Il principio di comunità in Aristotele

 

I filosofi dell’Antica Grecia erano molto divergenti nelle loro discussioni. Ma su un punto molti erano d’accordo: l’uomo fa parte della natura a cui è assoggettato. La natura era vista come un grande macrocosmo, che rifletteva tutti gli altri enti naturali come dei piccoli figli o microcosmi.

Per Aristotele, la comunità di uomini esiste per natura, poiché come dice egli stesso: “il tutto dev’essere necessariamente anteriore della parte”, lo Stato, continua il filosofo: “esiste per render possibile una vita felice”.

Per Aristotele, poi, essendo lo Stato per natura, chiunque viva al di fuori di esso o è un abbietto o è un dio.

Di seguito trascriverò il passo contenuto nel libro “Aristotele, Politica, Edizioni Laterza, Roma-Bari 2011”.

“La comunità che risulta di più villaggi è lo stato, perfetto, che raggiunge ormai, per così dire, il limite dell’autosufficienza completa: formato bensì per rendere possibile la vita, in realtà esiste per render possibile una vita felice. Quindi ogni stato esiste per natura, se per natura esistono anche le prime comunità: infatti esso è il loro fine e la natura è il fine […]

lo stato è un prodotto naturale e che l’uomo è per natura un essere socievole: quindi chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abbietto o è superiore all’uomo […]

è chiaro quindi per quale ragione l’uomo è un essere socievole molto più di ogni ape e di ogni capo d’armento. Perché la natura, come diciamo, non fa niente senza scopo e l’uomo, solo tra gli animali, ha la parola: la voce indica quel che è doloroso e gioioso e pertanto l’hanno anche gli altri animali (e, in effetti, fin qui giunge la loro natura, di avere la sensazione di quanto è doloroso e gioioso, e di indicarselo a vicenda), ma la parola è fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo e, di conseguenza, il giusto e l’ingiusto: questo è, infatti, proprio dell’uomo rispetto agli altri animali, di avere, egli solo, la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori: il possesso comune di questi costituisce la famiglia e lo stato. E per natura lo stato è anteriore alla famiglia e a ciascuno di noi perché il tutto dev’essere necessariamente anteriore alla parte”

Aristotele, Politica, Edizioni Laterza, Roma-Bari 2011, pp.6-7.

Per Aristotele, lo Stato esiste per natura e deve perseguire il bene della comunità. Infatti, il bene è “ciò cui ogni cosa tende”, poiché una vola arrivati al bene noi non tendiamo più a nulla di superiore.

Per il filosofo questo bene è la felicità: a cui tutti tendono. Tutti sono d’accordo nel dire che la felicità sia il bene supremo, ma su cosa sia la felicità c’è molto disaccordo.

Per Aristotele la comunità viene prima dell’individuo e la politica dovrebbe ricercare il bene di un popolo e non di un individuo.

Di seguito trascriverò le parti risalenti l’opera “Aristotele, Etica Nicomachea, testo greco a fronte, Edizioni Bompiani, Milano 2013”, da cui ho tratto questi testi.

“Comunemente si ammette che ogni arte esercitata con metodo, e, parimenti, ogni azione compiuta in base ad una scelta, mirino ad un bene: perciò a ragione si è affermato che il bene è ‘ciò cui ogni cosa tende’”.

1094a, pg. 51.

“Orbene, se vi è un fine delle azioni da noi compiute che vogliamo per se stesso, mentre vogliamo tutti gli altri in funzione di quello, e se noi non scegliamo ogni cosa in vista di un’altra (così infatti si procederebbe all’infinito, cosicché la nostra tensione resterebbe priva di contenuto e di utilità), è evidente che questo fine deve essere il bene, anzi il bene supremo”.

1094a20, pg. 51.

“Si ammetterà che appartiene alla scienza più importante, cioè a quella che è architettonica in massimo grado. Tale è, manifestamente, la politica. Infatti, è questa che stabilisce quali scienze è necessario coltivare nelle città, e quali ciascuna classe di cittadini deve apprendere, e fino a che punto; e vediamo che anche le più apprezzate capacità, come, per esempio, la strategia, l’economia, la retorica, sono subordinate ad essa. E poiché è essa che si serve di tutte le altre scienze e che stabilisce, inoltre, per legge che cosa si deve fare, e da quali azioni ci si deve astenere, il suo fine abbraccerà i fini delle altre, cosicché sarà questo il bene per l’uomo. Infatti, se anche il bene è il medesimo per il singolo e per la città, è manifestamente qualcosa di più grande e di più perfetto perseguire e salvaguardare quello della città: infatti, ci si può, sì, contentare anche del bene di un solo individuo, ma è più bello e più divino il bene di un popolo, cioè di intere città. La nostra ricerca mira appunto a questo, dal momento che è una ricerca ‘politica’”.

1094a25, pg. 51-53.

“Poiché ogni conoscenza ed ogni scelta aspirano ad un bene, diciamo ora che cos’è, secondo noi, ciò cui tende la politica, cioè qual è il più alto di tutti i beni raggiungibili mediante l’azione. Orbene, quanto al nome la maggioranza degli uomini è pressoché d’accordo: sia la massa sia le persone distinte lo chiamano ‘felicità’, e ritengono che ‘viver bene’ e ‘riuscire’ esprimano la stessa cosa che ‘essere felici’. Ma su che cosa sia la felicità sono in disaccordo, e la massa non la definisce allo stesso modo dei sapienti”.

1095a15, p. 55.