La felicità per Aristotele

 

 

Lo scorso marzo, è stato pubblicato il World Happiness Report 2017. Questo studio, sostenuto dalle Nazioni Unite, vuole rappresentare la “felicità” per 155 paesi.

La Norvegia è la nazione che ha vinto, dopo essere risalita dal 4° posto del 2016. Seguono la classifica la Danimarca al 2°, l’Islanda al 3°, la Svizzera al 4° e la Finlandia al 5°.

Gli Stati Uniti sono passati dal 3° posto, nel 2007, al 14° posto in classifica, mentre l’Italia si è aggiudicata il 48° posto su 155 paesi.

I criteri stabiliti per questo report erano: prendersi cura del prossimo, la libertà, la generosità, l’onestà, la salute, il reddito e una buona amministrazione. Un concentrato di parametri, che non sono il solito PIL (prodotto interno lordo) con cui viene normalmente classificato il benessere dei paesi, ma qualcosa di più. Per quanto possano essere esaustivi questi dati, essi puntano a disegnare un cittadino più virtuoso e responsabile nella propria società.

Per questo i paesi del Nord d’Europa sono in alto nella classifica, poiché le loro società sono basate sul rispetto dell’ambiente e degli altri. Queste comunità puntano a creare un cittadino inserito nella collettività, anziché un individuo che sovrasta gli Altri, come accade purtroppo in altri paesi.

In un altro mio post, Il fallimento del liberismo, descrivo come alcuni paesi vivono meglio la socialità per effetto di un welfare molto presente. Perché è stando vicino ai propri cittadini che si può creare una comunità felice.

Fu lo stesso Aristotele, che nell’Etica Nicomachea, scrisse: «Quindi diciamo perfetto in senso assoluto ciò che è scelto sempre per sé e mai per altro. Di tale natura è, come comunemente si ammette, la felicità, perché la scegliamo sempre per se stessa e mai in vista di altro»1.

Ma non è l’unica indicazione del filosofo, infatti prosegue affermando che: «Ma è certo assurdo fare dell’uomo felice un solitario: nessuno, infatti, sceglierebbe di possedere tutti i beni a costo di goderne da solo: l’uomo, infatti, è un essere sociale e portato per natura a vivere insieme con gli altri»2.

Perciò per Aristotele la felicità è il Bene Supremo da seguire per se stessa, e mai in vista di altro. Esso, poi, intuisce come la comunità sia la dimensione adeguata in cui si può manifestare la felicità, poiché essa nasce dalla relazione con gli altri. Infatti, l’essere umano deve vivere in comunione con le persone.

Volevo concludere questo post con un’altra citazione di Aristotele, nella quale egli parla della virtù che dovrebbero avere gli individui all’interno di una comunità. Afferma il filosofo che: «Il peggiore degli uomini è colui che esercita la propria malvagità sia verso se stesso sia verso gli amici, mentre il migliore non è quello che esercita la virtù verso se stesso, ma quello che la esercita nei riguardi degli altri»3.

Per questo, anche noi dobbiamo ripartire dalle comunità, poiché solamente da una reciprocità d’amore possiamo abbattere questo individualismo che sta dilagando un po’ dappertutto.

L’unica soluzione che possa veramente far bene a tutti noi è l’aver cura del prossimo.

1Aristotele, Etica Nicomachea,Testo greco a fronte, a cura di Claudio Mazzarelli, Bompiani/RCS Libri S.p.A., Milano 2013, 1097a30, p. 63.

2Aristotele, Etica Nicomachea, cit., 1169b15, pp. 359-361.

3Aristotele, Etica Nicomachea, cit., 1130a5 , p. 191.