La scuola di Barbiana

 

Il 26 giugno del 1967 morì Don Lorenzo Milani, un prete ed un educatore molto diverso dagli altri, poiché creò una scuola unica nel suo genere. Prese con sé gli ultimi, quei ragazzini bocciati o scartati dalle scuole vere, li salvò da un destino lavorativo e con loro iniziò l’avventura di Barbiana.

La scuola che fondò, la quale era situata nella canonica, iniziava dalle 8 del mattino, fino alle 7 della sera, per la durata di 365 giorni l’anno. Una commistione fra studio teorico e pratico. Si leggeva pure il giornale perché era molto importante conoscere la situazione politica. Ogni ospite che arrivava a Barbiana, diventava il motivo d’insegnamento di quel giorno. I ragazzi più grandi, poi, insegnavano a quelli più piccoli.

La scuola di Don Milani non aveva voti, perché non metteva i ragazzi in condizione di concorrenza. Ogni ragazzo aveva il diritto di studiare. Il priore diceva: “Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”.1.

Era una totale immersione nella vita, la quale era la prima fonte d’insegnamento. Infatti, su una parete della scuola c’era la scritta “I care” (me ne importa), per ricordarsi che tutto era importante e degno di essere conosciuto. Senza fregarsene di ciò che accadeva intorno a loro.

Voleva che i ragazzi crescessero con l’idea che tutto era interessante per loro. Crescendo così consapevoli, il più possibile delle proprie azioni, poiché per Don Milani i giovani erano tutti sovrani: “Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”2. I ragazzi studiavano col priore e si preparavano per gli esami.

Nel luglio del 1966, dopo che due ragazzi furono bocciati in maniera umiliante, nacque la necessità di scrivere una lettera che poi andò alle stampe con il titolo “Lettera a una professoressa”. Una lettera scritta dai ragazzi e dal priore il cui intento fu quello di criticare il sistema scolastico italiano.

Di seguito trascriverò alcuni dei passi presenti nel libro: “Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina”.

“La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente programma. Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione. Una perfezione che è assurda perché il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce. Le cose restano le stesse, ma cambia lui”, p. 17.

“Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo”, pp. 18-19.

“Dietro a quei fogli di carta c’è solo l’interesse individuale. Il diploma è quattrini […] per studiare volentieri nelle vostre scuole bisognerebbe essere già arrivisti a 12 anni. A 12 anni gli arrivisti son pochi. Tant’è vero che la maggioranza dei vostri ragazzi odia la scuola”, p. 24.

“La più accanita protestava che non aveva mai cercato e mai avuto notizie sulle famiglie dei ragazzi: «Se un compito è da quattro io gli do quattro». E non capiva, poveretta, che era proprio di questo che era accusata. Perché non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti eguali fra disuguali”, p. 55.

Allora è più onesto dire che tutti i ragazzi nascono eguali e se in seguito non lo sono più, è colpa nostra e dobbiamo rimediare”, p. 61.

Perché il sogno dell’eguaglianza non resti un sogno vi proponiamo tre riforme. I – Non bocciare. II – A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno. III – Agli svogliati basta dargli uno scopo”, p. 80.

Chi ama le creature che stanno bene resta apolitico. Non vuol cambiare nulla […] conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è tutt’uno. Non si può amare creature segnate da leggi ingiuste e non volere leggi migliori”, pp. 92-93.

Perché è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli […] tentiamo invece di educare i ragazzi a più ambizione. Diventare sovrani! Altro che medico o ingegnere”, p. 96.

Guai a chi vi tocca l’Individuo. Il Libero Sviluppo della Personalità è il vostro credo supremo. Della società e dei suoi bisogni non ve ne importa nulla […] gli animali non vanno a scuola. Nel Libero Sviluppo della loro Personalità le rondini fanno il nido eguale da millenni”, p. 112.

La Scuola di Servizio Sociale potrebbe levarsi il gusto di mirare alto. Senza voti, senza registro, senza gioco, senza vacanze, senza debolezze verso il matrimonio o la carriera. Tutti i ragazzi indirizzati alla dedizione totale”, p. 113.

Anche sugli uomini ne sapete meno di noi. L’ascensore è una macchina per ignorare i coinquilini. L’automobile per ignorare la gente che va in tram. Il telefono per non vedere in faccia e non entrare in casa”, p. 116.

1Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria editrice fiorentina, p. 14.

2https://www.donlorenzomilani.it/lha-detto-don-lorenzo/