Il carcere buono

Tempo fa, nella puntata di Presa Diretta, “Senza carceri”, si parlava del sistema carcerario norvegese, la cui filosofia è dignità e rispetto per ogni detenuto. Questo, oltre a confortarmi molto, conferma soprattutto la “teoria dell’uomo buono”: secondo cui l’uomo farebbe del male solamente se è messo nelle condizioni di “sopravvivere” e non di “vivere” una vita dignitosa.

In quella puntata di Presa Diretta si descrivono le “open prisons” norvegesi famose per la loro bassa percentuale di recidiva (ovvero il numero di detenuti che dopo aver scontato la pena commettono un altro crimine). In Norvegia, dopo questa politica di rieducazione, la recidiva è del 20%, mentre negli Stati Uniti, i quali si ergono a modello di civiltà e Democrazia, sale al 67.8%. Mentre in Italia è del 70%.

Un articolo del New York Time “The Radical Humaneness of Norway’s Halden Prison” descrive la prigione di Halden: “Non c’erano rotoli di filo spinato in vista, senza recinzioni elettriche letali, senza torri presidiate da cecchini – niente di violento, minaccioso o pericoloso. Nessun prigioniero ha mai cercato di scappare […] non solo non c’è la pena di morte in Norvegia, non ci sono condanne a vita; la pena massima per la maggior parte dei crimini è di 21 anni […] Nel 1998, il Ministro della Giustizia norvegese rivalutò i metodi e gli obiettivi da eseguire nelle carceri, ponendo l’accento sulla riabilitazione attraverso l’istruzione, la professionalità lavorativa e la terapia […] nel 2007 si fece particolare attenzione su come aiutare i detenuti a trovare alloggio e lavoro con un reddito costante, prima di essere rilasciati […] il servizio correzionale? Sottolinea quello che si definisce “sicurezza dinamica”, una filosofia che mette nei rapporti interpersonali tra il personale e i detenuti il fattore primario nel mantenimento della sicurezza all’interno della prigione […] Non ci sono telecamere di sorveglianza nelle classi o nella maggior parte dei laboratori o nei luoghi comuni o celle stesse. I detenuti hanno la possibilità di agire ma hanno scelto di non farlo. In 5 anni, la cella di isolamento arredata non è mai stata utilizzata” (questo è una breve trascrizione dell’articolo).

Quindi tutta questa fiducia concessa nella prigione di Halden è importante per costruire quella dignità personale che porterà i detenuti ad un reinserimento normale nella società.

Ma non c’è solamente l’esempio norvegese. In Finlandia esiste una prigione con la stessa filosofia norvegese. Si trova a Suomenlinna Island. Nell’articolo “In Finland’s ‘open prisons’, inmates have the keys” si capisce bene come il detenuto sia percepito in maniera diversa rispetto alle carceri degli altri paesi: “Non ci sono cancelli, serrature o divise, si tratta di una prigione a cielo aperto […] guadagnano circa 8 euro all’ora, hanno telefoni cellulari, fanno la spesa in città e ottengono tre giorni di vacanza ogni paio di mesi. Pagano l’affitto al carcere. Scelgono di studiare oppure lavorare […] il tasso di recidiva è del 20%”.

Questi sono bellissimi esempi che dovremmo prendere in considerazione non solamente per le altre carceri nel resto del mondo, ma soprattutto come filosofia di vita nelle nostre società ormai deturpate dall’individualismo. Per esempio ho visto molti luoghi di lavoro che sono peggio di quelle prigioni di cui ho parlato sopra. Ormai il “business” ha preso il posto della solidarietà e il “mercato” viene visto come un nuovo dio da idolatrare. Dove è andato a finire il senso di comunità che aggregava noi esseri umani, se mai lo siamo stati?