un migrante appena arrivato. All’inizio si trovano una volta alla settimana, ad esempio parlando della città, facendo conoscenza, facendolo sentire vicino come comunità e non più segregato, come ci spiegano bene i due intervistati, i quali hanno creato questa solida amicizia che va avanti da tantissimo tempo e li ha portati a conoscere le reciproche famiglie.

Un’altra idea per questo percorso è stata far rinascere i luoghi più disagiati della città rivitalizzandoli, ovvero riportali ad uso dei cittadini, creando così luoghi d’incontro comuni fondamentali per l’integrazione. Un esempio è la piazza della città che da un parcheggio di automobili, oggi è diventata un luogo in cui le persone possono incontrarsi e relazionarsi. Come ci spiega il sindaco Somers, chiamandola teoria delle finestre rotte: se tu vedi finestre rotte, graffiti o sporcizia, non hai rispetto e sei aggressivo poiché non senti tua la città. Mentre ora tutti sono orgogliosi di essa. Conclude Somers: “Secondo una statistica del governo federale, Mechelen è la città del Belgio in cui è massima la fiducia tra popolazione e governo locale. Le persone oggi sono molto più aperte rispetto alla diversità. Perché dicono questa è una città sicura, una città molto pulita. La diversità non è più un segno del declino o di perdita […] ci sono persone che sono nate e cresciute qui, le vogliamo considerare ancora persone straniere? È la loro città come la nostra. […] noi a Mechelen abbiamo provato al resto dell’Europa, che vivere insieme nella diversità può essere un successo”.

Non avevo alcun dubbio dell’efficacia di un esperimento come Mechelen. Mentre noi italiani continuiamo a parlare ancora di chi è giusto che rimanga e chi no, dando sempre la colpa agli altri delle nostre disgrazie, altre esperienze ci confermano quale sia la strada giusta da percorrere, poiché il degrado, come ci insegna Somers, può portare solamente ad altro degrado. Finché non proponiamo politiche di integrazione verso gli immigrati è ovvio che persone non volute cerchino la salvezza in altre braccia, come quelle della criminalità.

Siamo noi, quindi, che non riuscendo ad integrare le persone, le mettiamo in condizioni di reagire per sopravvivere e scegliere altre strade meno legali, mettendo la comunità in un continuo stato di tensione e pericolo gli uni con gli altri, creando così una perpetua ansia sociale che porta ad aver paura fra le persone. Mechelen è un bellissimo progetto di come la tensione sociale sia stata eliminata grazie al coinvolgimento di tutti i cittadini, integrandoli. Questo è un esempio da cui ripartire per salvare la comunità perché è la felicità di tutti lo scopo a cui arrivare.

Pregiudizi da sfatare sull’immigrazione

In un articolo apparso lo scorso 5 giugno sul Theguardian.com, intitolato Five myths about the refugee crisis, il giornalista Daniel Trilling affronta i luoghi comuni più dibattuti negli ultimi anni sul tema dell’immigrazione. Questa attenta analisi lo ha portato a scrivere un post molto articolato ma ben fatto. Il testo è scritto in inglese, ma cercherò di tradurre le parti più interessanti. L’indirizzo dell’articolo in lingua originale è questo: https://www.theguardian.com/news/2018/jun/05/five-myths-about-the-refugee-crisis.

La crisi dei migranti che ha investito i giornali nel 2015 e nel 2016 consiste in un aumento vertiginoso nel numero di richiedenti asilo in Europa. Gli arrivi, oggi, sono diminuiti ma i vari governi continuano ad attuare serie misure per contrastare questi flussi migratori. Molti di questi rifugiati sono rinchiusi in centri di accoglienza o campi nell’Europa meridionale, mentre altri cercano di rifarsi una vita nei luoghi in cui si trovano.

Vedere la crisi degli immigrati come un evento cominciato e finito in quegli anni è sbagliato, poiché dà l’impressione che l’Europa sia stata invasa da orde di rifugiati senza precedenti. Mentre il disastro degli anni recenti ha a che fare con le politiche sull’immigrazione redatte nelle capitali europee. Le cui conseguenze hanno consistito in reazioni eccessive di panico, alimentate da una serie di convinzioni sbagliate sui rifugiati.

Dal 1990, quando sono caduti i confini all’interno dell’Europa, dando più libertà di movimento ai cittadini dell’EU e viaggiando senza passaporto, la sua frontiera è diventata sempre più militarizzata. Amnesty International stima che, tra il 2007-2013, prima della crisi, l’EU abbia speso circa 2 miliardi di euro per recinzioni, sistemi di sorveglianza e percorsi di pattugliamento su terra e su mare.

In teoria, i rifugiati – che hanno il diritto di attraversare i confini in cerca di asilo in base al diritto internazionale – dovrebbero essere esenti da questi controlli. Ma in realtà, l’EU ha provato ad impedire ai richiedenti asilo di raggiungere il territorio ovunque possibile: chiudendo le vie legali, come la possibilità di chiedere asilo alle ambasciate estere; introducendo penalità per le compagnie di trasporto che consentono alle persone di viaggiare all’interno dell’Europa senza i documenti corretti; e firmando trattati con i paesi vicini affinché essi possano controllare i migranti per conto dell’Europa. E all’interno dell’Europa, un accordo chiamato regolamento di Dublino forza i richiedenti asilo a fare domanda in qualsiasi paese essi raggiungono per primi.

Dopo la rivolte arabe del 2011, gli arrivi in Europa a chiedere asilo – attraverso la Turchia, o attraverso il Mediterraneo centrale dal nord Africa – hanno iniziato ad aumentare. Ma l’Europa ha continuato a fare della sicurezza la sua priorità, anziché proteggere queste persone vulnerabili. Nello stesso periodo in cui l’Europa ha speso 2 miliardi di euro sulla sicurezza del confine, ha speso solo un valore stimato di 700 milioni sulle condizioni di accoglienza per i rifugiati. Quasi 3 milioni di persone hanno chiesto asilo in EU nel 2015 e nel 2016 – ancora solo una piccola parte della totale popolazione dell’EU di 508 milioni – ma il modo in cui sono arrivati è stato caotico; migliaia sono morti nel tentativo. La maggior parte dei migranti che sono arrivati e hanno provato a continuare il loro viaggio nel nord-est Europa in applicazione del trattato di Dublino è temporaneamente fallito.

Le difese dei confini spesso producono o aggravano i veri problemi che si aspettano di risolvere, costringendo gli immigrati irregolari a prendere percorsi sempre più pericolosi, spesso con il crescente affidamento a trafficanti di persone, il che a propria volta incoraggia gli Stati ad inasprire i controlli ancora più duramente. In novembre del 2017, un gruppo di coalizione sui diritti umani ha pubblicato una lista di 33.293 persone che sono morte dal 1993 come risultato della “militarizzazione, leggi sull’asilo, politiche di punizione ed espulsione” in Europa. Ma essa ha continuato a respingere i migliaia di migranti indesiderati che provano a raggiungere le coste europee sempre più lontano dal continente. Un accordo con la Turchia, varato nel marzo del 2016, ha ridotto il movimento dei siriani verso l’Europa, anche se tuttavia oltre 12 milioni di essi rimangono sfollati per la guerra – 5 milioni di loro al di fuori del proprio paese – e molti hanno ancora bisogno di urgente assistenza umanitaria. Anche se l’Afghanistan è un paese diventato più pericoloso, i governi europei persistono nel loro tentativo di deportare molti afgani a Kabul. E per arginare la migrazione indesiderata dall’Africa sub-Sahariana, l’Europa ha provato a stringere accordi per fermare le rotte di tratta di esseri umani che attraversano il deserto e per tutto il nord Africa. L’Italia ha preso serie misure sui salvataggi in mare delle ONG (Organizzazioni non governative) e ha pagato le milizie in Libia, proprio mentre prove di torture e abusi nei loro centri di detenzione sono trapelate; L’EU ha esplorato accordi con la dittatura repressiva del Sudan, e in Nigeria. Centinaia di migliaia di individui vulnerabili saranno direttamente interessati da queste nuove politiche.

Noi spesso siamo incoraggiati a pensare a delle “soluzioni” alla crisi, ma non c’è una fine precisa. Finché continueranno le guerre – guerre che sono qualche volta cominciate o appoggiate da Stati europei, o alimentate dalle vendite di armi – le persone continueranno a scappare da esse. E altri continueranno a migrare anche quando gli Stati non li vogliono. Ma gli sforzi dei nostri governi per arginare la migrazione indesiderata possono finire per creare o aggravare gli stessi problemi che intendono risolvere. Le decisioni di accelerare il controllo sull’immigrazione presa al momento della crisi, o in risposta alla pressione dei media, può avere effetti profondi e duraturi – dal trattamento dei cittadini di Windrush nel Regno Unito, alle migliaia di rifugiati che languono in sudici campi sulle isole greche dell’Egeo.

Molti di noi sono migranti economici – anche se all’interno dei nostri stessi paesi – ma il termine ha preso un nuovo e peggiorativo significato dalla crisi dei rifugiati. Esso è spesso spiegato con lo stesso modo in cui era chiamato in passato dalla stampa britannica “falso richiedente asilo” – per suggerire che le persone stanno provando a giocare col sistema, che la loro presenza è la causa dei problemi alla frontiera, e che se potessimo rimuoverli filtrandoli, l’ordine verrebbe ripristinato. In effetti, la storia della migrazione è la storia di controlli sul movimento di tutti tranne di una élite benestante.

In passato, gli Stati cercavano di limitare il movimento delle loro stesse popolazioni, attraverso la schiavitù o la servitù, o leggi per poveri o atti per i vagabondi; oggi il diritto di circolare liberamente all’interno del proprio territorio è sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. La maggior parte di noi dà questi diritti per scontati, anche se sono relativamente recenti. Adesso, invece, il movimento delle persone attraverso i confini internazionali è strettamente controllato e regolato. In proporzione alla popolazione mondiale, il numero totale di migranti internazionali – di questo tipo – è rimasto relativamente stabile: circa il 3% dal 1960, secondo il sociologo Hein de Haas.

Questo potrebbe sembrare sorprendente in un’epoca in cui le merci, la comunicazione e certi tipi di persone possono muoversi con maggiore facilità rispetto al passato, ma la globalizzazione è un processo altamente iniquo. Sebbene la proporzione dei migranti non sia cresciuta significativamente, l’origine e la direzioni della migrazione sono cambiate: la ricerca di De Haas e Mathias Czaika suggerisce che le persone stanno lasciando un ampio raggio di paesi rispetto a prima, e si stanno dirigendo in una più ristretta gamma di destinazioni rispetto a prima. Essi stanno andando in paesi in cui potere e ricchezza si sono concentrati. Europa, ed Europa nord-occidentale in particolare, è uno di questi luoghi. Non è la sola destinazione – la maggior parte della migrazione africana, per esempio, si verifica in Africa. E la maggior parte della migrazione verso l’Europa avviene legalmente: si stima che il 90% dei rifugiati che entrano in Europa lo facciano con il permesso. Ma i paesi più ricchi stanno facendo sempre di più sforzi per tenere fuori gli indesiderati: nel 1990, secondo le ricerche del geografo Reece Jones, 15 paesi avevano muri o recinti sul loro confine; all’inizio del 2016, quel numero è salito a quasi 70.

Il diritto internazionale mira a proteggere il rifugiato mentre consente agli Stati di mantenere il controllo dei loro confini – ma la definizione di status di “rifugiato” è politica, e soggetta a una costante sfida su chi è meritevole e su chi no. Il termine ha sia un significato legale, in quanto esso descrive una persona che ha diritto all’asilo secondo la legge internazionale, e uno colloquiale, in quanto descrive una persona che è fuggita da casa sua.

Secondo la convenzione sui rifugiati del 1951, un rifugiato è definito come qualcuno che ha lasciato il suo paese a causa di “un fondato timore di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un particolare gruppo sociale o opinione politica”. All’inizio, la convenzione si applicava solo agli europei, e non riguardava tutti coloro che fuggivano da una zona di guerra; questo tipo di protezione è stato creato solo dopo le pressioni dei nuovi Stati indipendenti africani negli anni ’60 e negli Stati dell’America Latina negli anni ’80. Le persone costrette a lasciare le loro case per disastri economici o cambiamenti climatici catastrofici non sono mai state incluse. Ancora oggi, la convenzione lascia il potere principale nelle mani degli Stati nazionali. Non obbliga i suoi firmatari a dare a chiunque asilo, solamente per ascoltare i loro casi e non respingerli indietro in un paese in cui potrebbero essere in pericolo.

Nel 21° secolo, un confine non è solo una linea sulla mappa; è un sistema per filtrare le persone che si estende dai suoi margini fino all’interno del suo cuore, colpendo coloro che sono già nel paese – come abbiamo appreso da Theresa May che l’”ambiente ostile” è venuto alla luce. I richiedenti asilo sono soggetti particolarmente complessi. Una volta che essi attraversano le frontiere d’Europa, il loro movimento è limitato: sono rinchiusi o segregati in alloggi lontani dai centri cittadini. Il loro diritto a lavorare o all’accesso ad una sicurezza sociale è negato o severamente limitato. Mentre le loro richieste stanno per essere valutate, spesso da un processo che è opaco, ostile e incoerente, essi vivono con la minaccia che le libertà che hanno possano essere ridotte in qualsiasi momento. Il sistema cerca di collocarli in categorie – rifugiati o migranti economici, legali o illegali, meritevoli o immeritevoli – che non sempre si adattano alla realtà delle loro vite. E se il sistema si rompe, le persone vengono gettate in una zona grigia legale e morale che dura per molti mesi o addirittura anni. Come Cesar, un giovane uomo del Mali che ho incontrato mentre facevo un reportage in Sicilia, me lo ha detto: “Non è come se una persona avesse stampato sulla fronte ‘rifugiato’, e un’altra avesse ‘migrante economico’”.

L’empatia è importante, ma ha sempre dei limiti e non dovrebbe essere una precondizione affinché le persone possano accedere ai propri diritti. Cesar è arrivato in Sicilia alla fine del 2014, salvato da una barca di contrabbandieri alla deriva nel Mediterraneo dalla marina italiana. Quando egli è arrivato la Sicilia aveva l’attenzione dei media di tutto il mondo: i giornalisti volevano conoscere le storie delle persone come Cesar: da dove provenivano, che tipo di viaggi avevano fatto, quali erano le esperienze peggiori che avevano vissuto. Ma l’estate seguente, l’attenzione si era spostata altrove. Alla fine di Agosto del 2015, mentre un numero senza precedenti di rifugiati dalla Siria e altrove in Medio Oriente ha fatto la loro lunga camminata verso i Balcani, io stavo visitando Cesar nella sua casa in Sicilia. Mentre guardavamo la TV, la quale stava mostrando di continuo filmati di persone che chiedevano a gran voce di salire a bordo dei treni per la Germania alla stazione Kaleti di Budapest, Cesar indicò lo schermo: “Vedi? Le telecamere non vengono più qui perché ora sono solo i neri che arrivano in Sicilia?”. Sentiva fortemente che le persone come lui erano state abbandonate – dai media, e da un sistema che impiegava anni per elaborare la sua richiesta di asilo.

Ma queste storie hanno anche la capacità di alienarci. Se ti dico che Cesar ha passato 18 mesi sbalzato da una banda di trafficanti a un’altra in Algeria e Libia, durante il quale è stato torturato e messo a lavorare come uno schiavo, questo ti aiuta a capire chi è e perché ha fatto le scelte che ha fatto – particolarmente se questo è tutto quello che sai sulla sua vita? E se centinaia di persone hanno storie simili? Ad un certo punto, ci sentiamo sopraffatti e iniziamo a spegnere. Alcuni di noi potrebbero persino sentirsi ostili: perché a noi ci viene chiesto costantemente di dispiacersi per questi stranieri?

L’agenzia per le Nazioni Unite per i rifugiati, l’UNHCR, dice che ci sono più persone sfollate a causa dei conflitti nel mondo oggi che in qualsiasi momento dopo la seconda guerra mondiale. Questo è vero: circa 66 milioni di persone sono attualmente sfollate, sia nei loro paesi di origine, sia all’estero. Ma l’86% di queste rimane nel mondo in via di sviluppo, non in regioni ricche come l’Europa. E nonostante i recenti conflitti, secondo De Haas, i rifugiati rappresentano circa lo 0,3% della popolazione mondiale; una piccola porzione relativamente stabile. Il problema è solo di risorse e politica, non sono numeri schiaccianti.

Ho incontrato un numero di persone che hanno avuto un viaggio simile a Cesar, e ognuna di queste sta provando in maniera differente di mantenere il controllo delle loro vite e prendere decisioni per il futuro. Cesar mi ha detto che vuole solo trovare un lavoro monotono per “dimenticare il passato”. Al contrario, Fatima, una donna della Nigeria che finì anche in Sicilia, fece “un patto con Dio” quando salì su una barca gonfiabile sulle coste della Libia, e ora vuole dedicare il resto della sua vita a far crescere l’attenzione circa le donne trafficate. Azad è fuggito dalla Siria perché, sebbene fosse solidale con la rivolta contro Bashar al-Assad, e orgoglioso della sua identità curda, non voleva però ammazzare le persone.

Negli ultimi anni, i “valori europei” sono stati invocati sia a sostegno dei migranti e rifugiati che ad attaccarli. Da un lato, demagoghi come l’Ungherese Viktor Orbán hanno posizionato se stessi come difensori di una civiltà cristiana europea, attuando politiche anti-migranti per proteggere l’Europa dall’essere invasa da orde di mussulmani. Dall’altro, gli umanitari hanno spesso fatto appello a una visione dell’Europa come quella presentata da José Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea nel 2012, quando l’EU ha ricevuto il premio Nobel per la pace. “Come una comunità di Nazioni che ha superato la guerra e ha combattuto il totalitarismo”, ha detto Barroso nel suo discorso di accettazione, “Noi staremo sempre più vicino a coloro che sono alla ricerca della pace e della dignità umana”.

Entrambe le visioni sono sbagliate. Il primo cerca di cancellare che l’Europa è un continente diverso, in cui tradizioni cristiane, ebraiche e secolari siano presenti da secoli. La visione di Orbán ha anche un compagno liberale, popolare specialmente in Europa occidentale, che sostiene che gli immigrati mussulmani rappresentino una minaccia per le tradizioni “europee” di tolleranza, libertà e democrazia: anche questo ignora il fatto che dove questi principi esistono sono stati combattuti e vinti.

La seconda visione presenta l’Europa come un faro di speranza per il resto del mondo. L’Europa ha certamente un grande potere di influenzare il mondo nel bene e nel male, e pressare i nostri politici per esserne all’altezza è un aspirazione per cui ne vale la pena. Ma l’aspirazione rimarrà insoddisfatta se ignoriamo il fatto che mentre le nazioni d’Europa hanno superato la guerra e combattuto il totalitarismo, molte di queste stesse Nazioni sono diventate ricche e potenti conquistando e amministrando enormi imperi, i quali erano parzialmente giustificati dall’idea di una razza suprema europea. E l’Europa Unita, nei suoi documenti fondatori, è stata concepita come un modo per mantenere il potere imperiale, oltre a prevenire futuri conflitti al suo interno.

Anziché vedere il razzismo europeo come una cosa del passato, il riconoscimento della sua persistenza è essenziale se vogliamo comprendere la crisi dei rifugiati e alcune delle risposte ad essa. Migliaia di persone provenienti da ex colonie europee, i cui nonni sono stati trattati in modi meno che umani delle loro regole europee, sono annegati nel Mediterraneo negli ultimi due decenni, ma questa è diventata solo una “crisi” quando la portata del disastro era impossibile per gli europei da ignorare.

Nel 2015, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla migrazione ha proposto due risposte che avrebbero fatto molto per alleviare la “crisi”: il reinsediamento internazionale di massa dei rifugiati dalla Siria e un regime temporaneo di visti di lavoro in modo che i migranti economici potessero andare e venire senza rimanere intrappolati nei mortali percorsi clandestini. La ragione per cui questo non è successo è perché i governi europei semplicemente non vogliono farlo. Ci sono pressione politiche interne in Europa, e una più ampia crisi del sistema internazionale attraverso il quale si suppone che i conflitti e le divergenze tra gli Stati siano risolti.

Persino ora, una gerarchia di sofferenze pervade gran parte del dibattito in cui le lotte popolari sono ignorate o respinte a seconda del proprio background, con poche discussioni su come l’Europa possa aver contribuito alla situazione dei paesi che i migranti lasciano alle spalle – storicamente, o attraverso politiche militari ed economiche degli attuali governi. E quando i conflitti locali che coinvolgono i rifugiati appena arrivati scoppiano nei paesi europei, molti commentatori saltano senza problemi da un incidente che ha bisogno di una risposta ponderata, alla dichiarazione di una minaccia esistenziale per l’Europa dalla sua minoranza mussulmana. Alla sua estremità finale, questa è una logica genocidaria, di un tipo che l’Europa ha conosciuto in passato.

Non dobbiamo accettarlo, una conversazione più onesta sulla crisi comporterebbe una resa dei conti con il nostro passato – e un buon punto di partenza sarebbe riconoscere che per molti dei migranti che fanno viaggi pericolosi verso l’Europa di oggi, essa è già parte delle loro vite. “Ricordiamo il passato, ricordiamo la schiavitù; hanno iniziato le guerre mondiali e abbiamo combattuto per loro”, mi è stato detto una volta da un gruppo di uomini provenienti dall’Africa occidentale abbandonati in un centro di accoglienza nel sud Italia. Non si tratta di dare la colpa o meno. Si tratta di riconoscere che il mondo non è facilmente diviso in “europeo” e “non-europeo”. Questo è vero sia per la Gran Bretagna che per il resto d’Europa, anche se la Gran Bretagna lascia l’unione politica. “Sono sempre sorpreso quando la gente chiede: ‘perché i rifugiati vengono nel Regno Unito?’”, ha detto Zainab, che è fuggito dallo Stato islamico in Iraq e ha portato i suoi tre bambini in Gran Bretagna via Calais, nascosti in una serie di camion. “Vorrei rispondere: ‘L’Iraq non è stato occupato dalla Gran Bretagna e dall’America?’ Voglio che la gente veda la sofferenza che le popolazioni di questi luoghi hanno attraversato. Desidero davvero che la gente veda la connessione”.

L’Olocausto non è mai stato lontano dalla superficie delle coscienze europee. E la sua presenza è stata avvertita in una serie di risposte alla crisi dei rifugiati – dalle grandi dichiarazioni politiche sul dovere di agire in Europa, all’invocazione del Kindertransport nel dibattito britannico sui rifugiati infantili, alle storie degli anziani ebrei europei che oggi stanno aiutando migranti sfollati che attraversano frontiere.

Il nostro sistema di protezione dei rifugiati è stato istituito principalmente per far fronte agli enormi sconvolgimenti della popolazione in Europa causati dalle due guerre mondiali. Ora in gran parte nel passato questi sconvolgimenti sono visti come una lezione morale, uno dei tanti modi in cui l’Europa ha dichiarato: “Mai più”. Ma sebbene la crisi di sfollamento dell’Europa abbia avuto un inizio e una fine, per gran parte del mondo, questi sfollamenti sono persistenti, le sue cause apparentemente complicate, le persone al centro di esso hanno meno significato.

Ma è fondamentale che noi prestiamo attenzione non solamente per ragioni umanitarie, ma perché gli sfollamenti indicano una pericolosa debolezza nelle società democratiche liberali. Sebbene siamo giunti a considerare certi diritti come fondamentali e universali, questi sono spesso garantiti solo dall’appartenenza ad uno Stato-nazione. Nel suo libro The Origins of Totalitarianism del 1951, la teorica politica Hannah Arendt sosteneva che l’incapacità degli Stati di garantire i diritti agli sfollati in Europa tra le due guerre contribuì a creare le condizioni per la dittatura. L’apolidia ha ridotto le persone alla condizione di fuorilegge: hanno dovuto violare le leggi per vivere e sono state condannate a pene detentive senza commettere un crimine. Essere rifugiato significa non fare ciò che ti viene detto – se lo facessi, probabilmente saresti stato a casa per essere ucciso. E continui a piegare le regole, a dire falsità, a nasconderti anche dopo aver lasciato il pericolo immediato, perché questa è la strada che tu negozi a un sistema ostile.

Questo ha un preoccupante parallelo con i nuovi poteri e le infrastrutture di sicurezza – dall’ambiente ostile della Gran Bretagna, alle leggi che criminalizzano i cittadini europei che aiutano i migranti, alle “strutture di soggiorno temporaneo”, al nuovo ministro dell’Interno italiano di estrema destra che ha proposto un piano per aumentare le deportazioni – che i governi europei stanno creando. Lungi dall’essere i barbari che sono spesso raffigurati come una massa di “clandestini” che minacciano la sicurezza e l’identità europea – le persone prive di diritti appaiono come “i primi segni di una possibile regressione della civiltà”, ha avvertito Hannah Arendt.

Ma la Arendt indica una minaccia, non qualcosa di inevitabile – e soprattutto, i governi rispondono alle pressioni dell’elettorato. Nell’autunno del 2015, per esempio, la protesta pubblica sulla fotografia di un bimbo annegato, Alan Kurdi, che circolava sui media internazionali, ha spinto il governo britannico a espandere un piano per reinsediare i profughi siriani.

Noi dobbiamo essere attenti ai modi in cui alcuni politici cercano di convincere le persone di rinunciare ai diritti e alla protezione esistenti a beneficio di tutti. Qualsiasi figura autoritaria che dice: “Dovremmo prenderci cura dei nostri prima di aver cura dei profughi”, probabilmente non è interessata a farlo neanche. E dovremmo riconoscere l’importanza dell’azione collettiva. Non ci saranno “soluzioni” a questa crisi, nel senso di una o più decisioni politiche che faranno svanire i rifugiati.

Le guerre producono rifugiati. Le persone continueranno a muoversi per migliorare la loro qualità della vita, non solo a causa della povertà estrema, ma perché sono collegate alla cultura globale e alle reti di comunicazione globali. Il cambiamento climatico ha il potenziale di creare spostamenti molto più grandi di quelli che abbiamo visto negli ultimi anni. Come con i rifugiati della guerra è probabile che siano i paesi più poveri a sentire il grande impatto. Non possiamo controllare se queste cose accadono, ciò che conta sarà come rispondiamo e se ripetiamo gli errori di questa crisi.

Non devi permettere che il tuo pensiero sia limitato alle categorie attualmente esistenti. È possibile difendere le protezioni dall’attuale sistema di leggi sui rifugiati, pur riconoscendo i loro limiti. I politici possono cercare di fare una distinzione tra “veri” rifugiati e altri migranti irregolari, e la nostra economia può assegnare valori relativi alle vita delle persone in base al loro uso come lavoratori, ma ciò non significa che dovremmo accettare che una di queste persone sia meno una persona, o che le loro esperienze siano meno reali. La legge sui rifugiati fornisce una protezione essenziale per alcuni tipi di sfollati, ma non per tutti. Disegnata in un mondo in cui potere e ricchezza sono distribuiti in modo ineguale, ha sempre rispecchiato le preoccupazioni dei potenti. Più rigidamente facciamo rispettare le distinzioni fra meritevoli e immeritevoli più è probabile che accettiamo la violenza fatta nel nostro nome.

Per tutto il 2015 ho continuato a sentire e leggere dei rifugiati che hanno un “sogno” dell’Europa. Forse è così, siamo tutti mossi a volte da un ideale, ma implica una certa ingenuità da parte di chi guarda, che qualcuno venga trascinato da un’illusione che il resto di noi non condivide. Per il pubblico europeo e per estensione il pubblico in altre parti ricche del mondo è rassicurante: stanno sognando di avere una vita come la nostra – e chi può biasimarli per aver idealizzato la nostra esistenza?

Le conseguenze nell’uso degli psicofarmaci

Nello scorso post “L’uso smodato di psicofarmaci” ho illustrato come si sia incrementata l’assunzione di pillole psicoattive nel mondo occidentale. Oggi, invece, cercherò di esporre le gravissime conseguenze che derivano da questo utilizzo indiscriminato, facendomi aiutare dal bellissimo libro di Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci.

Nel seguente libro, fra i vari argomenti, si racconta il modo in cui questi psicofarmaci abbiamo preso il sopravvento in maniera così totale. Quando nel 1980 venne pubblicato Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – III (DSM-III) l’intento era quello di creare un elaborato che potesse contenere un “sistema diagnostico” dei più comuni disturbi psichiatrici, da condividere con gli altri medici al fine di creare dei feedback che avrebbero successivamente validato tale indagine. Ma questa cosa non avvenne mai, poiché col manuale DSM-III: “Quello che doveva essere considerato un primo serio tentativo di porre ordine nel caos della psicopatologia si trasformò rapidamente in una sorta di «bibbia della psichiatria», a cui venne conferito un grado di scientificità del tutto inappropriato”1.

Fu in questa maniera, che cominciò ad aprirsi quella ferita insanabile, che dura tuttora, sul principio scientifico di questo manuale, il quale è ormai diventato la fonte primaria di ogni psichiatra. Questa “bibbia della psichiatria” accrebbe il prestigio di giorno in giorno fra gli specializzati nel settore, ma in essa: “La linea di demarcazione tra sano e patologico non si basa su alcun dato scientifico, così come i criteri scelti per definire il disturbo”2. Questo arbitrio si allargò maggiormente con la pubblicazione, nel 2013, del DSM-5, nel quale presero posto molti di quegli aspetti emotivi che prima di allora erano vissuti naturalmente, poiché erano aspetti normali della nostra vita (come per esempio il disturbo disforico premestruale, i disturbi d’ansia, ecc.), ma con l’ingresso nel manuale divennero col tempo dei disturbi da curare.

Il libro di Alberto Caputo e Roberta Milanese, afferma che: “Le modifiche introdotte dal DSM-5 hanno portato inevitabilmente a un’ulteriore impennata del disturbo depressivo: nel 2015 oltre 350 milioni di persone sono state diagnosticate come depresse (più dell’intera popolazione degli Stati Uniti) di cui 4,5 milioni in Italia (Osservatorio ONDA, 2016). L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha dichiarato che, nel 2020, la depressione sarà la malattia mentale più diffusa al mondo e la seconda causa mondiale di disabilità dopo le patologie cardiovascolari”3.

La conseguenza della moltitudine di persone sovradiagnosticate e quindi malate creò quel bisogno di prendersi cura di loro. E qui entrarono in campo le aziende farmaceutiche le quali a loro volta ci crearono un business. Infatti non è un segreto che il mercato di antidepressivi stia diventando molto vantaggioso per chi ci vuole investire, perché come affermano i dati: “Negli anni Duemila gli psicofarmaci rappresentano la maggior fonte di entrate per le aziende farmaceutiche, superando i 900 miliardi di dollari, metà dei quali negli Stati Uniti e un quarto in Europa (Healy, 2012)”4.

Il libro di Caputo e Milanese, ci descrive pure come le aziende farmaceutiche siano in grado di espandere il proprio mercato attraverso strategie puntuali, fra le quali c’è il disease mongering o mercificazione della malattia, e uno dei tanti è creare nuove malattia, come per esempio la gravidanza o l’invecchiamento, che da processi normali quali erano, diventarono disturbi da curare con un apposito farmaco5.

Questi nuovi “mercati” però da una parte ingrasserebbero le casse delle aziende farmaceutiche, mentre dall’altra nuocerebbero a tutti quei pazienti a cui vengono prescritti, poiché oltre a causare effetti collaterali terribili, li convincono ad avere malattie anche se molte volte non hanno nulla, perché sono le stesse Big Pharma a selezionare gli studi che servono a convalidare quel farmaco.

Uno esempio tra i tanti di come le aziende farmaceutiche riescano a far approvare i farmaci anche in assenza della maggioranza di studi positivi è quello di Irving Kirsch, psicologo e professore alla Harvard Medical School, il quale richiese alla FDA (Food and Drud Administration) tutta la documentazione, sia quella pubblicata, sia quella non pubblicata (che rappresentava il 40%,) rilasciata dalle aziende che volevano far approvare dei farmaci antidepressivi più comunemente venduti. La ricerca rilevò che: “ Solo il 18% del miglioramento clinico riscontrato nei pazienti era da attribuire al farmaco, il rimanente 82% era dovuto all’effetto placebo, ossia all’aspettativa positiva dei pazienti di star ricevendo una cura per il loro malessere”6. Secondo Kirsch, quindi, curava di più l’effetto placebo, che l’azione del farmaco. Ma mentre l’effetto placebo non aveva effetti collaterali, il farmaco li aveva. Ed erano molto pesanti. Uno dei quali è il desiderio di suicidio. Infatti, molti studi clinici hanno affermato che gli antidepressivi possono causare azioni suicidarie nelle persone che li assumono7.

Questo è solamente un assaggio di ciò che contiene il libro Psicopillole. Dopo tutti questi dati forse si capisce un po’ di più l’aspetto sociale che emerge dal problema analizzato nel testo: ovvero lo stato di alterazione continuo in cui molte persone versano e con cui sono abituate a convivere. E lo stress, poi, derivante da tale condizione che viene condiviso con gli altri, che a loro volta assorbono come fosse normalità. Purtroppo non c’è niente di naturale in persone che assumono psicofarmaci, e la nostra società, creata all’insegna di essi (se è vero che milioni di persone li prendono), si capisce come abbia perso quel senso di umanità che è in ognuno di noi e che porta ad aiutarci gli uni con gli altri. Ma una pillola, però, può alterare ciò e portarci fino ad avere idee suicidarie. E tutto questo dovrebbe essere normale?

Non dobbiamo stupirci, quindi, se in questa nostra società opulenta e ormai psicoattiva viviamo male la nostra vita comunitaria, poiché non crediamo più nell’Altro che posso esserci nel momento del bisogno.

Purtroppo deleghiamo a un farmaco la soluzione dei nostri problemi, perché non abbiamo più il tempo per guarire naturalmente e una pillola diventa la soluzione più veloce e più facile per noi stessi, poiché con essa non dobbiamo metterci di fronte a noi stessi e alle nostre paure ed affrontarle. È molto più facile assumere la “pillola della felicità” che ogni soluzione dà. Ma questo è solamente un equivoco perché solamente da noi stessi, conoscendo le nostre paure e dandogli un nome, possiamo curare veramente la nostra anima. Perciò dobbiamo essere informati di quello che tali sostanze possono fare al nostro equilibrio naturale.

1 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, Adriano Salani Editore s.u.r.l., Milano 2017, p. 22.

Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., p. 19.

3 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., pp. 35-36.

4 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., p. 40.

5 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., pp. 41-42.

Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., pp. 111-112.

Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., pp. 118-119.

L’uso smodato di psicofarmaci

Nel libro di Alberto Caputo e Roberta Milanese, Psicopillole, si parla dell’uso eccessivo di psicofarmaci, che ha raggiunto livelli molto preoccupanti. Negli Stati Uniti, per esempio, il fenomeno è diventato così allarmante che la prescrizione di quelli legali starebbe provocando più morti di quelli prescritti illegalmente, come afferma il testo: “Tra il 1999 e il 2013 le prescrizioni di psicofarmaci negli Stati Uniti sono più che duplicate […] nello stesso periodo le morti per overdose da farmaci psichiatrici sono quasi quadruplicate, superando i decessi per overdose di eroina quasi del 50%. Può sembrare incredibile ma oggi si muore di più a causa di farmaci prescritti legalmente che per droghe illegali”1.

Ma questo non è un caso isolato, poiché anche l’Italia non è da meno, con i suoi quasi dodici milioni di persone che ogni anno assumono psicofarmaci2, un italiano su cinque.

Si possono comprendere meglio questi dati analizzando uno studio dell’Ocse chiamato Health at a Glance 2017, in cui si vede benissimo questo aumento nel tempo. Infatti, secondo il rapporto, il consumo di antidepressivi nella zona Ocse tra il 2000 al 2015 è raddoppiato3, confermando il trend crescente degli Stati Uniti, paese a cui tutti noi ci chiedono di ispirarci e di prendere da esempio come modello economico.

Dobbiamo ricordarci che i dati sono l’espressione di questo nostro mondo economico capitalistico occidentale, il quale, per sopravvivere, ci richiede sforzi psicofisici talmente enormi per noi esseri umani naturali, da mettere a repentaglio le nostre vite. Perciò crediamo che un farmaco ci affranchi per un attimo da questi sforzi, giungendo così al punto da non riuscire più a gestire la nostra vita senza l’uso di esso, il quale sembrerebbe temporaneamente e apparentemente  che ci dia sollievo, ma dall’altra parte quella pillola sta pian piano assuefacendo la nostra mente, alterando innaturalmente il nostro equilibrio.

Lo stato psichico delle persone, infatti, è una conquista raggiunta giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza, perché la nostra mente si adatta alle circostanze ambientali, in maniera tale da sopportare, per esempio, episodi spiacevoli che avvengono nella vita di ognuno di noi. Ma se non alleniamo la nostra psiche ai vari tipi di eventi che potremmo vivere un domani, come potrà sopravvivere?

Se allenassimo la mente anche agli episodi spiacevoli, questa diventerebbe più forte e ogni qualvolta ne avremmo bisogno saprà come comportarsi. Mentre il farmaco, invece, aggira l’ostacolo. Non cura la malattia ma la elude, dandoci la sensazione di aver curato una depressione, rimanendo però sempre la stessa, un po’ latente ma presente, poiché l’assuefazione ai farmaci e il loro continuo bisogno saranno lì a ricordarcelo.

Mentre se allenassimo la nostra mente agli episodi più imprevisti, attendendo il tempo che ci vuole per metabolizzare tali eventi, potremmo risolvere questo problema naturalmente. Ma in questa nostra società che ha perduto la naturalezza, ci stiamo ammalando poiché stiamo diventando innaturali, senza sapere più comprendere i nostri tempi naturali. Questa società che ha perduto il senso del tempo (perché ci vuole del tempo per risolvere questi nostri disagi) e ci chiede di fare sempre più veloce, pure per risolvere i nostri stati psichici. Per questo ci fa assumere dei psicofarmaci, per velocizzare anche la cura.

Ma il nostro corpo e la nostra mente non richiedono velocità, hanno un loro ritmo naturale, che incessante e predominante viene fuori ogni qualvolta violiamo la sua legge, la legge naturale.

Per questo tutto ciò che è innaturale o alterante per il nostro stato psicofisico è profondamente inadeguato e sbagliato, perché compromette lo stato armonioso della natura. Dobbiamo ritornare a sentire i nostri ritmi naturali, poiché solamente lì c’è la nostra salvezza, come individui e come comunità.

1 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, Adriano Salani Editore s.u.r.l., Milano 2017, p. 11.

2 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, Adriano Salani Editore s.u.r.l., Milano 2017, p. 12.

L’armonia dell’Universo

Cinquant’anni fa nasceva la “Teoria delle stringhe”, la quale, ancora in fase di sviluppo, tenderebbe a unificare il micromondo della meccanica quantistica ideata da Max Planck, al macrocosmo della relatività generale elaborata da Albert Einstein, due tesi provate scientificamente nei singoli aspetti, ma che unite non riuscirebbero a conciliarsi.

In una bellissima intervista de Ilfattoquotidiano.it a Gabriele Veneziano, teorico fisico e scienziato del Cern di Ginevra, uno degli ideatori nel 1968 di quella teoria, afferma che: “A livello fondamentale non ci sono più particelle puntiformi, ma stringhe estese che vibrano, e che rappresentano la cosa più elementare possibile, come l’atomo indivisibile degli antichi Greci. A modi di vibrazione diversi, come per le differenti note musicali, corrispondono tutte le particelle conosciute”1.

Quindi, secondo la teoria delle stringhe, l’Universo sarebbe composto da stringhe che vibrano in modi differenti, abbracciando e legando il nostro Cosmo in una grande armonia universale. Come in una bellissima musica, ogni piccola particella partecipa a questa infinita melodia, in cui ognuna di loro diventa la protagonista di questa “musica corale”.

A sostegno di tale tesi, ci si mette anche la scoperta del “Bosone di Higgs” (o Campo di Higgs), rilevato alla fine del 2011 al Cern di Ginevra, il quale rivelò come questo campo permeasse ogni particella elementare conferendogli la massa. É lo stesso portavoce dell’esperimento Cms al Cern di Ginevra, Guido Tonelli, a confermarlo, acclarando che il campo è: “una sorta di fluido onnipresente con il quale le particelle interagiscono e, così facendo, acquisiscono la loro massa caratteristica”2. Questo campo di Higgs, quindi, sarebbe una scoperta fondamentale, poiché se è vero che ogni particella è avvolta da esso, tale campo fungerebbe da mezzo di comunicazione, perché interconnetterebbe tutte le particelle fra loro. Questa “rete universale” che unisce le molecole e quindi tutti noi sarebbe una grande scoperta per la comprensione della Natura e per noi esseri umani che ne facciamo parte, poiché significa che tutti siamo collegati da una grande connessione attraverso la quale possiamo comunicare e scambiarci informazioni. Solamente la nostra bassa comprensione del fatto limita il campo d’azione.

Tutto ciò dovrebbe riunirci, riappacificarci e farci comprendere che non siamo soli, diventando pure protagonisti in questa unità. Siamo tutti fratelli di una grande e meravigliosa comunità che è l’Universo, attraverso cui un domani, con le conoscenze più adeguate, potremmo comunicare magari senza quei problemi che abbiamo oggi. Poiché siamo una grande famiglia, ma dobbiamo avercene cura.

1 https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/14/i-primi-50-anni-della-teoria-delle-stringhe-lideatore-rivoluzione-fatta-di-dimensioni-extra-e-universi-multipli/4354528/

2 https://www.focus.it/scienza/scienze/tonelli-la-nascita-imperfetta-delle-cose

Il consumismo e la fine della comunità

Il consumismo, come fenomeno di massa, entrò prepotentemente nelle case di noi occidentali solamente dopo le guerre, a inizio Novecento. Esso portò un cambiamento così radicale all’interno della società, che ben presto divenne una parte integrante di noi stessi, tanto da non riconoscerne più gli effetti negativi.

Pier Paolo Pasolini fu uno degli intellettuali italiani che vide e cercò di contestare tutto ciò, fino ad affermare come fosse peggio del fascismo: “Perché il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo – che è tutt’altra cosa – non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo”1.

Infatti, il boom economico italiano stava entrando in ogni casa che potesse permetterselo. Questo apparente benessere sembrava potesse bastare per tutti, ma non fu così. Anzi fu talmente disequilibrato, che a distanza di anni portò a una disuguaglianza sociale enorme, destinata pure a peggiorare col tempo. Infatti, l’1% della popolazione mondiale detiene più ricchezza netta del restante 99%2. Questa ricchezza starebbe passando a sempre meno individui, aumentando tuttora questo divario.

A detta di Pasolini, il capitalismo ha vinto, poiché le persone che avrebbero dovuto contrastarlo stettero a guardare o non si accorsero di tale iniquità, perché la società consumistica crea vane speranze di ricchezza, o come scrisse Marx: ”L’aumento del salario eccita nell’operaio il desiderio di arricchirsi, che è proprio del capitalista, ma che egli può soddisfare soltanto col sacrificio del proprio spirito e del proprio corpo”3. Quindi, la forza che doveva contrastare il capitalismo è stata neutralizzata da questa illusione di futuri guadagni. Ci hanno ingannato facendoci credere di poter diventare tutti ricchi, e noi abbiamo barattato la felicità dell’intera comunità, per delle vogliuzze individualistiche, che hanno depotenziato di fatto il carattere rivoluzionario che avevano le manifestazioni collettive. Perciò non c’è da stupirsi se questa ideologia consumistica sia entrata talmente dentro di noi da non riuscire a comprenderla e così sradicarla.

Pasolini criticò l’esperienza del ’68, la quale sembrava volesse sovvertire quel sistema. Per il poeta, infatti, quello che avrebbero dovuto fare, ovvero lottare contro il neocapitalismo e il consumismo, venne messo da parte per portare avanti lotte a loro più congeniali, come quelle sui diritti4, lasciando il vero peccato del tempo a inebriare i loro corpi fino ad addormentarli e a farlo giungere pian piano sino ai nostri tempi.

Questa nostra società consumistica ubriacata da quello che Pasolini chiamò l’”ideologia edonistica”, sarebbe stata più efficace del fascismo, anche per i nuovi mezzi di comunicazione, come la televisione, con i quali riuscirebbe meglio a propagare il proprio messaggio unidirezionale. Infatti, afferma il poeta: “Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi”5.

Questa critica alla borghesia e al consumo di massa fu predittiva, poiché se la svolta sessantottina ebbe alcuni traguardi importanti sui diritti civili, non placò quella sete che tuttora contamina anche la nostra epoca.

Abbiamo visto come tale strada porti a un individualismo che corrode necessariamente la comunità nei suoi fondamentali valori, poiché la sete egoistica della persona singola minaccia il gruppo. La collettività, quindi, dovrebbe essere vista non come una forma repressiva che impone regole a discapito dell’individuo come singolo, ma come un’esperienza comune rivolta al bene collettivo. Da soli, come individui, non riusciremmo a sopravvivere, perché abbiamo bisogno dell’Altro, poiché egli ci completa.

1 Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti Libri s.p.a., Milano 2008, p. 50.

https://www.oxfamitalia.org/economiaumana/

3 Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, prefazione e traduzione di Norberto Bobbio, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 2004, p. 15.

http://temi.repubblica.it/espresso-il68/1968/06/16/il-pci-ai-giovani/?printpage=undefined

5 Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti Libri s.p.a., Milano 2008, p. 22.