Le conseguenze nell’uso degli psicofarmaci

Nello scorso post “L’uso smodato di psicofarmaci” ho illustrato come si sia incrementata l’assunzione di pillole psicoattive nel mondo occidentale. Oggi, invece, cercherò di esporre le gravissime conseguenze che derivano da questo utilizzo indiscriminato, facendomi aiutare dal bellissimo libro di Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci.

Nel seguente libro, fra i vari argomenti, si racconta il modo in cui questi psicofarmaci abbiamo preso il sopravvento in maniera così totale. Quando nel 1980 venne pubblicato Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – III (DSM-III) l’intento era quello di creare un elaborato che potesse contenere un “sistema diagnostico” dei più comuni disturbi psichiatrici, da condividere con gli altri medici al fine di creare dei feedback che avrebbero successivamente validato tale indagine. Ma questa cosa non avvenne mai, poiché col manuale DSM-III: “Quello che doveva essere considerato un primo serio tentativo di porre ordine nel caos della psicopatologia si trasformò rapidamente in una sorta di «bibbia della psichiatria», a cui venne conferito un grado di scientificità del tutto inappropriato”1.

Fu in questa maniera, che cominciò ad aprirsi quella ferita insanabile, che dura tuttora, sul principio scientifico di questo manuale, il quale è ormai diventato la fonte primaria di ogni psichiatra. Questa “bibbia della psichiatria” accrebbe il prestigio di giorno in giorno fra gli specializzati nel settore, ma in essa: “La linea di demarcazione tra sano e patologico non si basa su alcun dato scientifico, così come i criteri scelti per definire il disturbo”2. Questo arbitrio si allargò maggiormente con la pubblicazione, nel 2013, del DSM-5, nel quale presero posto molti di quegli aspetti emotivi che prima di allora erano vissuti naturalmente, poiché erano aspetti normali della nostra vita (come per esempio il disturbo disforico premestruale, i disturbi d’ansia, ecc.), ma con l’ingresso nel manuale divennero col tempo dei disturbi da curare.

Il libro di Alberto Caputo e Roberta Milanese, afferma che: “Le modifiche introdotte dal DSM-5 hanno portato inevitabilmente a un’ulteriore impennata del disturbo depressivo: nel 2015 oltre 350 milioni di persone sono state diagnosticate come depresse (più dell’intera popolazione degli Stati Uniti) di cui 4,5 milioni in Italia (Osservatorio ONDA, 2016). L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha dichiarato che, nel 2020, la depressione sarà la malattia mentale più diffusa al mondo e la seconda causa mondiale di disabilità dopo le patologie cardiovascolari”3.

La conseguenza della moltitudine di persone sovradiagnosticate e quindi malate creò quel bisogno di prendersi cura di loro. E qui entrarono in campo le aziende farmaceutiche le quali a loro volta ci crearono un business. Infatti non è un segreto che il mercato di antidepressivi stia diventando molto vantaggioso per chi ci vuole investire, perché come affermano i dati: “Negli anni Duemila gli psicofarmaci rappresentano la maggior fonte di entrate per le aziende farmaceutiche, superando i 900 miliardi di dollari, metà dei quali negli Stati Uniti e un quarto in Europa (Healy, 2012)”4.

Il libro di Caputo e Milanese, ci descrive pure come le aziende farmaceutiche siano in grado di espandere il proprio mercato attraverso strategie puntuali, fra le quali c’è il disease mongering o mercificazione della malattia, e uno dei tanti è creare nuove malattia, come per esempio la gravidanza o l’invecchiamento, che da processi normali quali erano, diventarono disturbi da curare con un apposito farmaco5.

Questi nuovi “mercati” però da una parte ingrasserebbero le casse delle aziende farmaceutiche, mentre dall’altra nuocerebbero a tutti quei pazienti a cui vengono prescritti, poiché oltre a causare effetti collaterali terribili, li convincono ad avere malattie anche se molte volte non hanno nulla, perché sono le stesse Big Pharma a selezionare gli studi che servono a convalidare quel farmaco.

Uno esempio tra i tanti di come le aziende farmaceutiche riescano a far approvare i farmaci anche in assenza della maggioranza di studi positivi è quello di Irving Kirsch, psicologo e professore alla Harvard Medical School, il quale richiese alla FDA (Food and Drud Administration) tutta la documentazione, sia quella pubblicata, sia quella non pubblicata (che rappresentava il 40%,) rilasciata dalle aziende che volevano far approvare dei farmaci antidepressivi più comunemente venduti. La ricerca rilevò che: “ Solo il 18% del miglioramento clinico riscontrato nei pazienti era da attribuire al farmaco, il rimanente 82% era dovuto all’effetto placebo, ossia all’aspettativa positiva dei pazienti di star ricevendo una cura per il loro malessere”6. Secondo Kirsch, quindi, curava di più l’effetto placebo, che l’azione del farmaco. Ma mentre l’effetto placebo non aveva effetti collaterali, il farmaco li aveva. Ed erano molto pesanti. Uno dei quali è il desiderio di suicidio. Infatti, molti studi clinici hanno affermato che gli antidepressivi possono causare azioni suicidarie nelle persone che li assumono7.

Questo è solamente un assaggio di ciò che contiene il libro Psicopillole. Dopo tutti questi dati forse si capisce un po’ di più l’aspetto sociale che emerge dal problema analizzato nel testo: ovvero lo stato di alterazione continuo in cui molte persone versano e con cui sono abituate a convivere. E lo stress, poi, derivante da tale condizione che viene condiviso con gli altri, che a loro volta assorbono come fosse normalità. Purtroppo non c’è niente di naturale in persone che assumono psicofarmaci, e la nostra società, creata all’insegna di essi (se è vero che milioni di persone li prendono), si capisce come abbia perso quel senso di umanità che è in ognuno di noi e che porta ad aiutarci gli uni con gli altri. Ma una pillola, però, può alterare ciò e portarci fino ad avere idee suicidarie. E tutto questo dovrebbe essere normale?

Non dobbiamo stupirci, quindi, se in questa nostra società opulenta e ormai psicoattiva viviamo male la nostra vita comunitaria, poiché non crediamo più nell’Altro che posso esserci nel momento del bisogno.

Purtroppo deleghiamo a un farmaco la soluzione dei nostri problemi, perché non abbiamo più il tempo per guarire naturalmente e una pillola diventa la soluzione più veloce e più facile per noi stessi, poiché con essa non dobbiamo metterci di fronte a noi stessi e alle nostre paure ed affrontarle. È molto più facile assumere la “pillola della felicità” che ogni soluzione dà. Ma questo è solamente un equivoco perché solamente da noi stessi, conoscendo le nostre paure e dandogli un nome, possiamo curare veramente la nostra anima. Perciò dobbiamo essere informati di quello che tali sostanze possono fare al nostro equilibrio naturale.

1 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, Adriano Salani Editore s.u.r.l., Milano 2017, p. 22.

Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., p. 19.

3 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., pp. 35-36.

4 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., p. 40.

5 Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., pp. 41-42.

Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., pp. 111-112.

Alberto Caputo, Roberta Milanese, Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci, cit., pp. 118-119.