In ricordo di Giovanni Falcone

 

Il 23 maggio 1992, a Capaci, la mafia uccise il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Nel giorno in cui si ricorda la morte di queste persone e di tutte le altre che lottarono e lottano ancora contro la mafia, volevo rammentare che anche se negli ultimi anni le organizzazioni criminali non compiono più attentati di questo calibro, non vuol dire che siano state debellate.

Secondo Unimpresa: “Le organizzazioni mafiose gestiscono un giro d’affari da 170-180 miliardi  […] un quinto degli imprenditori, più di un milione di soggetti, è vittima di reati quali racket, truffe, furti, rapine, contraffazioni, abusivismo, appalti, scommesse, pirateria. La Mafia spa […] è una vera e propria holding company, è la più grande azienda italiana e la prima banca d’Italia”. Altro che crisi! La potenza di queste organizzazioni criminali è sempre più fiorente, soprattutto in uno Stato che oggi non fa molto per combatterle. Lo stesso Giovanni Falcone affermava l’importanza di seguire il denaro per indagare sulla mafia.

I soldi e la ricchezza, infatti, sono l’ossessione delle criminalità organizzate. La mafia, oggi, non spara ma è più radicata in tutto il nostro territorio. Si trova al sud, ma anche al nord, e questo perché lo Stato ha abbassato la guardia contro un male che si sta insinuando dappertutto.

È  Roberto Saviano a lanciare l’allarme di una possibile retromarcia da parte del paese nei confronti di un dolore che tuttora esiste. Afferma lo scrittore: “Oggi è difficile vedere la mafia perché è simile a tutto il resto […] oggi la mafia non è invisibile, è solo che non viene più cercata. E non viene più cercata anche perché ci siamo convinti di averla trovata. E quindi finiamo per fare come i giornalisti stranieri che, se non hanno ripreso una sparatoria, si convincono che in fondo la mafia non esiste davvero, che è solo un’invenzione letteraria […] quindi, a ben vedere, non è solo la mafia ad essersi camuffata, a essersi “capitalistizzata”, non è solo la mafia a essersi imborghesita: è il capitalismo che si è “mafiosizzato”; è la borghesia che si è “mafiosizzata”. Il comportamento che prima era espressione di un Dna criminale oggi è espressione dell’economia tutta. E allora dov’è la mafia?”.

Parole dure, che purtroppo trovano riscontro nella realtà di tutti i giorni. Persino la parola “capitalismo” è diventata nuovamente tabù, soprattutto per quella classe politica riformista la quale, anziché difendere i diritti dei lavoratori e dei più indigenti, legifera a favore della precarietà e della disoccupazione che non vuole fermarsi. Forse è proprio vero come ha detto Saviano. In Italia siamo diventati talmente tutti intrallazzoni ed intrallazzati da far diventare normale ciò che prima non lo era. Ci siamo lasciati andare al “vinca il più forte”, senza badare alle persone in difficoltà. Se poi ci si mette anche lo Stato, il quale non legifera e non lotta in prima istanza contro l’ingiustizia, allora siamo messi miseramente. Forse perché abbiamo avuto dei grandi maestri fra i nostri politici, ma dobbiamo sempre ricordarci chi li ha mandati in Parlamento: noi! Per questo è importantissimo votare i migliori, per ritornare ad avere così una classe politica degna di questo nome.