La conflittualità fra Bene e Male

L’essere umano è sempre stato condizionato dall’ambiente che lo circonda e quindi dalle persone che lo affiancano. Perciò l’azione che si prefigge l’individuo è sempre limitata ad un contesto sociale.

La persona può volgere verso il Bene (per esempio facendo solidarietà) o verso il Male (per esempio rubando). Il Bene e il Male non sono mai un fatto a se stante. Essi sono sempre figli di una comunità che favorisce il fiorire dell’uno o dell’altro. Noi esseri umani, quindi, agiamo in continua contrapposizione tra ciò che ci dice la nostra ragione e ciò che l’ambiente esterno condiziona in noi. Il Male, quindi, non è mai una vicenda da combattere nella persona che lo commette, ma penso debba essere rimandato a una comunità troppo assente. Infatti, mettendo l’individuo colpevole in prigione si punisce l’episodio singolo, ma non si combatte il Male, poiché l’omicidio, per esempio, come azione rimarrebbe. In questo modo noi condanniamo il colpevole diretto di un episodio, senza comprendere che tale azione si potrebbe prevenire attraverso una politica sociale e comunitaria che protegga l’individuo e lo metta in condizioni di non commettere questo Male.

Noi, invece, cerchiamo sempre un colpevole perché non abbiamo il coraggio di guardarci dentro come comunità e comprendere come colui che fa del Male vive con noi. Non abita in un paesino sperduto. È parte di noi e non possiamo sistemare il tutto incolpandolo come se fosse una persona affetta dal Male assoluto, che una volta eliminata, si porterebbe pure la colpa con sè.

Nell’antichità si festeggiava il capro espiatorio ovvero si prendeva un capro e lo si sacrificava per farsi perdonare i peccati dell’intera comunità. Veniva preso un simbolo terzo che doveva servire a espiare le colpe dell’intera collettività, usandolo per la remissione dei peccati individuali. Noi oggi non facciamo altro che prendere un capro espiatorio per espiare i peccati della nostra società, senza chiederci se non sia la società stessa ad aver creato i presupposti affinché si compia l’azione. Purtroppo non analizziamo dentro di noi le cause di quello che avviene fuori.

Noi esseri umani siamo un continuo equilibrio tra naturale istinto individuale di sopravvivenza, per esempio trovare il cibo per vivere, che si contrappone al bisogno dell’Altro, per esempio nell’amore o nell’amicizia, in cui prevalgono la considerazione e l’approvazione, in una continua ricerca di accettazione da parte dell’Altro (i social network ne sono un esempio). Quell’amicizia che secondo Aristotele sarebbe una delle virtù necessarie nelle nostre vite. Scrive il filosofo: “Giacché essa è una virtù o è accompagnata da virtù, ed è, inoltre, assolutamente necessaria alla vita. Infatti, senza amici, nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni; anzi si ritiene comunemente che siano proprio i ricchi e i detentori di cariche e di poteri ad avere il più grande bisogno di amici” continua Aristotele: “Quando si è amici, non c’è alcun bisogno di giustizia, mentre, quando si è giusti, c’è ancora bisogno di amicizia ed il più alto livello della giustizia si ritiene che consista in un atteggiamento di amicizia”1. Per questo dobbiamo cercare di convivere con tutte queste nostre varie sfaccettature e cercare di indirizzarle verso un bisogno collettivo, poiché da soli moriremmo in un istante. La nostra società occidentale volta al consumismo ci insegna, invece, ad essere autosufficienti e fare a meno degli altri, senza comprendere che senza gli altri nessuna collettività esisterebbe.

Il Bene e il Male quindi sono vissuti all’interno della comunità in cui si vivono, e i tanti esperimenti di psicologia sociale ci confermano tale asserzione. Come per esempio nella Teoria delle finestre rotte. Il professore di Psicologia alla Stanford University, Philip Zimbardo, fece un esperimento sulla scia di questa ipotesi, mettendo un’automobile in un quartiere povero come il Bronx ed una in un quartiere ricco come Palo Alto. La macchina nel Bronx venne smontata pezzo per pezzo e rubate le loro parti, mentre quella a Palo Alto rimase intatta. Questo perché come concluse Zimbardo: “Il disordine pubblico sarebbe uno stimolo situazionale al reato, insieme con la presenza di delinquenti”2.

Perciò dobbiamo volgersi ad una comunità che rispetti l’Altro, in ogni sua forma, poiché una collettività volta al Bene è possibile.

1Aristotele, Etica Nicomachea, testo greco a fronte, Edizioni Bompiani, Milano 2013, p. 299.

2Philip Zimbardo, L’effetto Lucifero, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008, p. 34.