Ciò che lega il terrore

Mentre riflettevo sulla strage di Monaco, dello scorso 22 luglio, notavo un filo sottile che legava vari attentati terroristici finora eseguiti. Ciò che univa gli atti non era la religione o l’etnia, bensì il malessere psichico, legato ad un abuso di psicofarmaci. Nel post “La teoria dell’uomo buono” affronto tale problema.

Venerdì scorso, mentre era in atto l’azione di polizia di Monaco per arrestare i “tre presunti terroristi”, molti di noi avevano pensato ad un attentato di matrice islamica. Ma col passare delle ore diventava evidente che il gesto non era frutto di un componente dell’Isis, ma di un ragazzo di nome Ali David Sonboly, il quale era in cura per depressione e voleva vendicarsi degli atti di bullismo che aveva ricevuto dai suoi compagni.

Queste stragi non possono più essere quantificate come casi isolati. Esse sono i sintomi di una malattia che in Occidente si sta sviluppando, ma non ne siamo ancora a conoscenza, poiché nessuno ha il coraggio di mettere in dubbio ciò che siamo diventati, in questa società così frenetica che non aiuta più gli ultimi. I gesti di questi terroristi sono imperdonabili e indifendibili, ma terminato il cordoglio non possiamo dare sempre la colpa agli altri senza farci un serio esame di coscienza.

Nell’attentato di Nizza, del 14 luglio scorso, l’attentatore Mohamed Lahouaiej Bouhlel aveva “disturbi psichici seri”, secondo il padre.

Il 24 marzo del 2015, il co-pilota Andreas Lubitz, del volo Germanwings, fece schiantare l’aereo. Le indagini dimostrarono che Lubitz era inabile al volo a causa di una depressione legata a pensieri suicidi.

Con questo non voglio dire che tutti questi attentatori sono solamente dei pazzi scatenati e non esiste anche un motivo morale del gesto, ma sicuramente l’uso di psicofarmaci inibisce la ragione.

Basta leggere li foglio illustrativo dei vari antidepressivi per rendersi subito conto di quale “mina vagante” sia colui che li assume.

Il Dapagut è un antidepressivo al principio attivo della Paroxetina, sul foglio illustrativo a pagina 1 c’è scritto: “Dapagut viene usato nel trattamento della depressione”, a pagina 3 continua “se lei è depresso e/o soffre di disturbi d’ansia può a volte avere pensieri autolesionisti o suicidi […] Lei può avere con maggiore probabilità questo tipo di pensieri se: a- ha avuto in precedenza pensieri suicidi o autolesionisti; b- è un giovane adulto. Informazioni provenienti da studi clinici hanno mostrato un aumentato rischio di comportamento suicidario negli adulti di età inferiore ai 25 anni con disturbi psichiatrici e trattati con antidepressivi”.

La Duloxetina Alter è uno degli antidepressivi più venduti al mondo. All’interno del foglio illustrativo, a pagina 1 c’è scritto: “La Duloxetina viene usato per trattare la depressione”, poi a pagina 2, continua: “Se è depresso e/o presenta stati d’ansia qualche volta può avere pensieri di farsi del male o di uccidersi”.

E meno male che dovrebbero essere questi stessi farmaci a farci guarire dalla depressione!

La povertà è figlia del capitalismo

Società a Responsabilità Capitalistica

Lo scorso 7 gennaio 2016, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza contro Ostriakov Roman, uno straniero senza fissa dimora, il quale era stato scoperto rubare in un negozio due porzioni di formaggio ed una confezione di wurstel, del valore complessivo di 4 euro. Dopo aver acclarato, attraverso il I° ed il II° grado di giudizio, che Roman aveva pagato alle casse soltanto una confezione di grissini ed aveva nascosto il resto sotto la giacca, la Cassazione ha decretato che: “L’accertamento, in questa sede, dell’esistenza di una causa di giustificazione impone l’annullamento della sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato” e sempre nella sentenza la Corte aggiunge: La condizione dell’imputato e le circostanze in cui è avvenuto l’impossessamento della merce dimostrano che egli si impossessò di quel poco cibo per far fronte ad una immediata ed imprescindibile esigenza di alimentarsi, agendo quindi in stato di necessità.”

Sentenza a mio avviso esemplare! È la migliore risposta che un’istituzione abbia mai dato a questa nostra opulente società, in cui ognuno pensa per sé!

È la collettività in cui viviamo oggi che ci mette gli uni contro gli altri, in una concorrenza talmente spietata che qualcuno alla fine si deve far male e se non c’è una rete sociale o familiare come ammortizzatore sociale (come una volta era l’intera comunità di un paese, per esempio), si rimane isolati.

Non sto giustificando i ladri che rubano nelle case per rivendere la refurtiva e ricavarci soldi, anche se tali persone sono pur loro figlie di questa Società a Responsabilità Capitalistica, ma il gesto di Roman rimane il simbolo dell’indifferenza nutrita da questa nostra società, che oltre a mettere alcuni individui nelle condizioni di rubare per sopravvivere, dall’altra vorrebbe una punizione degna per un reato da lei stessa creato, ma i suoi occhi sono talmente iniettati di odio verso il “diverso”, che non riesce a notarne l’umanità.

La povertà esisterà fintantoché esisterà la ricchezza! C’è una bellissima frase di John Ruskin, scritta nel libro Fino alla fine, che mi ritorna alla mente e dice: “La forza della ghinea che voi avete nella vostra tasca dipende totalmente dalla mancanza di una ghinea nella tasca del vostro vicino. Se egli non ne avesse bisogno essa non sarebbe per voi di alcuna utilità”.

Quanto aveva ragione Ruskin! Lui aveva capito molto tempo fa quello che per noi non è ancora chiaro. Purtroppo, al giorno d’oggi, ci dobbiamo avvalere dei dati per essere consapevoli dello stato d’emergenza in cui viviamo. E allora porterò uno studio dell’organizzazione umanitaria Oxfam, del 18 gennaio 2016, intitolato An economy for the 1%. Il seguente report ha calcolato che: “Il più ricco 1% del mondo detiene più ricchezza che il resto del mondo messo insieme, potere e privilegio sono utilizzati per incrinare il sistema economico ed aumentare il divario tra i più ricchi e il resto del mondo” e prosegue: “Nel 2015, appena 62 individui avevano la stessa ricchezza di 3.6 miliardi di persone – la metà inferiore dell’umanità. Questa cifra è scesa da 388 individui dal 2010” ed ancora: “La ricchezza delle 62 persone più ricche è aumentata del 45% nei 5 anni dal 2010”.

I dati parlano da soli. Per ulteriori informazioni rimando ad un mio precedente post: “Le bugie del capitalismo”.

Volevo concludere questa dissertazione con una trascrizione di uno dei miei autori preferiti: Pier Paolo Pasolini, il quale lottò a lungo contro le barbarie della società capitalistica e borghese. Questo è un estratto dalle Lettere luterane: “La regressione e il peggioramento non vanno accettati: magari con indignazione o con rabbia, che, contrariamente all’apparenza, sono, nel caso specifico, atti profondamente razionali. Bisogna avere la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile. Chi accetta realisticamente una trasformazione che è regresso e degradazione, vuol dire che non ama chi subisce tale regresso e tale degradazione, cioè gli uomini in carne ed ossa che lo circondano. Chi invece protesta con tutta la sua forza, anche sentimentalmente, contro il regresso e la degradazione, vuol dire che ama quegli uomini in carne ed ossa. Amore che io ho la disgrazia di sentire, e che spero di comunicare anche a te”.

Il “muro ” dell’Austria

“Chi ha paura muore ogni giorno”

Paolo Borsellino

Dopo il “muro” di Orban, di cui ho già parlato nel post “il muro di Orban”, sta per arrivare un’altra novità: il muro austriaco. Infatti, l’Austria, dopo aver sospeso il Trattato di Schengen (che prevede la libera circolazione delle persone in Europa), ha iniziato i lavori per costruire una “barriera” (così la chiamano loro!) lungo il confine col Brennero. Tutto ciò sotto l’avvallo del cancelliere austriaco Werner Faymann, il quale nel settembre dell’anno scorso accusava il premier ungherese Orban di usare metodi nazisti per la risoluzione del “problema immigrazione”.

Ora, io non so quale sia la soluzione migliore per la “questione immigrati”, poiché sono i politici che dovrebbero trovare delle risposte adeguate ad una tale emergenza. Ma quello che non riesco a capire è la costruzione di “muri” come prospettiva futura. Come si fa a credere che la chiusura delle frontiere risolverà il problema “immigrazione”? Perché questo sta facendo l’Austria: pensa che costruendo una “barriera” l’emergenza finisca. Ma tale ipotesi, purtroppo, non è un’idea, poiché elude solamente il problema e non lo risolve. Infatti, gli immigrati non hanno nulla da perdere e usano tutti i loro risparmi pur di scappare dal proprio Paese e venire in Europa.

In tutto l’Occidente, ormai, stanno crescendo i partiti e i movimenti politici che fomentano questo razzismo che è figlio della parte istintuale di noi esseri umani e non della parte intellettuale. Infatti, chi alimenta l’odio verso l’Altro, non fa altro che frenare la parte intellettiva di sé. Chiunque di noi, se stimolato, arriva ad odiare l’Altro per paura di soccombergli, ma noi dobbiamo ragionare! dobbiamo cominciare ad essere aperti anche con le persone più lontane da noi e non solamente con i nostri amici e familiari.

L’altro giorno mi è venuto alla mente un film che ho guardato tempo fa: Sacco e Vanzetti, il quale narra la storia di due uomini che furono accusati e giustiziati per un reato che non avevano commesso, solamente perché erano italiani e anarchici, ovvero erano Altri e Diversi rispetto a quel “sistema” conservativo che erano gli Stati Uniti degli anni ’20.

Sacco e Vanzetti furono sacrificati con la violenza, poiché quella oppressione e intolleranza verso l’Altro stava in piedi solamente con tale brutalità. Anche loro furono vittime di un sistema che non li gradiva.

Di seguito trascriverò delle parti di alcune lettere che Sacco e Vanzetti scrissero dal carcere prima della loro esecuzione. Le trascrizioni sono tratte dal libro: Nicola Sacco, Bartolomeo Vanzetti, Lettere e scritti dal carcere, Edizioni Claudiana.

“E’ una vendetta politica e di razza, feroce e mostruosa. Il pubblico ministero ricorse a misure e mezzi miserabili. Mi hanno condannato su ipotesi. I testimoni dello stato dimostrarono con le loro contraddizioni, di essere interessati alla mia rovina”, Bartolomeo Vanzetti, Pg. 239

“Quali anarchici siamo gli individui più incompresi, temuti e odiati tanto dal cencioso quanto dal dorato volgo americano. Come italiani apparteniamo ad una delle più disprezzate e stilizzate nazionalità”, Bartolomeo Vanzetti, pg. 261.

“Il fatto che io ero un lavoratore, vivente in una comunità d’italiani e che nel giorno, ora e momento del delitto ero stato tra di essi a distribuire le commissioni di anguille e pesci da loro precedentemente ordinati, questo fatto io dico, fu moltissimo contro di me al processo di Plymouth. Perché ciò portò molti italiani a testimoniare a mio favore, e i giurati americani, ricolmi di pregiudizii religiosi, politici, economici e di razza e pieni di odio contro gli italiani e i radicali, i giurati lavorati da un maligno persecutore, sostenuto dal giudice e aiutato dal consiglio della difesa, non potevano e non hanno creduto in quei veridicissimi testimonii”, Bartolomeo Vanzetti, Pg. 263.

“Circa 30 italiani testimoniarono per provare il mio alibi. Avrebbero potuto esservene di più, ma sarebbero stati solamente ‘accumulativi’”, Bartolomeo Vanzetti, Pg. 266.

“Se i testimoni della difesa fossero stati americani, invece di essere italiani, nessuna giuria americana mi avrebbe trovato colpevole. Se invece d’aver lavorato in Plymouth fra gli italiani, il 24 dicembre, io fossi stato via in Boston, associato con i bassifondi e ingaggiato in attività criminali, la malavita avrebbe certamente preso posizione e avrebbe convinto la giuria della mia innocenza.

La malavita sa come testimoniare in corte, ciò è affar suo, ed essa è meno odiata e disprezzata dalla maggioranza del popolo americano, dai giudici e dai procuratori, che non gl’italiani e i libertari. E io so quel che dico”, Bartolomeo Vanzetti, Pg. 269.

“Non potetti mai piegarmi al dogma «cane mangia cane», né a quello di «ciascuno per sé». Ho difeso i deboli, gli oppressi, i perseguitati. Credo nella nobiltà dell’eroismo e del sacrificio solo quando questi siano diretti al trionfo della giustizia […] credo nell’amore universale. Sostengo che chiunque benefichi o offenda un suo simile, benefica o offende l’intere specie umana. Uguaglianza di diritti e di doveri è la sola base morale su cui è possibile erigere una società giusta […] il supremo scopo della vita è la felicità […] la vera saggezza, secondo me, si basa sulla tolleranza”, Bartolomeo Vanzetti, Pg. 282.

Dalla lettera di Nicola Sacco al figlio Dante prima di essere giustiziato. Trascrivo le parti più salienti:

“Ma ricordati sempre, Dante, nel gioco della felicità, non prendere tutto per te, ma scendi un gradino e aiuta i deboli che chiedono soccorso, aiuta i perseguitati e le vittime perché sono i tuoi migliori amici; sono i compagni che combattono e cadono come tuo padre e Bartolo hanno combattuto e son caduti ieri per conquistare la gioia della libertà per tutti e per i poveri lavoratori. In questa lotta della vita troverai molto amore e sarai amato […]

Ma d’altra parte, se non siete troppo sensibili, sarebbe utile per il futuro conservare questo orribile ricordo per usarlo un giorno per far capire al mondo la vergogna del paese in questa crudele persecuzione e ingiusta morte. Sì, Dante, oggi possono crocifiggere i nostri corpi, e lo stanno facendo, ma non possono distruggere le nostre idee, che rimarranno per le giovani generazioni future “

Nicola Sacco, Bartolomeo Vanzetti, Lettere e scritti dal carcere, Edizioni Claudiana, Pg. 72.

Farmaci killer

 

Il 23 Febbraio scorso, il dailymail.com ha pubblicato l’articolo “Come l’avidità dell’industria farmaceutica sta uccidendo decine di migliaia di persone in tutto il mondo”. Il post è in inglese, ma cercherò di tradurre le parti più significative (in corsivo). Vale la pena leggerlo tutto.

Nell’articolo, Sir Richard Thompson, ex Presidente del Royal College of Physicians e medico personale della Regina per 21 anni, ha detto che molti farmaci sono meno efficaci di quello che pensiamo.

Il medico è uno dei sei eminenti dottori, tra cui il cardiologo NHS Dott. Aseem Malhotra, il quale sostiene che troppo spesso ai pazienti sono dati farmaci di cui non hanno bisogno e a volte dannosi.

Molte volte le aziende farmaceutiche, continua il medico, sviluppano farmaci da cui possono trarne profitto, invece di farmaci che possono essere vantaggiosi per noi.

Molte volte, assicura il Dott. Aseem Malhotra, i pazienti sono sovra-trattati e gli effetti collaterali delle troppe medicine sta portando ad innumerevoli morti.

Esso accusa le aziende farmaceutiche di spendere il doppio per quanto riguarda la campagna promozionale, anziché sulla ricerca.

Pochi mesi fa, continua il post, il Direttore medico del NHS in Inghilterra, Sir Bruce Keogh, ha ammesso che un trattamento su sette, comprese le operazioni, sono inutili e non dovrebbero essere state effettuate sui pazienti. E negli Stati Uniti, si stima che un terzo di tutte le attività di assistenza sanitaria non porta ad alcun beneficio per i pazienti.

Questo punto è ulteriormente sostenuto da un ex redattore del New England Journal di Medicina, il Dott. Marcia Angell, la quale, in un discorso tenuto presso l’Università del Montana nel 2009, ha rivelato che dei 667 nuovi farmaci approvati dalla FDA tra il 2000 e il 2007, solamente l’11% sono stati considerati essere innovativi o migliorativi rispetto a quelli esistenti e tre quarti erano delle copie di quelli vecchi”.

Dopo una serie di dati del genere non saprei neanche cosa aggiungere, se non che sarebbe interessante sapere quanto i farmaci sono responsabili di moltissime altre morti o disagi che il sistema sanitario non riesce a calcolare. Nel post si parla di un report della FDA, la quale riferisce che: “negli Stati Uniti, negli ultimi dieci anni, i farmaci prescritti sono più che triplicati e ciò ha provocato 123.000 morti nel 2014, e 800.000 gravi esiti dei pazienti tra cui disabilità o ricoveri”. Inoltre il Dott. Aseem Malhotra, sostiene che: “uno su tre ricoveri ospedalieri tra gli over 75 anni avviene per una avversa reazione al farmaco”. Ma non si potranno mai calcolare bene tutte quelle morti o disabilità causate da un determinato “farmaco killer”. Infatti, a parte casi particolari, se una persona prende un farmaco e muore, nessuno immaginerà che la causa sia stata la medicina stessa.

Io mi sono già occupato di “farmaci assassini” (in quel caso psico-farmaci) nel post “La teoria dell’uomo buono”, e già in quel post scrivevo sulla necessità di sensibilizzare le persone ad una parsimoniosa scelta delle medicine.

Per quanto mi riguarda i farmaci non possono essere soggetti alla speculazione dei privati, perché in molte situazioni si è visto quanto il brevetto faccia lievitare i costi, soprattutto di quelli indispensabili, come per esempio per l’Epatite C.

Finché la produzione di farmaci rimane Statale, non sarà soggetta all’influenza del mercato e al guadagno di poche persone su quelle che ne hanno veramente bisogno.

La saggezza degli Indiani d’America – Seconda parte

Oggi, volevo citare per l’ennesima volta la grande saggezza degli Indiani d’America. La prima parte dedicata a questo fantastico popolo la trovate qua: http://www.scrittivirtuali.it/la-saggezza-degli-indiani-damerica/

Il libro da cui sono tratte queste trascrizioni è: Sai che gli alberi parlano? La saggezza degli Indiani d’America – K. Recheis e G. Bydlinski.

Dobbiamo avere cura gli uni degli altri ed essere disponibili gli uni per gli altri. Perciò ci chiediamo, ad ogni decisione che prendiamo, quale conseguenza ha per i tempi futuri e se è di giovamento oppure danneggia le generazioni future. Noi lavoriamo con fatica i nostri campi, dei cui frutti viviamo; allo stesso modo, dobbiamo fare ogni sforzo per provvedere agli esseri umani che sono intorno a noi, poiché dipendiamo l’uno dall’altro”.

Carol Cornelius

Se non lascerai inaridire il tuo cuore; se farai delle piccole gentilezze ai tuoi simili, essi ti risponderanno con affetto. Ti doneranno pensieri amichevoli. Più uomini aiuterai, più saranno i buoni pensieri che ti verranno rivolti. Il fatto che ci siano degli uomini ben disposti nei tuoi confronti, vale più d’ogni ricchezza”.

Vecchio Coyote

Poiché io sono miserevole, prego per ogni essere vivente”.

Canto di un guerriero Kiowa

Prima che arrivassero i nostri fratelli bianchi per fare di noi degli uomini civilizzati, non avevamo alcun tipo di prigione. Per questo motivo non avevamo nemmeno un delinquente. Senza una prigione non può esservi alcun delinquente. Non avevamo né serrature, né chiavi e perciò, presso di noi non c’erano ladri. Quando qualcuno era così povero, da non possedere cavallo, tenda o coperta, allora egli riceveva tutto questo in dono. Noi eravamo troppo incivili, per dare grande valore alla proprietà privata. Noi aspiravamo alla proprietà, solo per poterla dare agli altri. Noi non conoscevamo alcun tipo di denaro e di conseguenza il valore di un essere umano non veniva misurato secondo la sua ricchezza. Noi non avevamo delle leggi scritte depositate, nessun avvocato e nessun politico, perciò non potevamo imbrogliarci l’uno con l’altro. Eravamo messi veramente male, prima che arrivassero i bianchi, ed io non mi so spiegare come potevamo cavarcela senza quelle cose fondamentali che – come ci viene detto – sono così necessarie per una società civilizzata”.

Cervo Zoppo

Un tempo eravamo felici nella nostra terra e solo raramente eravamo affamati. Creature a due e quattro gambe vivevano insieme in pace come fratelli, e tutti avevano più del necessario. Ma poi vennero i Wasichu, gli uomini bianchi e fecero delle piccole isole nella terra per noi ed altre piccole isole per le creature a quattro zampe, e queste isole divennero sempre più piccole, poiché l’agitata alta marea dei Wasichu le corrode… una marea, che è sporca di avidità e di menzogna. Io posso ancora ricordare quei tempi, quando c’erano così tanti bisonti, che noi non potevamo contarli. Ma vennero sempre più Wasichu e li uccisero, fino a che giacevano là, dove le mandrie di bisonti avevano pascolato, ormai solo mucchi di ossa sbiancate. I Wasichu non uccidevano per sostentamento, ma per l’oro, che li rende pazzi. Essi prendevano solo le pelli, per venderle. Talvolta non prendevano neppure le pelli, bensì solo le lingue dei bisonti. Talvolta non prendevano neppure queste: ammazzavano per il piacere di uccidere.Quando noi andavamo alla caccia del bisonte, abbattevamo solo quel tanto che ci serviva per vivere”.

Alce Nero

Il carcere buono

Tempo fa, nella puntata di Presa Diretta, “Senza carceri”, si parlava del sistema carcerario norvegese, la cui filosofia è dignità e rispetto per ogni detenuto. Questo, oltre a confortarmi molto, conferma soprattutto la “teoria dell’uomo buono”: secondo cui l’uomo farebbe del male solamente se è messo nelle condizioni di “sopravvivere” e non di “vivere” una vita dignitosa.

In quella puntata di Presa Diretta si descrivono le “open prisons” norvegesi famose per la loro bassa percentuale di recidiva (ovvero il numero di detenuti che dopo aver scontato la pena commettono un altro crimine). In Norvegia, dopo questa politica di rieducazione, la recidiva è del 20%, mentre negli Stati Uniti, i quali si ergono a modello di civiltà e Democrazia, sale al 67.8%. Mentre in Italia è del 70%.

Un articolo del New York Time “The Radical Humaneness of Norway’s Halden Prison” descrive la prigione di Halden: “Non c’erano rotoli di filo spinato in vista, senza recinzioni elettriche letali, senza torri presidiate da cecchini – niente di violento, minaccioso o pericoloso. Nessun prigioniero ha mai cercato di scappare […] non solo non c’è la pena di morte in Norvegia, non ci sono condanne a vita; la pena massima per la maggior parte dei crimini è di 21 anni […] Nel 1998, il Ministro della Giustizia norvegese rivalutò i metodi e gli obiettivi da eseguire nelle carceri, ponendo l’accento sulla riabilitazione attraverso l’istruzione, la professionalità lavorativa e la terapia […] nel 2007 si fece particolare attenzione su come aiutare i detenuti a trovare alloggio e lavoro con un reddito costante, prima di essere rilasciati […] il servizio correzionale? Sottolinea quello che si definisce “sicurezza dinamica”, una filosofia che mette nei rapporti interpersonali tra il personale e i detenuti il fattore primario nel mantenimento della sicurezza all’interno della prigione […] Non ci sono telecamere di sorveglianza nelle classi o nella maggior parte dei laboratori o nei luoghi comuni o celle stesse. I detenuti hanno la possibilità di agire ma hanno scelto di non farlo. In 5 anni, la cella di isolamento arredata non è mai stata utilizzata” (questo è una breve trascrizione dell’articolo).

Quindi tutta questa fiducia concessa nella prigione di Halden è importante per costruire quella dignità personale che porterà i detenuti ad un reinserimento normale nella società.

Ma non c’è solamente l’esempio norvegese. In Finlandia esiste una prigione con la stessa filosofia norvegese. Si trova a Suomenlinna Island. Nell’articolo “In Finland’s ‘open prisons’, inmates have the keys” si capisce bene come il detenuto sia percepito in maniera diversa rispetto alle carceri degli altri paesi: “Non ci sono cancelli, serrature o divise, si tratta di una prigione a cielo aperto […] guadagnano circa 8 euro all’ora, hanno telefoni cellulari, fanno la spesa in città e ottengono tre giorni di vacanza ogni paio di mesi. Pagano l’affitto al carcere. Scelgono di studiare oppure lavorare […] il tasso di recidiva è del 20%”.

Questi sono bellissimi esempi che dovremmo prendere in considerazione non solamente per le altre carceri nel resto del mondo, ma soprattutto come filosofia di vita nelle nostre società ormai deturpate dall’individualismo. Per esempio ho visto molti luoghi di lavoro che sono peggio di quelle prigioni di cui ho parlato sopra. Ormai il “business” ha preso il posto della solidarietà e il “mercato” viene visto come un nuovo dio da idolatrare. Dove è andato a finire il senso di comunità che aggregava noi esseri umani, se mai lo siamo stati?

La saggezza degli Indiani d’America

“Tutte le cose sono legate. Ciò che accade alla terra, accade ai figli della terra”.
Capo Seattle, Suwamish e Duwamish,

 

Un commento di Marco, un internauta che ha risposto ad un mio precedente post, mi ha suggerito un tema a me molto caro: il pensiero degli Indiani d’America.
Questo popolo, diviso in varie tribù, visse in pace sul continente nordamericano, finché arrivò l’uomo bianco Occidentale, il quale espropriò loro dalle terre sulle quali da sempre avevano abitato.
La saggezza che ci hanno lasciato sono le “parole”, la cui eloquenza vale più di molte mie spiegazioni, perciò trascriverò le parti che mi hanno fatto amare questo meraviglioso popolo.

Il discorso che riporto di seguito, fu pronunciato nel 1805, da Capo Giacca Rossa, della tribù Seneca, in occasione di un’assemblea dei capi della federazione irochese. Il consiglio era stato riunito per ascoltare un giovane missionario chiamato Cram, mandato dall’Evangelical Missionary Society del Massachusetts.
Essendo un testo molto, trascriverò solamente le parti che ritengo essenziali per capire la sapienza della filosofia Indiana. In questo caso della tribù Seneca.

“Fratello, dici di volere una risposta al tuo discorso prima di andartene da questo luogo. […] Ma prima vorremmo guardare un po’ indietro e raccontarti quello che ci hanno detto i nostri padri, e quello che abbiamo sentito dagli uomini bianchi. […] Ci fu un tempo in cui i nostri antenati possedevano questa grande isola. [I Seneca, come molte altre tribù, alludono al continente americano come a una «grande isola».] I loro insediamenti si estendevano da dove sorge il sole a dove tramonta il sole. Il Grande Spirito ha creato questa terra perché fosse usata dagli indiani. […] Ma un giorno terribile si abbatté su di noi. I tuoi antenati attraversarono le grandi acque e approdarono su quest’isola.
Erano in pochi. Trovarono amici, non nemici. Ci raccontarono di essere fuggiti dal loro paese per timore di uomini malvagi, e di essere giunti qui per poter praticare la loro religione.
Ci chiesero un poco di terra, mossi da pietà gliela accordammo, ed essi si stabilirono tra noi. […] Il popolo bianco, fratello, aveva ormai trovato il nostro paese. La notizia si diffuse e molti altri giunsero tra noi. Eppure non li temevamo. Li credevamo amici. […]
Col tempo diventarono molto numerosi. Volevano altra terra. Volevano il nostro paese. […] Scoppiarono delle guerre. Degli indiani furono assoldati per combattere altri indiani, e molti dei nostri popoli furono distrutti. […]
Fratello, le nostre terre erano un tempo vaste, e le vostre erano minuscole. Ora siete diventati un grande popolo, mentre a noi resta a malapena lo spazio necessario per distendere le coperte. Ci avete preso il nostro paese ma non siete ancora soddisfatti. Volete imporci la vostra religione. […] Ci viene detto che la vostra religione era stata data ai vostri antenati e che è stata tramandata di padre in figlio. Anche noi abbiamo una religione che è stata data ai nostri antenati e che è stata trasmessa anche a noi, i loro figli.
La nostra religione è fatta così. Ci insegna a essere riconoscenti per i favori che riceviamo, ad amarci l’un l’altro e a essere uniti. Non abbiamo mai dissidi sulla religione. […]
Poiché ci ha resi tanto diversi in altre cose, perché non possiamo concludere che ci abbia dato una religione diversa, adatta alla nostra comprensione? […]
Fratello, non desideriamo distruggere la vostra religione o portarvela via. Vogliamo solo praticare la nostra. […]
Ora ti dirò che sono venuto ai vostri incontri e che vi ho visto raccogliere soldi all’incontro.
Non ti so dire a cosa fosse destinato quel denaro, ma immagino che fosse per il tuo ministero; se dovessimo accettare il tuo modo di pensare, forse chiederesti denaro anche a noi.
Fratello ci è stato detto che hai predicato ai bianchi in questo luogo. Queste persone sono i nostri vicini. Li conosciamo. Aspetteremo un poco e vedremo che effetto hanno le tue prediche su di loro. Se constatiamo che fanno loro del bene e che li rendono onesti e meno disposti a imbrogliare gli indiani, considereremo di nuovo quello che ci hai detto”.
“Al termine del discorso, Giacca Rossa si alzò e si avvicinò al missionario con la mano tesa. Il missionario rifiutò di stringergliela”.

Il testo integrale lo trovate nel libro curato da Kent Nerburn. La saggezza degli Indiani d’America, Edizioni l’Età dell’Acquario.

Aspettando la pioggia

“L’aria è preziosa per l’uomo rosso poiché tutte le cose partecipano dello stesso respiro”

Capo dei Pellirossa Capriolo Zoppo

Una volta, i nostri antenati attendevano la pioggia affinché i loro raccolti fossero rigogliosi e scacciassero lontano la carestia. Oggi, noi aspettiamo la pioggia per non soccombere allo smog.
In questi giorni è tornato di moda l’inquinamento da smog. Leggendo i giornali, sembra che il problema principale sia la pioggia che tarda a venire. Come se fino a ieri avessimo respirato aria delle Dolomiti, ed oggi invece, un elemento estraneo fosse venuto dallo spazio introducendosi nel pianeta furtivamente e perdendo fuliggine da tutte le parti. Per fortuna, la solerzia dei nostri sindaci emette una risposta: Milano, blocco del traffico. Eh! Va bene che come dicono a Milano “Piutost che nigot, l’è mej piutost” (trad. “piuttosto che niente è meglio piuttosto”), ma a me questo sembra più un “raschiare il fondo del barile”.
Scherzi a parte, ma voi credete veramente che alcuni giorni di stop del traffico (ex targhe alterne), possano essere la panacea di tutti i nostri mali?

In Italia è da anni che siamo in emergenza smog. Basta consultare i dati nel sito Viias.it, per vedere come in molte zone della nostra penisola, tra cui la Pianura Padana, la quale ha un alto livello industriale, è almeno dal 2005 che è messa in questa situazione. Sicuramente ci sono dei miglioramenti rispetto a una volta, ma secondo il progetto Viias, questo progresso è molto lento. Non è quindi colpa della pioggia che tarda a venire. Credo.

Nel sito dell’ISDE, associazione dei medici italiani, aprendo l’opuscolo: “Prevenzione dei rischi ambientali: un nuovo concetto di salute”, si affronta l’argomento. Si legge: “Il particolato è una miscela di particelle solide e liquide in sospensione nell’aria che raggiunge la massima concentrazione in inverno. Il particolato comprende particelle di varia dimensione in cui possono confluire polvere, terra, materiali provenienti da strade, polline, muffe, spore, batteri, virus, e migliaia di sostanze chimiche e determina malattie respiratorie, cardiocircolatorie e neurodegenerative. Le maggiori fonti di particolato sono traffico veicolare, le attività industriali e gli impianti di riscaldamento. La frazione di particolato di gran lunga più dannosa per la nostra salute è il particolato ultrafine, un vero concentrato di veleni, prodotto di reazioni termochimiche in fonderie, cementifici, acciaierie, inceneritori di rifiuti, motori diesel e altri processi di combustione”.

Sebbene questi dati diano solamente un quadro generale della situazione, nel sito www.nopops.it, del medico ematologo Vincenzo Cordiano, sono presenti molti articoli inerenti l’argomento e fra questi c’è uno studio di alcuni ricercatori messicani i quali rivelano una correlazione fra inquinamento atmosferico e danni celebrali. Vincenzo Cordiano scrive: “La neurotossicità dei metalli presenti nell’aria atmosferica inspirata dalle popolazioni più giovani residenti in aree urbane ad elevato tasso d’inquinamento atmosferico e i danni celebrali rappresenta un considerevole rischio, in particolare per i lobi frontali di cervelli in via di sviluppo, generando un notevole tasso di preoccupazione per i possibili gravi effetti deleteri sullo sviluppo celebrale e delle funzioni cognitive di bambini e adolescenti”.

Come al solito, la più grande arma che abbiamo è la conoscenza. Queste informazioni non devono essere diffuse solamente agli addetti ai lavori. Tutti noi dobbiamo essere sensibilizzati su argomenti così importanti.

La “teoria” dell’uomo buono

“L’uomo è nato libero e ovunque si trova in catene”
Jean-Jacques Rousseau

Per Jean-Jacques Rousseau: “l’essere umano per natura è buono, è poi la società che lo corrompe”. E analizzando i molti fatti accaduti di recente, ma anche lungo tutta la Storia, credo che Rousseau non avesse poi tutti i torti. L’essere umano è totalmente condizionato dalla società in cui vive, la quale lo cresce, ma molte volte lo abbandona a se stesso.

Succede spesso, nei fatti di cronaca, che la persona violenta compie l’atto sotto l’effetto di qualche psicofarmaco, come se l’abominio non sarebbe accaduto in una stato mentale normale, e servisse un “aiutino” per forzare quella “parte buona” che lega noi esseri umani.
Infatti, persino nell’abitazione dei terroristi degli attentati di Parigi del 13 Novembre, si è trovato del “Captagon”, un’anfetamina che toglie la paura e dà un senso di onnipotenza a chi l’assume. Droga usata da terroristi  anche in altri casi. Secondo lo scrittore tedesco Norman Ohler, lo stesso Hitler dava al proprio esercito sostanze stupefacenti, in particolare “Pervitin”, per renderlo invincibile.

Sicuramente ci sono casi in cui è una malattia organica celebrale a distruggere quella” parte buona dell’essere umano”, ma solitamente l’uomo deve “alterarsi” per usare violenza ad un altro uomo.

Queste “alterazioni” psico-fisiche possono essere date anche da farmaci che vengono comunemente commercializzati come antidepressivi. Se consultiamo il foglio illustrativo di questi farmaci, noteremo che le controindicazioni sono molto peggiori dei benefici che lo stesso farmaco dovrebbe dispensare.
Se ad esempio analizziamo quello del Prozac, tra gli effetti indesiderati non comuni, che possono interessare fino a 1 paziente su 100, ci sono: “sensazione di distacco da se stessi, strani pensieri, umore eccessivamente elevato, pensieri di suicidio o di farsi del male”; mentre tra quelli rari, che possono interessare fino a 1 paziente su 1000, ci sono: “allucinazioni, attacchi di panico, stato confusionale”.

Ora, che queste controindicazioni, come scrivono le case farmaceutiche, accadano raramente, non mi mette il cuore in pace. Infatti, chi assume questi farmaci non è altro che una mina vagante pronta a scoppiare da un momento all’altro. Come abbiamo già visto negli attentati a Parigi o nelle stragi che hanno compiuto i ragazzi nelle scuole americane, basta solamente una persona che prenda queste pillole e vada via di testa, per massacrarne delle altre, non servono plotoni di uomini.
Questa correlazione “strage e psicofarmaci” è nota già da anni dagli esperti, ma quello che fa più paura è l’incremento nel consumo di antidepressivi che dilaga nei paesi più ricchi e le conseguenze che ne possono derivare.

Già nel 2012, Luca Pani, Direttore Generale dell’Aifa, denunciava un aumento dei farmaci antidepressivi nell’articolo “Come sta cambiando il consumo degli Psicofarmaci in Italia?”.

Ma questo, purtroppo, non è solamente un fenomeno italiano. Basta osservare il report “Health at a Glance – 2015” per capire che si sta espandendo in tutti i paesi più sviluppati. E continua la sua inarrestabile ascesa.

Se il fenomeno è in continuo aumento, significa che stiamo diventando tutti depressi, oppure molte volte questi farmaci vengono prescritti anche se non ne abbiamo veramente bisogno. Per i casi meno gravi, non so quanto valga la pena rischiare la vita solamente perché non siamo in grado di gestire quei piccoli momenti difficili della nostra vita in maniera naturale. Tutti prima o poi ci troviamo ad affrontare dei momenti tragici, ma se non riusciamo ad allenare la nostra psiche senza l’”aiutino” dei psicofarmaci, ci troveremo sempre nell’oblio, e avremo sempre bisogno di una cura più sostanziosa per risolvere il problema.
Per questo, a meno che non ci siano malattie psichiatriche pesanti, credo che valga la pena pensare a quello che si prende, poiché potremmo entrare in un circolo da cui sarà difficile uscirne.

Il terrore che è in ognuno di noi

“L’unico modo per far finire la violenza è smetterla di usarla”

Gino Strada

Premettendo che i terribili avvenimenti terroristici avvenuti il 13 novembre scorso a Parigi sono da demonizzare, purtroppo, nel momento di sconforto e di paura che seguono, le persone reagiscono in modo completamente irrazionale.

Volevo partire dalla reazione che ha avuto il quotidiano Libero, che il giorno seguente la strage titolò il giornale con la frase, a mio parere infelice: “Bastardi islamici”. Persino un’estremista come Marine Le Pen si è dissociata da questa comunanza. Infatti, questo modo di generalizzare l’avvenimento è molto pericoloso, perché già le persone sono giustamente terrorizzate per ogni cosa, e questo articolo alimenta la paura del diverso. Le indirizza a pensare male di ogni persona islamica, solamente per il fatto di avere in comune coi terroristi la religione.

Per fare un esempio di quello a cui porta la generalizzazione, nel febbraio scorso, durante la partita Roma-Feyenoord, ci furono degli scontri e alcuni tifosi della squadra olandese fecero degli atti teppistici su monumenti romani. In quel caso, Il Tempo scrisse: “olandesi animali” , e con lui altri giornali erano della stessa opinione. Anche in quel caso si generalizzò fino ad arrivare ad uno sfogo di un abitante romano, che in un’intervista al telegiornale, lo sentii dire: “olandesi di merda”, come se l’addebito fosse da declinare ad ogni persona di nazionalità olandese e non a quelle persone specifiche, che hanno commesso il fattaccio, che hanno un nome, un cognome e un loro vissuto.

Non credo che la guerra sia risolutrice del fenomeno terroristico, per il semplice fatto che la guerra porta ad altra guerra e nulla può giustificarla, perché la guerra è comunque un eccidio, ha sempre portato a morte e distruzione. E la storia è piena di esempi.
Infatti non possiamo demonizzare, giustamente, chi muove guerra contro di noi e il giorno dopo usiamo le stesse loro armi e facciamo le stesse cose per le quali li abbiamo deprecati. Come ha detto giustamente Gino Strada, non c’è una guerra giusta e una sbagliata, c’è solo la guerra e la distruzione che si porta appresso.

Anch’io sono convito che i terroristi di Parigi debbano pagare per le loro azioni scellerate, ma solamente loro che hanno compiuto il fatto sono da deprecare e non delle persone innocenti che hanno la sfortuna di essere accomunate a questi dalla religione islamica!
In Italia, per esempio, nessuno si sognerebbe di bombardare la Campania per debellare la camorra! Ma è facile generalizzare e accusare di essere un “mafioso” a chiunque venga da quella parte d’Italia. Alcuni americani tacciarono i migranti italiani di essere dei mafiosi, sebbene venissero da qualsiasi parte d’Italia.

Semmai serve un intelligence, che investigando riesca a prevenire e sconfiggere il crimine, qualsiasi esso sia, ma non la guerra.
Noi, però, dobbiamo studiare il fenomeno in maniera razionale, e capire le varie sfaccettature che esso ha: chi dà a questi terroristi i soldi, perché servono soldi per mantenersi e comprare le armi; chi dà loro le armi; e chi li nasconde, perché dietro c’è bisogno di una struttura logistica, dove sistemare le armi, per esempio.
Queste, a mio avviso, sono le domande che dobbiamo farci. E non alimentare l’odio fra le persone.