La saggezza degli Indiani d’America

“Tutte le cose sono legate. Ciò che accade alla terra, accade ai figli della terra”.
Capo Seattle, Suwamish e Duwamish,

 

Un commento di Marco, un internauta che ha risposto ad un mio precedente post, mi ha suggerito un tema a me molto caro: il pensiero degli Indiani d’America.
Questo popolo, diviso in varie tribù, visse in pace sul continente nordamericano, finché arrivò l’uomo bianco Occidentale, il quale espropriò loro dalle terre sulle quali da sempre avevano abitato.
La saggezza che ci hanno lasciato sono le “parole”, la cui eloquenza vale più di molte mie spiegazioni, perciò trascriverò le parti che mi hanno fatto amare questo meraviglioso popolo.

Il discorso che riporto di seguito, fu pronunciato nel 1805, da Capo Giacca Rossa, della tribù Seneca, in occasione di un’assemblea dei capi della federazione irochese. Il consiglio era stato riunito per ascoltare un giovane missionario chiamato Cram, mandato dall’Evangelical Missionary Society del Massachusetts.
Essendo un testo molto, trascriverò solamente le parti che ritengo essenziali per capire la sapienza della filosofia Indiana. In questo caso della tribù Seneca.

“Fratello, dici di volere una risposta al tuo discorso prima di andartene da questo luogo. […] Ma prima vorremmo guardare un po’ indietro e raccontarti quello che ci hanno detto i nostri padri, e quello che abbiamo sentito dagli uomini bianchi. […] Ci fu un tempo in cui i nostri antenati possedevano questa grande isola. [I Seneca, come molte altre tribù, alludono al continente americano come a una «grande isola».] I loro insediamenti si estendevano da dove sorge il sole a dove tramonta il sole. Il Grande Spirito ha creato questa terra perché fosse usata dagli indiani. […] Ma un giorno terribile si abbatté su di noi. I tuoi antenati attraversarono le grandi acque e approdarono su quest’isola.
Erano in pochi. Trovarono amici, non nemici. Ci raccontarono di essere fuggiti dal loro paese per timore di uomini malvagi, e di essere giunti qui per poter praticare la loro religione.
Ci chiesero un poco di terra, mossi da pietà gliela accordammo, ed essi si stabilirono tra noi. […] Il popolo bianco, fratello, aveva ormai trovato il nostro paese. La notizia si diffuse e molti altri giunsero tra noi. Eppure non li temevamo. Li credevamo amici. […]
Col tempo diventarono molto numerosi. Volevano altra terra. Volevano il nostro paese. […] Scoppiarono delle guerre. Degli indiani furono assoldati per combattere altri indiani, e molti dei nostri popoli furono distrutti. […]
Fratello, le nostre terre erano un tempo vaste, e le vostre erano minuscole. Ora siete diventati un grande popolo, mentre a noi resta a malapena lo spazio necessario per distendere le coperte. Ci avete preso il nostro paese ma non siete ancora soddisfatti. Volete imporci la vostra religione. […] Ci viene detto che la vostra religione era stata data ai vostri antenati e che è stata tramandata di padre in figlio. Anche noi abbiamo una religione che è stata data ai nostri antenati e che è stata trasmessa anche a noi, i loro figli.
La nostra religione è fatta così. Ci insegna a essere riconoscenti per i favori che riceviamo, ad amarci l’un l’altro e a essere uniti. Non abbiamo mai dissidi sulla religione. […]
Poiché ci ha resi tanto diversi in altre cose, perché non possiamo concludere che ci abbia dato una religione diversa, adatta alla nostra comprensione? […]
Fratello, non desideriamo distruggere la vostra religione o portarvela via. Vogliamo solo praticare la nostra. […]
Ora ti dirò che sono venuto ai vostri incontri e che vi ho visto raccogliere soldi all’incontro.
Non ti so dire a cosa fosse destinato quel denaro, ma immagino che fosse per il tuo ministero; se dovessimo accettare il tuo modo di pensare, forse chiederesti denaro anche a noi.
Fratello ci è stato detto che hai predicato ai bianchi in questo luogo. Queste persone sono i nostri vicini. Li conosciamo. Aspetteremo un poco e vedremo che effetto hanno le tue prediche su di loro. Se constatiamo che fanno loro del bene e che li rendono onesti e meno disposti a imbrogliare gli indiani, considereremo di nuovo quello che ci hai detto”.
“Al termine del discorso, Giacca Rossa si alzò e si avvicinò al missionario con la mano tesa. Il missionario rifiutò di stringergliela”.

Il testo integrale lo trovate nel libro curato da Kent Nerburn. La saggezza degli Indiani d’America, Edizioni l’Età dell’Acquario.

Aspettando la pioggia

“L’aria è preziosa per l’uomo rosso poiché tutte le cose partecipano dello stesso respiro”

Capo dei Pellirossa Capriolo Zoppo

Una volta, i nostri antenati attendevano la pioggia affinché i loro raccolti fossero rigogliosi e scacciassero lontano la carestia. Oggi, noi aspettiamo la pioggia per non soccombere allo smog.
In questi giorni è tornato di moda l’inquinamento da smog. Leggendo i giornali, sembra che il problema principale sia la pioggia che tarda a venire. Come se fino a ieri avessimo respirato aria delle Dolomiti, ed oggi invece, un elemento estraneo fosse venuto dallo spazio introducendosi nel pianeta furtivamente e perdendo fuliggine da tutte le parti. Per fortuna, la solerzia dei nostri sindaci emette una risposta: Milano, blocco del traffico. Eh! Va bene che come dicono a Milano “Piutost che nigot, l’è mej piutost” (trad. “piuttosto che niente è meglio piuttosto”), ma a me questo sembra più un “raschiare il fondo del barile”.
Scherzi a parte, ma voi credete veramente che alcuni giorni di stop del traffico (ex targhe alterne), possano essere la panacea di tutti i nostri mali?

In Italia è da anni che siamo in emergenza smog. Basta consultare i dati nel sito Viias.it, per vedere come in molte zone della nostra penisola, tra cui la Pianura Padana, la quale ha un alto livello industriale, è almeno dal 2005 che è messa in questa situazione. Sicuramente ci sono dei miglioramenti rispetto a una volta, ma secondo il progetto Viias, questo progresso è molto lento. Non è quindi colpa della pioggia che tarda a venire. Credo.

Nel sito dell’ISDE, associazione dei medici italiani, aprendo l’opuscolo: “Prevenzione dei rischi ambientali: un nuovo concetto di salute”, si affronta l’argomento. Si legge: “Il particolato è una miscela di particelle solide e liquide in sospensione nell’aria che raggiunge la massima concentrazione in inverno. Il particolato comprende particelle di varia dimensione in cui possono confluire polvere, terra, materiali provenienti da strade, polline, muffe, spore, batteri, virus, e migliaia di sostanze chimiche e determina malattie respiratorie, cardiocircolatorie e neurodegenerative. Le maggiori fonti di particolato sono il traffico veicolare, le attività industriali e gli impianti di riscaldamento. La frazione di particolato di gran lunga più dannosa per la nostra salute è il particolato ultrafine, un vero concentrato di veleni, prodotto di reazioni termochimiche in fonderie, cementifici, acciaierie, inceneritori di rifiuti, motori diesel e altri processi di combustione”.

Sebbene questi dati diano solamente un quadro generale della situazione, nel sito www.nopops.it, del medico ematologo Vincenzo Cordiano, sono presenti molti articoli inerenti l’argomento e fra questi c’è uno studio di alcuni ricercatori messicani i quali rivelano una correlazione fra inquinamento atmosferico e danni celebrali. Vincenzo Cordiano scrive: “La neurotossicità dei metalli presenti nell’aria atmosferica inspirata dalle popolazioni più giovani residenti in aree urbane ad elevato tasso d’inquinamento atmosferico e i danni celebrali rappresenta un considerevole rischio, in particolare per i lobi frontali di cervelli in via di sviluppo, generando un notevole tasso di preoccupazione per i possibili gravi effetti deleteri sullo sviluppo celebrale e delle funzioni cognitive di bambini e adolescenti”.

Come al solito, la più grande arma che abbiamo è la conoscenza. Queste informazioni non devono essere diffuse solamente agli addetti ai lavori. Tutti noi dobbiamo essere sensibilizzati su argomenti così importanti.