La felicità per Aristotele

 

 

Lo scorso marzo, è stato pubblicato il World Happiness Report 2017. Questo studio, sostenuto dalle Nazioni Unite, vuole rappresentare la “felicità” per 155 paesi.

La Norvegia è la Nazione che ha vinto, dopo essere risalita dal 4° posto del 2016. Seguono la classifica la Danimarca al 2°, l’Islanda al 3°, la Svizzera al 4° e la Finlandia al 5°.

Gli Stati Uniti sono passati dal 3° posto, nel 2007, al 14° posto in classifica, mentre l’Italia si è aggiudicata il 48° posto su 155 paesi.

I criteri stabiliti per questo report erano: prendersi cura del prossimo, la libertà, la generosità, l’onestà, la salute, il reddito e una buona amministrazione. Un concentrato di parametri, che non sono il solito Pil (prodotto interno lordo) con cui viene normalmente classificato il benessere dei paesi, ma qualcosa di più. Per quanto possano essere esaustivi questi dati, essi puntano a disegnare un cittadino più virtuoso e responsabile nella propria società.

Per questo i paesi del Nord d’Europa sono in alto nella classifica, poiché le loro società sono basate sul rispetto dell’ambiente e degli altri. Queste comunità puntano a creare un cittadino inserito nella collettività, anziché un individuo che sovrasta gli Altri, come accade purtroppo in altri paesi.

In un altro mio post, Il fallimento del liberismo, descrivo come alcuni paesi vivono meglio la socialità per effetto di un welfare molto presente. Perché è stando vicino ai propri cittadini che si può creare una comunità felice.

Fu lo stesso Aristotele, che nell’Etica Nicomachea, scrisse: «Quindi diciamo perfetto in senso assoluto ciò che è scelto sempre per sé e mai per altro. Di tale natura è, come comunemente si ammette, la felicità, perché la scegliamo sempre per se stessa e mai in vista di altro»1.

Ma non è l’unica indicazione del filosofo, infatti prosegue affermando che: «Ma è certo assurdo fare dell’uomo felice un solitario: nessuno, infatti, sceglierebbe di possedere tutti i beni a costo di goderne da solo: l’uomo, infatti, è un essere sociale e portato per natura a vivere insieme con gli altri»2.

Perciò per Aristotele la felicità è il Bene Supremo da seguire per se stessa, e mai in vista di altro. Esso, poi, intuisce come la comunità sia la dimensione adeguata in cui si può manifestare la felicità, poiché essa nasce dalla relazione con gli altri. Infatti, l’essere umano deve vivere in comunione con le persone.

Volevo concludere questo post con un’altra citazione di Aristotele, nella quale egli parla della virtù che dovrebbero avere gli individui all’interno di una comunità. Afferma il filosofo che: «Il peggiore degli uomini è colui che esercita la propria malvagità sia verso se stesso sia verso gli amici, mentre il migliore non è quello che esercita la virtù verso se stesso, ma quello che la esercita nei riguardi degli altri»3.

Per questo, anche noi dobbiamo ripartire dalle comunità, poiché solamente da una reciprocità d’amore possiamo abbattere questo individualismo che sta dilagando un po’ dappertutto.

L’unica soluzione che possa veramente far bene a tutti noi è l’aver cura del prossimo.

1Aristotele, Etica Nicomachea,Testo greco a fronte, a cura di Claudio Mazzarelli, Bompiani/RCS Libri S.p.A., Milano 2013, 1097a30, p. 63.

2Aristotele, Etica Nicomachea, cit., 1169b15, pp. 359-361.

3Aristotele, Etica Nicomachea, cit., 1130a5 , p. 191.

 

Il denaro per Karl Marx

 

Nel libro di Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, il filosofo dedica un capitolo al “Denaro”.

Il denaro, per Marx, è l’oggetto più importante, poiché ha la caratteristica di impossessarsi di tutto. Infatti afferma il filosofo: «Il denaro, possedendo la caratteristica di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l’oggetto in senso eminente»1.

Ma se il denaro diventa l’oggetto eminente, diventa pure il legame di ogni relazione e ciò che ci unisce come società. Per questo Marx afferma che: «E se il denaro è il vincolo che mi unisce alla vita umana, che unisce a me la società, che mi collega con la natura e gli uomini, non è il denaro forse il vincolo di tutti i vincoli? Non può esso sciogliere e stringere ogni vincolo? E quindi non è forse anche il dissolvitore universale?»2.

Perché, quindi, diventerebbe un dissolvitore universale? Perché il denaro, per Marx, non entra solamente nel circuito economico di una comunità, ma penetra anche nel tessuto sociale. È una forza creatrice che irrompe nella realtà. Afferma il filosofo: «In quanto è tale mediazione, il denaro è la forza veramente creatrice»3.

Il denaro, quindi, per Marx non è neutrale, in quanto crea bisogni che prima di allora non c’erano. Unisce quelle contrapposizioni che altrimenti non avrebbero potuto incontrarsi nella realtà. Prosegue il filosofo: «Il denaro muta la fedeltà in infedeltà, l’amore in odio, l’odio in amore, la virtù in vizio, il vizio in virtù, il servo in padrone, il padrone in servo, la stupidità in intelligenza, l’intelligenza in stupidità. Poiché il denaro […] è la universale confusione e inversione […] di tutte le qualità naturali ed umane. Chi può comprare il coraggio, è coraggioso anche se è un vile. Siccome il denaro si scambia non con una determinata qualità, né con una cosa determinata, né con alcuna delle forze essenziali dell’uomo, ma con l’intero mondo oggettivo, umano e naturale, esso quindi, considerato dal punto di vista del suo possessore, scambia le caratteristiche e gli oggetti gli uni con gli altri, anche se si contraddicono a vicenda. È la fusione delle cose impossibili; esso costringe gli oggetti contraddittori a baciarsi»4.

Perciò il filosofo vede nel denaro, quello squilibrio, che avverrà col tempo, fra azioni che non sarebbero mai nate, ma il denaro, con il sue effetto tracotante, ha dissolto. Distorcendo la realtà naturale delle cose, unendo le contraddizioni.

Per Marx, questo forse è l’inizio di ogni infelicità umana, visto che ad ogni relazione umana, come l’amore ad esempio, ci deve essere una corrispondenza da parte dell’Altro, affinché tu possa goderne in piena gioia. O come afferma Marx: «Se presupponi l’uomo come uomo e il suo rapporto col mondo come un rapporto umano, potrai scambiare amore soltanto con amore, fiducia solo con fiducia, ecc. […] se tu ami senza suscitare una amorosa corrispondenza, cioè se il tuo amore come amore non produce una corrispondenza d’amore, se nella tua manifestazione vitale di uomo amante non fai di te stesso un uomo amato, il tuo amore è impotente è un’infelicità»5.

1Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, a cura di Norberto Bobbio, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 2004, pp. 144-145.

2Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., p. 147.

3Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., p. 148.

4Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., p. 149.

5Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, cit., p. 149.

La scuola di Barbiana

 

Il 26 giugno del 1967 morì Don Lorenzo Milani, un prete ed un educatore molto diverso dagli altri, poiché creò una scuola unica nel suo genere. Prese con sé gli ultimi, quei ragazzini bocciati o scartati dalle scuole vere, li salvò da un destino lavorativo e con loro iniziò l’avventura di Barbiana.

La scuola che fondò, la quale era situata nella canonica, iniziava dalle 8 del mattino, fino alle 7 della sera, per la durata di 365 giorni l’anno. Una commistione fra studio teorico e pratico. Si leggeva pure il giornale perché era molto importante conoscere la situazione politica. Ogni ospite che arrivava a Barbiana, diventava il motivo d’insegnamento di quel giorno. I ragazzi più grandi, poi, insegnavano a quelli più piccoli.

La scuola di Don Milani non aveva voti, perché non metteva i ragazzi in condizione di concorrenza. Ogni ragazzo aveva il diritto di studiare. Il priore diceva: “Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”.1.

Era una totale immersione nella vita, la quale era la prima fonte d’insegnamento. Infatti, su una parete della scuola c’era la scritta “I care” (me ne importa), per ricordarsi che tutto era importante e degno di essere conosciuto. Senza fregarsene di ciò che accadeva intorno a loro.

Voleva che i ragazzi crescessero con l’idea che tutto era interessante per loro. Crescendo così consapevoli, il più possibile delle proprie azioni, poiché per Don Milani i giovani erano tutti sovrani: “Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”2. I ragazzi studiavano col priore e si preparavano per gli esami.

Nel luglio del 1966, dopo che due ragazzi furono bocciati in maniera umiliante, nacque la necessità di scrivere una lettera che poi andò alle stampe con il titolo “Lettera a una professoressa”. Una lettera scritta dai ragazzi e dal priore il cui intento fu quello di criticare il sistema scolastico italiano.

Di seguito trascriverò alcuni dei passi presenti nel libro: “Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina”.

“La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente programma. Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione. Una perfezione che è assurda perché il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce. Le cose restano le stesse, ma cambia lui”, p. 17.

“Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo”, pp. 18-19.

“Dietro a quei fogli di carta c’è solo l’interesse individuale. Il diploma è quattrini […] per studiare volentieri nelle vostre scuole bisognerebbe essere già arrivisti a 12 anni. A 12 anni gli arrivisti son pochi. Tant’è vero che la maggioranza dei vostri ragazzi odia la scuola”, p. 24.

“La più accanita protestava che non aveva mai cercato e mai avuto notizie sulle famiglie dei ragazzi: «Se un compito è da quattro io gli do quattro». E non capiva, poveretta, che era proprio di questo che era accusata. Perché non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti eguali fra disuguali”, p. 55.

Allora è più onesto dire che tutti i ragazzi nascono eguali e se in seguito non lo sono più, è colpa nostra e dobbiamo rimediare”, p. 61.

Perché il sogno dell’eguaglianza non resti un sogno vi proponiamo tre riforme. I – Non bocciare. II – A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno. III – Agli svogliati basta dargli uno scopo”, p. 80.

Chi ama le creature che stanno bene resta apolitico. Non vuol cambiare nulla […] conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è tutt’uno. Non si può amare creature segnate da leggi ingiuste e non volere leggi migliori”, pp. 92-93.

Perché è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli […] tentiamo invece di educare i ragazzi a più ambizione. Diventare sovrani! Altro che medico o ingegnere”, p. 96.

Guai a chi vi tocca l’Individuo. Il Libero Sviluppo della Personalità è il vostro credo supremo. Della società e dei suoi bisogni non ve ne importa nulla […] gli animali non vanno a scuola. Nel Libero Sviluppo della loro Personalità le rondini fanno il nido eguale da millenni”, p. 112.

La Scuola di Servizio Sociale potrebbe levarsi il gusto di mirare alto. Senza voti, senza registro, senza gioco, senza vacanze, senza debolezze verso il matrimonio o la carriera. Tutti i ragazzi indirizzati alla dedizione totale”, p. 113.

Anche sugli uomini ne sapete meno di noi. L’ascensore è una macchina per ignorare i coinquilini. L’automobile per ignorare la gente che va in tram. Il telefono per non vedere in faccia e non entrare in casa”, p. 116.

1Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria editrice fiorentina, p. 14.

2https://www.donlorenzomilani.it/lha-detto-don-lorenzo/

In ricordo di Giovanni Falcone

 

Il 23 maggio 1992, a Capaci, la mafia uccise il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Nel giorno in cui si ricorda la morte di queste persone e di tutte le altre che lottarono e lottano ancora contro la mafia, volevo rammentare che anche se negli ultimi anni le organizzazioni criminali non compiono più attentati di questo calibro, non vuol dire che siano state debellate.

Secondo Unimpresa: “Le organizzazioni mafiose gestiscono un giro d’affari da 170-180 miliardi  […] un quinto degli imprenditori, più di un milione di soggetti, è vittima di reati quali racket, truffe, furti, rapine, contraffazioni, abusivismo, appalti, scommesse, pirateria. La Mafia spa […] è una vera e propria holding company, è la più grande azienda italiana e la prima banca d’Italia”. Altro che crisi! La potenza di queste organizzazioni criminali è sempre più fiorente, soprattutto in uno Stato che oggi non fa molto per combatterle. Lo stesso Giovanni Falcone affermava l’importanza di seguire il denaro per indagare sulla mafia.

I soldi e la ricchezza, infatti, sono l’ossessione delle criminalità organizzate. La mafia, oggi, non spara ma è più radicata in tutto il nostro territorio. Si trova al sud, ma anche al nord, e questo perché lo Stato ha abbassato la guardia contro un male che si sta insinuando dappertutto.

È  Roberto Saviano a lanciare l’allarme di una possibile retromarcia da parte del paese nei confronti di un dolore che tuttora esiste. Afferma lo scrittore: “Oggi è difficile vedere la mafia perché è simile a tutto il resto […] oggi la mafia non è invisibile, è solo che non viene più cercata. E non viene più cercata anche perché ci siamo convinti di averla trovata. E quindi finiamo per fare come i giornalisti stranieri che, se non hanno ripreso una sparatoria, si convincono che in fondo la mafia non esiste davvero, che è solo un’invenzione letteraria […] quindi, a ben vedere, non è solo la mafia ad essersi camuffata, a essersi “capitalistizzata”, non è solo la mafia a essersi imborghesita: è il capitalismo che si è “mafiosizzato”; è la borghesia che si è “mafiosizzata”. Il comportamento che prima era espressione di un Dna criminale oggi è espressione dell’economia tutta. E allora dov’è la mafia?”.

Parole dure, che purtroppo trovano riscontro nella realtà di tutti i giorni. Persino la parola “capitalismo” è diventata nuovamente tabù, soprattutto per quella classe politica riformista la quale, anziché difendere i diritti dei lavoratori e dei più indigenti, legifera a favore della precarietà e della disoccupazione che non vuole fermarsi. Forse è proprio vero come ha detto Saviano. In Italia siamo diventati talmente tutti intrallazzoni ed intrallazzati da far diventare normale ciò che prima non lo era. Ci siamo lasciati andare al “vinca il più forte”, senza badare alle persone in difficoltà. Se poi ci si mette anche lo Stato, il quale non legifera e non lotta in prima istanza contro l’ingiustizia, allora siamo messi miseramente. Forse perché abbiamo avuto dei grandi maestri fra i nostri politici, ma dobbiamo sempre ricordarci chi li ha mandati in Parlamento: noi! Per questo è importantissimo votare i migliori, per ritornare ad avere così una classe politica degna di questo nome.

 

La libertà del nulla

 

Negli ultimi decenni, abbiamo assistito ad un processo continuo di deterioramento di ogni ideale politico, in nome di una libertà che dovrebbe emancipare l’individuo, liberarlo dalle catene che lo avevano privato della propria autonomia. Ma col tempo, l’individuo lo abbiamo liberato, ma ciò che abbiamo perso è  la comunità!

Ma come può un individuo vivere senza la comunità?

Come può esserci libertà totale per un individuo in una comunità costituita da altri individui che vorranno la stessa libertà?

Costanzo Preve disse in un intervista che questa liberazione individualista era dovuta al fatto che per anni i cosiddetti “intellettuali” hanno sparato su ogni ideologia, senza però porci una soluzione che potesse sostituirla, ed essere all’altezza di un “intellettuale”. Perciò si è creato un mondo senza ideali e allo stesso tempo senza la speranza che si potesse creare un futuro possibile. Questo ha mantenuto in vita quel nichilismo che loro stessi cercarono di combattere.

La società è diventata quindi un fatto secondario rispetto all’individuo, ed ha creato nei cittadini una speranza vana frutto di un fraintendimento: pensare di avere una libertà illimitata. L’individuo si crede in potenza di fare qualsiasi cosa purché non sia legalmente scritta. Gli usi, le consuetudini, la morale non hanno più nessun valore. Così facendo abbiamo sguinzagliato quella violenza che ci appartiene, nella misura in cui ci hanno spogliato di quella capacità che noi abbiamo di pensare.

Lo psichiatra Vittorino Andreoli, nel post sulla Repubblica.it, Lo psichiatra Andreoli: “un libro per riscoprire la gioia di pensare”, dice bene quando afferma che: “Senza il pensare l’uomo diventa “preda” di un empirismo radicale e dunque opera solo sulla base degli stimoli, in una sorta di automatismo stimolo-risposta. Prima si fa e solo dopo semmai ci si accorge che cosa si è combinato. È questa la condizione della nostra società che va verso la dimensione dell’”Uomo pulsionale”.

L’uomo deve tornare a meditare come, ad esempio, lo era nella civiltà greca, poiché solamente in tale situazione possono nascere grandi pensieri, e non essere preda delle proprie pulsioni. Infatti, nella Polis greca, l’individuo non era preso in considerazione, ma prima di tutto veniva lo Stato, come ci insegna bene Aristotele, nella Politica: “lo stato è un prodotto naturale e che l’uomo è per natura un essere socievole: quindi chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abbietto o è superiore all’uomo”.

Quindi, non possiamo pensare di essere superiori ad altri individui, credendo di poter prevaricare sugli altri. Dobbiamo ritornare al senso della collettività. Dobbiamo dare una direzione a questa nostra comunità attraverso degli ideali, come disse Preve, poiché non possiamo assolutamente arrancare giorno per giorno come stiamo facendo in questi ultimi anni, senza alcun progetto per il futuro.

Il principio di comunità in Aristotele

 

I filosofi dell’Antica Grecia erano molto divergenti nelle loro discussioni. Ma su un punto molti erano d’accordo: l’uomo fa parte della natura a cui è assoggettato. La natura era vista come un grande macrocosmo, che rifletteva tutti gli altri enti naturali come dei piccoli figli o microcosmi.

Per Aristotele, la comunità di uomini esiste per natura, poiché come dice egli stesso: “il tutto dev’essere necessariamente anteriore della parte”, lo Stato, continua il filosofo: “esiste per render possibile una vita felice”.

Per Aristotele, poi, essendo lo Stato per natura, chiunque viva al di fuori di esso o è un abbietto o è un dio.

Di seguito trascriverò il passo contenuto nel libro “Aristotele, Politica, Edizioni Laterza, Roma-Bari 2011”.

“La comunità che risulta di più villaggi è lo stato, perfetto, che raggiunge ormai, per così dire, il limite dell’autosufficienza completa: formato bensì per rendere possibile la vita, in realtà esiste per render possibile una vita felice. Quindi ogni stato esiste per natura, se per natura esistono anche le prime comunità: infatti esso è il loro fine e la natura è il fine […]

lo stato è un prodotto naturale e che l’uomo è per natura un essere socievole: quindi chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abbietto o è superiore all’uomo […]

è chiaro quindi per quale ragione l’uomo è un essere socievole molto più di ogni ape e di ogni capo d’armento. Perché la natura, come diciamo, non fa niente senza scopo e l’uomo, solo tra gli animali, ha la parola: la voce indica quel che è doloroso e gioioso e pertanto l’hanno anche gli altri animali (e, in effetti, fin qui giunge la loro natura, di avere la sensazione di quanto è doloroso e gioioso, e di indicarselo a vicenda), ma la parola è fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo e, di conseguenza, il giusto e l’ingiusto: questo è, infatti, proprio dell’uomo rispetto agli altri animali, di avere, egli solo, la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori: il possesso comune di questi costituisce la famiglia e lo stato. E per natura lo stato è anteriore alla famiglia e a ciascuno di noi perché il tutto dev’essere necessariamente anteriore alla parte”

Aristotele, Politica, Edizioni Laterza, Roma-Bari 2011, pp.6-7.

Per Aristotele, lo Stato esiste per natura e deve perseguire il bene della comunità. Infatti, il bene è “ciò cui ogni cosa tende”, poiché una vola arrivati al bene noi non tendiamo più a nulla di superiore.

Per il filosofo questo bene è la felicità: a cui tutti tendono. Tutti sono d’accordo nel dire che la felicità sia il bene supremo, ma su cosa sia la felicità c’è molto disaccordo.

Per Aristotele la comunità viene prima dell’individuo e la politica dovrebbe ricercare il bene di un popolo e non di un individuo.

Di seguito trascriverò le parti risalenti l’opera “Aristotele, Etica Nicomachea, testo greco a fronte, Edizioni Bompiani, Milano 2013”, da cui ho tratto questi testi.

“Comunemente si ammette che ogni arte esercitata con metodo, e, parimenti, ogni azione compiuta in base ad una scelta, mirino ad un bene: perciò a ragione si è affermato che il bene è ‘ciò cui ogni cosa tende’”.

1094a, pg. 51.

“Orbene, se vi è un fine delle azioni da noi compiute che vogliamo per se stesso, mentre vogliamo tutti gli altri in funzione di quello, e se noi non scegliamo ogni cosa in vista di un’altra (così infatti si procederebbe all’infinito, cosicché la nostra tensione resterebbe priva di contenuto e di utilità), è evidente che questo fine deve essere il bene, anzi il bene supremo”.

1094a20, pg. 51.

“Si ammetterà che appartiene alla scienza più importante, cioè a quella che è architettonica in massimo grado. Tale è, manifestamente, la politica. Infatti, è questa che stabilisce quali scienze è necessario coltivare nelle città, e quali ciascuna classe di cittadini deve apprendere, e fino a che punto; e vediamo che anche le più apprezzate capacità, come, per esempio, la strategia, l’economia, la retorica, sono subordinate ad essa. E poiché è essa che si serve di tutte le altre scienze e che stabilisce, inoltre, per legge che cosa si deve fare, e da quali azioni ci si deve astenere, il suo fine abbraccerà i fini delle altre, cosicché sarà questo il bene per l’uomo. Infatti, se anche il bene è il medesimo per il singolo e per la città, è manifestamente qualcosa di più grande e di più perfetto perseguire e salvaguardare quello della città: infatti, ci si può, sì, contentare anche del bene di un solo individuo, ma è più bello e più divino il bene di un popolo, cioè di intere città. La nostra ricerca mira appunto a questo, dal momento che è una ricerca ‘politica’”.

1094a25, pg. 51-53.

“Poiché ogni conoscenza ed ogni scelta aspirano ad un bene, diciamo ora che cos’è, secondo noi, ciò cui tende la politica, cioè qual è il più alto di tutti i beni raggiungibili mediante l’azione. Orbene, quanto al nome la maggioranza degli uomini è pressoché d’accordo: sia la massa sia le persone distinte lo chiamano ‘felicità’, e ritengono che ‘viver bene’ e ‘riuscire’ esprimano la stessa cosa che ‘essere felici’. Ma su che cosa sia la felicità sono in disaccordo, e la massa non la definisce allo stesso modo dei sapienti”.

1095a15, p. 55.

Il mito della ricchezza facile

 

In una puntata del 16-02-2017, nel programma Piazza Pulita, veniva intervistato Alfio Bardolla, un financial coach.

E’ molto interessante guardare l’intervista di Alfio Bardolla, poiché egli è l’effetto di questa nostra società che pensa solamente ai soldi ed al benessere individuale. Bardolla insegna alle persone come fare i soldi facilmente. Infatti, a parer suo, lui stesso è diventato talmente ricco che potrebbe smettere di lavorare. E perché non lo fa? Perché, visto che è così facoltoso, si fa pagare da 200 a 3000 euro a corso?

Affermare che possiamo fare i soldi facili, quando sa benissimo che la ricchezza di un individuo porta alla povertà di un’altra persona, per me è moralmente inaccettabile. Ma qualora volessi immedesimarmi in questa sua pessima ipotesi, per prima cosa condividerei con gli altri la mia scoperta di come è facile fare i soldi, ma gratis (poiché lui ne ha già guadagnati un sacco e non ne ha bisogno) e successivamente mi ritirerei al sole dei Caraibi per tutta la vita!

Bardolla, poi, prende ad esempio gli Stati Uniti come paese libero in cui i libri di financial coach sono molto venduti. Bellissimo esempio quello degli Stati Uniti, visto come sono messi (vedi “le bugie del capitalismo”). Quest’uomo sfrutta solamente le sventure di altre persone a proprio favore. Se questo è il futuro economico, ditemi voi.

Se la crisi economica non ci ha insegnato niente, siamo perduti. Noi non possiamo vedere l’economia come un mercato individualista, poiché il “mercato” è costituito dall’insieme di tutte le persone. Se prendi dei soldi o risorse è perché li stai togliendo ad altri individui.

Infatti non dobbiamo mai perdere di vista come funziona l’economia:

il denaro è un mezzo per acquistare merci, ed è nato per gestire l’economia della comunità visto che il baratto, in alcuni casi, diveniva troppo difficoltoso. Ma non deve diventare un fine a cui aspirare per essere felici. Come diceva Aristotele: “La felicità, è manifestamente, qualcosa di perfetto e autosufficiente, in quanto è il fine delle azioni da noi compiute” (Etica Nicomachea). Quindi è la felicità il nostro fine non il denaro;

le risorse sono limitate. Mettiamo che siamo in 2 persone e le risorse totali sono 100. Se all’inizio una persona ha 50 e l’altra 50 e, successivamente, una delle due riesce a guadagnare 30 raggiungendo 80 in totale, l’altra avrà una decurtazione dei 30 e arriverà a 20.

Se il sistema liberale-capitalistico avesse portato ricchezza a tutti noi, l’avrebbe già fatto da moltissimi anni. Ma siccome non è così, dobbiamo conoscere cosa ci sta dietro a tutto questo fallimento e i dati Oxfam ci fanno capire tutto ciò.

Possibile che nel 2017, anziché creare dei valori comunitari condivisi da tutti, ci siano ancora personaggi che instillano nelle persone questi valori individualistici, che possono portare solamente ad una disgregazione della comunità.

La ricchezza di una persona è la povertà dell’altra. Questo dobbiamo comprendere e costruire una società su basi solidali.

Il fallimento del liberismo

Un giorno, discutendo con un giovane liberista sulle conseguenze che poteva avere questo sistema economico per lo Stato, mi elencò i paesi in cui vige tutt’ora tale economia: la Svizzera, la Svezia e le Province autonome di Trento e Bolzano.

Dopo la nostra accesa discussione ho voluto constatare se veramente questi paesi attuano un regime liberista. Sono andato alla ricerca del tasso di disoccupazione dei vari Stati, inserendo anche la percentuale di quelli che hanno un alto livello per confrontarli.

Secondo l‘International Labour Organization, il tasso di disoccupazione, quello reale al 2015, dei vari paesi è effettivamente molto basso, se si raffrontano l’11,9% dell’Italia, il 22,1% della Spagna e il 24,9% della Grecia :

-Provincia autonoma di Trento 6.8% di disoccupazione (fonte: http://www.urbistat.it);

-Provincia autonoma di Bolzano: 3.8% di disoccupazione (fonte: http://www.urbistat.it);

-Svizzera: 4.5% di disoccupazione;

-Svezia: 7.4% di disoccupazione.

Per sistema economico liberista, secondo la teoria di Adam Smith, intendo un sistema che predilige la libertà di iniziativa privata, il libero scambio e l’esclusione dello Stato nell’intervento privato.

Ricercando in internet, però, i paesi con il tasso di disoccupazione più basso investono molto nel welfare, tanto odiato dai liberisti. Questo vuol dire che il loro “benessere economico” è dovuto anche ad investimenti nelle politiche sociale, senza abbandonare i propri cittadini. Mentre i paesi che fanno poco investimento nel welfare sono quelli che si ritrovano un alto tasso di disoccupazione come dimostra bene  il report della Commissione europea “Social investment in Europa”, uno studio del 2015, da cui estraggo delle note:

-La Finlandia: “gli investimenti iniziano già dalla nascita del bambino. Con pacchetti di assistenza alla maternità, pasti gratuiti dalle scuole materne al college ed istruzione gratuita dal scuola primaria all’Università”;

-La Svezia: “La Svezia ha una lunga tradizione di un approccio globale per gli investimenti sociali”;

-In Spagna: “La progettazione e l’implementazione di politiche sociali sono ancora deboli”;

-L’Italia: “Un approccio verso investimenti nel sociale sono stati ritrovati in leggi sulla disoccupazione, ma ci sono ancora gravi carenze […] un reddito minimo deve ancora essere introdotto in tutto il territorio nazionale. Come risultato, una chiara strategia di investimento è carente e l’Italia non incorpora la tutela dei diritti delle persone in povertà e di esclusione sociale nei suoi programmi politici”;

-In Spagna: “Si è registrato un impatto negativo su programmi di welfare”;

-In Italia: “C’è stata una riduzione delle risorse finanziarie per i servizi pubblici […] questa riduzione è suscettibile e può mettere a rischio la capacità di erogazione dei servizi delle autorità locali, come dimostrato dalla diminuzione del 23,5% nei loro confronti occorsi tra il 2008 e il 2012”;

-In Grecia: “Dal 2006 c’è stata un’attenzione ai temi dell’infanzia […] tuttavia la disposizione nel welfare è peggiorata dal 2010 a causa dei tagli di bilancio e il rapporto con il personale è peggiorato”;

-In Svizzera: “Una legge federale sugli assegni familiari […] risulta in costante aumento”.

-In Italia: “La spesa dedicata agli assegni familiari è aumentata del 53% nel 2014, rispetto al 2010 […] tuttavia tale incremento non rappresenta una crescita verso investimenti sociali, poiché favorisce le prestazioni in denaro […] anziché servizi (es. quelle supportate da un fondo nazionale per le politiche della famiglia sono diminuiti del 88% tra il 2008 e il 2014)”.

Inoltre, la Provincia autonoma di Trento sosterrà anche nel 2017 le spese in: “sanità, sociale, scuola, ricerca, politiche del lavoro, e di sostegno al reddito”.

Mentre la Provincia autonoma di Bolzano, nella Relazione di Bilancio 2016, mostra le spese più cospicue della Provincia: il 26.7% di spesa che va alla tutela della salute; il 21% va all’istruzione e diritto allo studio; ed il 10.8% va ai diritti sociali, politiche sociali e famiglia.

Queste serie di dati ci fanno comprendere come il liberismo non sia la soluzione migliore. Paradossalmente, i paesi che non investono nel sociale sono i paesi destinati ad una grave disoccupazione. Per questo, Il welfare è l’elemento fondamentale da cui partire per non lasciare indietro nessun cittadino in difficoltà.

In fin dei conti, questa nostra economia liberista è la responsabile di esempi assurdi, come quello del giocatore di calcio Tevez, il quale ha fatto un contratto con una squadra cinese che lo pagherà 77 euro al minuto! La maggior parte delle persone che hanno un lavoro normale non guadagnano quella cifra neanche in una giornata di lavoro! Ma anziché indignarsi per una sproporzione di questo genere, prendono Tevez come se fosse un esempio positivo, di chi ha successo nella vita, senza chiedersi minimamente se è moralmente giusto guadagnare così tanto, mentre ci sono persone che muoiono di fame, poiché questi suoi ingenti guadagni sono la causa della povertà delle altre persone. Infatti, qualunque sia il sistema economico, noi tutti siamo collegati e dipendiamo gli uni dagli altri. Anche se viviamo in una società in cui ogni giorno ci viene detto che dobbiamo essere i migliori e non dobbiamo fare affidamento sugli altri, noi non possiamo vivere senza l’Altro. Il guadagno dell’uno è la perdita dell’altro. Non possiamo vivere isolati dal mondo, poiché la nostra vita poggia sulla vita dell’Altro. O come scrisse Aristotele: “L’uomo per natura è un essere socievole: quindi chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abietto o è superiore all’uomo”. Arriverà il momento in cui anche Tevez avrà bisogno di qualcosa che non potrà essere comprato con i soldi.

Volevo concludere con alcuni dati Oxfam, usciti pochi giorni fa, nel report Un’ economia per il 99 percento:

-Dal 2015 l’1% più ricco dell’umanità possiede più ricchezza netta del resto del pianeta;

-Oggi otto persone possiedono tanto quanto la metà più povera dell’umanità;

-Negli Stati Uniti, secondo le nuove ricerche condotte dall’economista Thomas Piketty, negli ultimi 30 anni i redditi del 50% più povero sono cresciuti dello 0%, mentre quelli dell’1% più ricco sono cresciuti del 300%;

-7 persone su 10 nel mondo vivono in paesi in cui la disuguaglianza è aumentata negli ultimi 30 anni;

-10 tra le più grandi multinazionali hanno generato nel 2015/16 profitti superiori a quanto raccolto dalle casse pubbliche dei 180 paesi più poveri al mondo;

-In Italia l’1% più ricco era in possesso nel 2016 del 25% della ricchezza nazionale netta. Da soli, i primi 7 miliardari italiani possedevano più ricchezza del 30% più povero dei nostri connazionali.

Sono dati impressionanti! Lo stesso Bill Gates, in un’intervista ha dichiarato: “la maggior parte dei miei soldi, direi oltre il 95 percento, non è necessaria per sostenere le spese né della mia famiglia né dei miei figli. E quindi ho la possibilità e l’opportunità di restituire questo denaro alla società, per accelerare l’innovazione a favore dei più poveri”.

Abbiamo sempre più bisogno gli uni degli altri, di una mutua assistenza reciproca e non concorrere fra noi per vedere chi è il migliore e chi è il peggiore. Invece, ci fanno credere che possiamo farcela da soli. Ma questo non è vero, poiché se fossimo veramente lasciati soli, non riusciremmo a sopravvivere a lungo. Tutti noi, volontariamente o involontariamente, elargiamo o beneficiamo delle cure altrui, poiché ne abbiamo bisogno, quindi cerchiamo di essere più benevoli verso l’Altro.

Post-verità e credibilità digitale

L’Oxford Dictionaries, il dizionario storico della lingua inglese, ha eletto la parola dell’anno 2016: il termine è “post-verità”. Una parola molto usata negli ultimi mesi per il Referendum sulla Brexit e le elezioni di Donald Trump. Post-verità significa far passare una notizia falsa come fosse vera.

Tutti noi, di questi tempi, ci chiediamo come districarsi in tale groviglio di informazioni. È un lavoro molto difficile e certosino. A mio parere un elemento da cui partire è rintracciare la fonte che ha diffuso la notizia e testarne la credibilità.

Per esempio, con che attendibilità, un magnate come Donald Trump (vedi il post “il muraiolo Trump”), può parlare agli operai del Michigan? Tutti i politici, in campagna elettorale, promettono posti di lavoro, uguaglianza, libertà, pur di persuadere le persone a votarli. Ma poi, rispettano veramente le promesse fatte? Una persona ricca come Donald Trump, non credete che se avesse voluto risolvere veramente le sorti dei cittadini più poveri avrebbe potuto farlo anche senza diventare Presidente degli Stati Unti d’America? Perché, una persona che ha i rubinetti d’oro su un aereo da 100 milioni di dollari dovrebbe avere a cuore i problemi degli operai del Michigan?

Noi italiani abbiamo già avuto un imprenditore al governo del paese, ma l’unico che ci ha guadagnato nel “ventennio berlusconiano” è stato lui stesso: Silvio Berlusconi.

Nel 10 giugno 2015, dopo aver ricevuto la laurea honoris causa a Torino, Umberto Eco affermò che: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.

Penso sia chiaro a tutti che prima della nascita di internet, avevamo accesso a meno informazioni di ora. È pure vero, come diceva Umberto Eco, che la rete ha aperto la strada a milioni di persone mettendo un premio nobel a confronto con le persone più umili. Ma la bellezza di internet è proprio questa: mettere a contatto tutte le persone facendole comunicare fra loro. Questa, a mio avviso, è una grande conquista, e se un premio nobel non riesce ad essere all’altezza di una persona semplice, allora non è degno di quel premio.

Un tempo, un numero ristretto di persone “filtrava” le informazioni per tutti gli altri (come auspicava Umberto Eco), e quindi le notizie erano relative a quel piccolo gruppo di persone che controllavano la conoscenza. Ora, tutti lottiamo per avere più informazione possibile, poiché solamente con la pluralità di conoscenza possiamo essere liberi di scegliere.

Io credo che stiamo molto meglio oggi di allora, semmai, come controparte, possiamo dire che l’accesso infinito alle informazioni deve sviluppare in noi un senso critico e non farci accettare una notizia di primo acchito, ma confrontarla con altre fonti.

Internet è un mezzo e come tutti i mezzi va gestito. Nei social network c’è di tutto come c’è di tutto nella comunità vera. Noi dobbiamo insegnare ad usarlo nella maniera migliore, poiché tali mezzi servano pure per delle azioni buone.

Il “muraiolo” Trump

“Ogni popolo ha il governo che si merita”

Joseph de Maistre

Gli Americani hanno votato il “nuovo” Presidente degli Stati Uniti. O almeno lo credono, poiché non so quanto possano cambiare le cose dopo l’elezione di un ricco imprenditore come Donald Trump. Non che Hillary Clinton fosse vicino al popolo più povero, ma Trump, con il suo aereo privato, da 100 milioni di dollari e bagni con rubinetti d’oro, lo è molto meno. Infatti, una persona ricca come lui, se avesse avuto a cuore gli operai del Michigan, li avrebbe già aiutati da tempo e in altri modi!

Dopo aver offeso chiunque, il magnate ha cavalcato l’onda populista della menzogna, ingannando gli americani che stanno economicamente male, dicendo loro che l’unica maniera per cambiare il sistema era lui stesso e non l’establishment guidato da Hillary Clinton. Ma come può un capitalista come Trump risolvere i problemi degli operai in Michigan, se il “sistema marcio” che sta schiacciando loro è lui stesso?

È legittimo lottare contro la globalizzazione che ha distrutto tutte le economie locali. Purtroppo, quello che mi preoccupa, non è la scelta del cambiamento, ma chi afferma tali scelte: ovvero Donald Trump: Bancarottiere, muraiolo, xenofobo, sessista, ecc. Non si fa mancare niente.

Anch’io sono per la democrazia, ma con la medesima è stato eletto anche un personaggio come Adolf Hitler. Per questo anche la reputazione di chi promette in campagna elettorale è molto importante, soprattutto al giorno d’oggi, in cui la verità è messa al bando dai nuovi “sofisti”.

Credo che il voto di Trump, da parte delle persone meno abbienti, sia stato un voto di protesta contro lo status quo americano e il sistema economico, capitalistico, globalizzato che sta distruggendo moltissimi posti di lavoro non solo in America.

Molti sono allarmati dalle condizioni pessime in cui li ha ridotti questo sistema che loro stessi avevano voluto, senza metterne in conto che prima o poi sarebbe finito. È una protesta contro la politica che non ha saputo scongiurare l’ineguaglianza e la povertà di questo mondo arraffone, ed è giusto cambiarlo.

Le persone, poi, riversano le proprie paure legittime in problemi indotti dalla globalizzazione, come l’immigrazione, e non nella vera causa che l’ha generata: ovvero il capitalismo estremo.

Infine, il Nazionalismo e la chiusura verso l’Altro, hanno sempre portato a guerre di supremazia fra le varie Nazioni. Per questo, non servono i sondaggisti per capire che stanno salendo al potere forze ultra-nazionaliste, sebbene io mi auguro che questo non accada. La Storia, purtroppo, non ci ha insegnato niente o come diceva George Santayana: “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”.

Anch’io sono per il cambiamento, poiché solamente rinnovandoci possiamo migliorarci, ma le qualità delle persone che vanno al potere sono altrettanto importanti. La mia perplessità sta nella buona o cattiva reputazione degli uomini che incarnano questa nuova “Rivoluzione” dello status quo.