La libertà del nulla

 

Negli ultimi decenni, abbiamo assistito ad un processo continuo di deterioramento di ogni ideale politico, in nome di una libertà che dovrebbe emancipare l’individuo, liberarlo dalle catene che lo avevano privato della propria autonomia. Ma col tempo, l’individuo lo abbiamo liberato, ma ciò che abbiamo perso è  la comunità!

Ma come può un individuo vivere senza la comunità?

Come può esserci libertà totale per un individuo in una comunità costituita da altri individui che vorranno la stessa libertà?

Costanzo Preve disse in un intervista che questa liberazione individualista era dovuta al fatto che per anni i cosiddetti “intellettuali” hanno sparato su ogni ideologia, senza però porci una soluzione che potesse sostituirla, ed essere all’altezza di un “intellettuale”. Perciò si è creato un mondo senza ideali e allo stesso tempo senza la speranza che si potesse creare un futuro possibile. Questo ha mantenuto in vita quel nichilismo che loro stessi cercarono di combattere.

La società è diventata quindi un fatto secondario rispetto all’individuo, ed ha creato nei cittadini una speranza vana frutto di un fraintendimento: pensare di avere una libertà illimitata. L’individuo si crede in potenza di fare qualsiasi cosa purché non sia legalmente scritta. Gli usi, le consuetudini, la morale non hanno più nessun valore. Così facendo abbiamo sguinzagliato quella violenza che ci appartiene, nella misura in cui ci hanno spogliato di quella capacità che noi abbiamo di pensare.

Lo psichiatra Vittorino Andreoli, nel post sulla Repubblica.it, Lo psichiatra Andreoli: “un libro per riscoprire la gioia di pensare”, dice bene quando afferma che: “Senza il pensare l’uomo diventa “preda” di un empirismo radicale e dunque opera solo sulla base degli stimoli, in una sorta di automatismo stimolo-risposta. Prima si fa e solo dopo semmai ci si accorge che cosa si è combinato. È questa la condizione della nostra società che va verso la dimensione dell’”Uomo pulsionale”.

L’uomo deve tornare a meditare come, ad esempio, lo era nella civiltà greca, poiché solamente in tale situazione possono nascere grandi pensieri, e non essere preda delle proprie pulsioni. Infatti, nella Polis greca, l’individuo non era preso in considerazione, ma prima di tutto veniva lo Stato, come ci insegna bene Aristotele, nella Politica: “lo stato è un prodotto naturale e che l’uomo è per natura un essere socievole: quindi chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abbietto o è superiore all’uomo”.

Quindi, non possiamo pensare di essere superiori ad altri individui, credendo di poter prevaricare sugli altri. Dobbiamo ritornare al senso della collettività. Dobbiamo dare una direzione a questa nostra comunità attraverso degli ideali, come disse Preve, poiché non possiamo assolutamente arrancare giorno per giorno come stiamo facendo in questi ultimi anni, senza alcun progetto per il futuro.

Il principio di comunità in Aristotele

 

I filosofi dell’Antica Grecia erano molto divergenti nelle loro discussioni. Ma su un punto molti erano d’accordo: l’uomo fa parte della natura a cui è assoggettato. La natura era vista come un grande macrocosmo, che rifletteva tutti gli altri enti naturali come dei piccoli figli o microcosmi.

Per Aristotele, la comunità di uomini esiste per natura, poiché come dice egli stesso: “il tutto dev’essere necessariamente anteriore della parte”, lo Stato, continua il filosofo: “esiste per render possibile una vita felice”.

Per Aristotele, poi, essendo lo Stato per natura, chiunque viva al di fuori di esso o è un abbietto o è un dio.

Di seguito trascriverò il passo contenuto nel libro “Aristotele, Politica, Edizioni Laterza, Roma-Bari 2011”.

“La comunità che risulta di più villaggi è lo stato, perfetto, che raggiunge ormai, per così dire, il limite dell’autosufficienza completa: formato bensì per rendere possibile la vita, in realtà esiste per render possibile una vita felice. Quindi ogni stato esiste per natura, se per natura esistono anche le prime comunità: infatti esso è il loro fine e la natura è il fine […]

lo stato è un prodotto naturale e che l’uomo è per natura un essere socievole: quindi chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abbietto o è superiore all’uomo […]

è chiaro quindi per quale ragione l’uomo è un essere socievole molto più di ogni ape e di ogni capo d’armento. Perché la natura, come diciamo, non fa niente senza scopo e l’uomo, solo tra gli animali, ha la parola: la voce indica quel che è doloroso e gioioso e pertanto l’hanno anche gli altri animali (e, in effetti, fin qui giunge la loro natura, di avere la sensazione di quanto è doloroso e gioioso, e di indicarselo a vicenda), ma la parola è fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo e, di conseguenza, il giusto e l’ingiusto: questo è, infatti, proprio dell’uomo rispetto agli altri animali, di avere, egli solo, la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori: il possesso comune di questi costituisce la famiglia e lo stato. E per natura lo stato è anteriore alla famiglia e a ciascuno di noi perché il tutto dev’essere necessariamente anteriore alla parte”

Aristotele, Politica, Edizioni Laterza, Roma-Bari 2011, pp.6-7.

Per Aristotele, lo Stato esiste per natura e deve perseguire il bene della comunità. Infatti, il bene è “ciò cui ogni cosa tende”, poiché una vola arrivati al bene noi non tendiamo più a nulla di superiore.

Per il filosofo questo bene è la felicità: a cui tutti tendono. Tutti sono d’accordo nel dire che la felicità sia il bene supremo, ma su cosa sia la felicità c’è molto disaccordo.

Per Aristotele la comunità viene prima dell’individuo e la politica dovrebbe ricercare il bene di un popolo e non di un individuo.

Di seguito trascriverò le parti risalenti l’opera “Aristotele, Etica Nicomachea, testo greco a fronte, Edizioni Bompiani, Milano 2013”, da cui ho tratto questi testi.

“Comunemente si ammette che ogni arte esercitata con metodo, e, parimenti, ogni azione compiuta in base ad una scelta, mirino ad un bene: perciò a ragione si è affermato che il bene è ‘ciò cui ogni cosa tende’”.

1094a, pg. 51.

“Orbene, se vi è un fine delle azioni da noi compiute che vogliamo per se stesso, mentre vogliamo tutti gli altri in funzione di quello, e se noi non scegliamo ogni cosa in vista di un’altra (così infatti si procederebbe all’infinito, cosicché la nostra tensione resterebbe priva di contenuto e di utilità), è evidente che questo fine deve essere il bene, anzi il bene supremo”.

1094a20, pg. 51.

“Si ammetterà che appartiene alla scienza più importante, cioè a quella che è architettonica in massimo grado. Tale è, manifestamente, la politica. Infatti, è questa che stabilisce quali scienze è necessario coltivare nelle città, e quali ciascuna classe di cittadini deve apprendere, e fino a che punto; e vediamo che anche le più apprezzate capacità, come, per esempio, la strategia, l’economia, la retorica, sono subordinate ad essa. E poiché è essa che si serve di tutte le altre scienze e che stabilisce, inoltre, per legge che cosa si deve fare, e da quali azioni ci si deve astenere, il suo fine abbraccerà i fini delle altre, cosicché sarà questo il bene per l’uomo. Infatti, se anche il bene è il medesimo per il singolo e per la città, è manifestamente qualcosa di più grande e di più perfetto perseguire e salvaguardare quello della città: infatti, ci si può, sì, contentare anche del bene di un solo individuo, ma è più bello e più divino il bene di un popolo, cioè di intere città. La nostra ricerca mira appunto a questo, dal momento che è una ricerca ‘politica’”.

1094a25, pg. 51-53.

“Poiché ogni conoscenza ed ogni scelta aspirano ad un bene, diciamo ora che cos’è, secondo noi, ciò cui tende la politica, cioè qual è il più alto di tutti i beni raggiungibili mediante l’azione. Orbene, quanto al nome la maggioranza degli uomini è pressoché d’accordo: sia la massa sia le persone distinte lo chiamano ‘felicità’, e ritengono che ‘viver bene’ e ‘riuscire’ esprimano la stessa cosa che ‘essere felici’. Ma su che cosa sia la felicità sono in disaccordo, e la massa non la definisce allo stesso modo dei sapienti”.

1095a15, p. 55.

Il mito della ricchezza facile

 

In una puntata del 16-02-2017, nel programma Piazza Pulita, veniva intervistato Alfio Bardolla, un financial coach.

E’ molto interessante guardare l’intervista di Alfio Bardolla, poiché egli è l’effetto di questa nostra società che pensa solamente ai soldi ed al benessere individuale. Bardolla insegna alle persone come fare i soldi facilmente. Infatti, a parer suo, lui stesso è diventato talmente ricco che potrebbe smettere di lavorare. E perché non lo fa? Perché, visto che è così facoltoso, si fa pagare da 200 a 3000 euro a corso?

Affermare che possiamo fare i soldi facili, quando sa benissimo che la ricchezza di un individuo porta alla povertà di un’altra persona, per me è moralmente inaccettabile. Ma qualora volessi immedesimarmi in questa sua pessima ipotesi, per prima cosa condividerei con gli altri la mia scoperta di come è facile fare i soldi, ma gratis (poiché lui ne ha già guadagnati un sacco e non ne ha bisogno) e successivamente mi ritirerei al sole dei Caraibi per tutta la vita!

Bardolla, poi, prende ad esempio gli Stati Uniti come paese libero in cui i libri di financial coach sono molto venduti. Bellissimo esempio quello degli Stati Uniti, visto come sono messi (vedi “le bugie del capitalismo”). Quest’uomo sfrutta solamente le sventure di altre persone a proprio favore. Se questo è il futuro economico, ditemi voi.

Se la crisi economica non ci ha insegnato niente, siamo perduti. Noi non possiamo vedere l’economia come un mercato individualista, poiché il “mercato” è costituito dall’insieme di tutte le persone. Se prendi dei soldi o risorse è perché li stai togliendo ad altri individui.

Infatti non dobbiamo mai perdere di vista come funziona l’economia:

il denaro è un mezzo per acquistare merci, ed è nato per gestire l’economia della comunità visto che il baratto, in alcuni casi, diveniva troppo difficoltoso. Ma non deve diventare un fine a cui aspirare per essere felici. Come diceva Aristotele: “La felicità, è manifestamente, qualcosa di perfetto e autosufficiente, in quanto è il fine delle azioni da noi compiute” (Etica Nicomachea). Quindi è la felicità il nostro fine non il denaro;

le risorse sono limitate. Mettiamo che siamo in 2 persone e le risorse totali sono 100. Se all’inizio una persona ha 50 e l’altra 50 e, successivamente, una delle due riesce a guadagnare 30 raggiungendo 80 in totale, l’altra avrà una decurtazione dei 30 e arriverà a 20.

Se il sistema liberale-capitalistico avesse portato ricchezza a tutti noi, l’avrebbe già fatto da moltissimi anni. Ma siccome non è così, dobbiamo conoscere cosa ci sta dietro a tutto questo fallimento e i dati Oxfam ci fanno capire tutto ciò.

Possibile che nel 2017, anziché creare dei valori comunitari condivisi da tutti, ci siano ancora personaggi che instillano nelle persone questi valori individualistici, che possono portare solamente ad una disgregazione della comunità.

La ricchezza di una persona è la povertà dell’altra. Questo dobbiamo comprendere e costruire una società su basi solidali.

Il fallimento del liberismo

Un giorno, un giovane liberista, discutendo con lui sulle conseguenze che poteva avere questo sistema economico per lo Stato, mi elencò i paesi in cui vige tutt’ora tale economia: la Svizzera, la Svezia e le Province autonome di Trento e Bolzano.

Dopo la nostra accesa discussione ho voluto constatare se veramente questi paesi attuano un regime liberista. Sono andato alla ricerca del tasso di disoccupazione dei vari Stati, inserendo anche la percentuale di quelli che hanno un alto livello per confrontarli.

Secondo l‘International Labour Organization, il tasso di disoccupazione, quello reale al 2015, dei vari paesi è effettivamente molto basso, se si raffrontano l’11,9% dell’Italia, il 22,1% della Spagna e il 24,9% della Grecia :

-Provincia autonoma di Trento 6.8% di disoccupazione (fonte: http://www.urbistat.it);

-Provincia autonoma di Bolzano: 3.8% di disoccupazione (fonte: http://www.urbistat.it);

-Svizzera: 4.5% di disoccupazione;

-Svezia: 7.4% di disoccupazione.

Per sistema economico liberista, secondo la teoria di Adam Smith, intendo un sistema che predilige la libertà di iniziativa privata, il libero scambio e l’esclusione dello Stato nell’intervento privato.

Ricercando in internet, però, i paesi con il tasso di disoccupazione più basso investono molto nel welfare, tanto odiato dai liberisti. Questo vuol dire che il loro “benessere economico” è dovuto anche ad investimenti nelle politiche sociale, senza abbandonare i propri cittadini. Mentre i paesi che fanno poco investimento nel welfare sono quelli che si ritrovano un alto tasso di disoccupazione come dimostra bene il il report della Commissione europea “Social investment in Europa”, uno studio del 2015, da cui estraggo delle note:

-La Finlandia: “gli investimenti iniziano già dalla nascita del bambino. Con pacchetti di assistenza alla maternità, pasti gratuiti dalle scuole materne al college ed istruzione gratuita dal scuola primaria all’Università”;

-La Svezia: “La Svezia ha una lunga tradizione di un approccio globale per gli investimenti sociali”;

-In Spagna: “La progettazione e l’implementazione di politiche sociali sono ancora deboli”;

-L’Italia: “Un approccio verso investimenti nel sociale sono stati ritrovati in leggi sulla disoccupazione, ma ci sono ancora gravi carenze […] un reddito minimo deve ancora essere introdotto in tutto il territorio nazionale. Come risultato, una chiara strategia di investimento è carente e l’Italia non incorpora la tutela dei diritti delle persone in povertà e di esclusione sociale nei suoi programmi politici”;

-In Spagna: “Si è registrato un impatto negativo su programmi di welfare”;

-In Italia: “C’è stata una riduzione delle risorse finanziarie per i servizi pubblici […] questa riduzione è suscettibile e può mettere a rischio la capacità di erogazione dei servizi delle autorità locali, come dimostrato dalla diminuzione del 23,5% nei loro confronti occorsi tra il 2008 e il 2012”;

-In Grecia: “Dal 2006 c’è stata un’attenzione ai temi dell’infanzia […] tuttavia la disposizione nel welfare è peggiorata dal 2010 a causa dei tagli di bilancio e il rapporto con il personale è peggiorato”;

-In Svizzera: “Una legge federale sugli assegni familiari […] risulta in costante aumento”.

-In Italia: “La spesa dedicata agli assegni familiari è aumentata del 53% nel 2014, rispetto al 2010 […] tuttavia tale incremento non rappresenta una crescita verso investimenti sociali, poiché favorisce le prestazioni in denaro […] anziché servizi (es. quelle supportate da un fondo nazionale per le politiche della famiglia sono diminuiti del 88% tra il 2008 e il 2014)”.

Inoltre, la Provincia autonoma di Trento sosterrà anche nel 2017 le spese in: “sanità, sociale, scuola, ricerca, politiche del lavoro, e di sostegno al reddito”.

Mentre la Provincia autonoma di Bolzano, nella Relazione di Bilancio 2016, mostra le spese più cospicue della Provincia: il 26.7% di spesa che va alla tutela della salute; il 21% va all’istruzione e diritto allo studio; ed il 10.8% va ai diritti sociali, politiche sociali e famiglia.

Queste serie di dati ci fanno comprendere come il liberismo non sia la soluzione migliore. Paradossalmente, i paesi che non investono nel sociale sono i paesi destinati ad una grave disoccupazione. Per questo, Il welfare è l’elemento fondamentale da cui partire per non lasciare indietro nessun cittadino in difficoltà.

In fin dei conti, questa nostra economia liberista è la responsabile di esempi assurdi, come quello del giocatore di calcio Tevez, il quale ha fatto un contratto con una squadra cinese che lo pagherà 77 euro al minuto! La maggior parte delle persone che hanno un lavoro normale non guadagnano quella cifra neanche in una giornata di lavoro! Ma anziché indignarsi per una sproporzione di questo genere, prendono Tevez come se fosse un esempio positivo, di chi ha successo nella vita, senza chiedersi minimamente se è moralmente giusto guadagnare così tanto, mentre ci sono persone che muoiono di fame, poiché questi suoi ingenti guadagni sono la causa della povertà delle altre persone. Infatti, qualunque sia il sistema economico, noi tutti siamo collegati e dipendiamo gli uni dagli altri. Anche se viviamo in una società in cui ogni giorno ci viene detto che dobbiamo essere i migliori e non dobbiamo fare affidamento sugli altri, noi non possiamo vivere senza l’Altro. Il guadagno dell’uno è la perdita dell’altro. Non possiamo vivere isolati dal mondo, poiché la nostra vita poggia sulla vita dell’Altro. O come scrisse Aristotele: “L’uomo per natura è un essere socievole: quindi chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o è un abietto o è superiore all’uomo”. Arriverà il momento in cui anche Tevez avrà bisogno di qualcosa che non potrà essere comprato con i soldi.

Volevo concludere con alcuni dati Oxfam, usciti pochi giorni fa, nel report Un’ economia per il 99 percento:

-Dal 2015 l’1% più ricco dell’umanità possiede più ricchezza netta del resto del pianeta;

-Oggi otto persone possiedono tanto quanto la metà più povera dell’umanità;

-Negli Stati Uniti, secondo le nuove ricerche condotte dall’economista Thomas Piketty, negli ultimi 30 anni i redditi del 50% più povero sono cresciuti dello 0%, mentre quelli dell’1% più ricco sono cresciuti del 300%;

-7 persone su 10 nel mondo vivono in paesi in cui la disuguaglianza è aumentata negli ultimi 30 anni;

-10 tra le più grandi multinazionali hanno generato nel 2015/16 profitti superiori a quanto raccolto dalle casse pubbliche dei 180 paesi più poveri al mondo;

-In Italia l’1% più ricco era in possesso nel 2016 del 25% della ricchezza nazionale netta. Da soli, i primi 7 miliardari italiani possedevano più ricchezza del 30% più povero dei nostri connazionali.

Sono dati impressionanti! Lo stesso Bill Gates, in un’intervista ha dichiarato: “la maggior parte dei miei soldi, direi oltre il 95 percento, non è necessaria per sostenere le spese né della mia famiglia né dei miei figli. E quindi ho la possibilità e l’opportunità di restituire questo denaro alla società, per accelerare l’innovazione a favore dei più poveri”.

Abbiamo sempre più bisogno gli uni degli altri, di una mutua assistenza reciproca e non concorrere fra noi per vedere chi è il migliore e chi è il peggiore. Invece, ci fanno credere che possiamo farcela da soli. Ma questo non è vero, poiché se fossimo veramente lasciati soli, non riusciremmo a sopravvivere a lungo. Tutti noi, volontariamente o involontariamente, elargiamo o beneficiamo delle cure altrui, poiché ne abbiamo bisogno, quindi cerchiamo di essere più benevoli verso l’Altro.

Post-verità e credibilità digitale

L’Oxford Dictionaries, il dizionario storico della lingua inglese, ha eletto la parola dell’anno 2016: il termine è “post-verità”. Una parola molto usata negli ultimi mesi per il Referendum sulla Brexit e le elezioni di Donald Trump. Post-verità significa far passare una notizia falsa come fosse vera.

Tutti noi, di questi tempi, ci chiediamo come districarsi in tale groviglio di informazioni. È un lavoro molto difficile e certosino. A mio parere un elemento da cui partire è rintracciare la fonte che ha diffuso la notizia e testarne la credibilità.

Per esempio, con che attendibilità, un magnate come Donald Trump (vedi il post “il muraiolo Trump”), può parlare agli operai del Michigan? Tutti i politici, in campagna elettorale, promettono posti di lavoro, uguaglianza, libertà, pur di persuadere le persone a votarli. Ma poi, rispettano veramente le promesse fatte? Una persona ricca come Donald Trump, non credete che se avesse voluto risolvere veramente le sorti dei cittadini più poveri avrebbe potuto farlo anche senza diventare Presidente degli Stati Unti d’America? Perché, una persona che ha i rubinetti d’oro su un aereo da 100 milioni di dollari dovrebbe avere a cuore i problemi degli operai del Michigan?

Noi italiani abbiamo già avuto un imprenditore al governo del paese, ma l’unico che ci ha guadagnato nel “ventennio berlusconiano” è stato lui stesso: Silvio Berlusconi.

Nel 10 giugno 2015, dopo aver ricevuto la laurea honoris causa a Torino, Umberto Eco affermò che: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.

Penso sia chiaro a tutti che prima della nascita di internet, avevamo accesso a meno informazioni di ora. È pure vero, come diceva Umberto Eco, che la rete ha aperto la strada a milioni di persone mettendo un premio nobel a confronto con le persone più umili. Ma la bellezza di internet è proprio questa: mettere a contatto tutte le persone facendole comunicare fra loro. Questa, a mio avviso, è una grande conquista, e se un premio nobel non riesce ad essere all’altezza di una persona semplice, allora non è degno di quel premio.

Un tempo, un numero ristretto di persone “filtrava” le informazioni per tutti gli altri (come auspicava Umberto Eco), e quindi le notizie erano relative a quel piccolo gruppo di persone che controllavano la conoscenza. Ora, tutti lottiamo per avere più informazione possibile, poiché solamente con la pluralità di conoscenza possiamo essere liberi di scegliere.

Io credo che stiamo molto meglio oggi di allora, semmai, come controparte, possiamo dire che l’accesso infinito alle informazioni deve sviluppare in noi un senso critico e non farci accettare una notizia di primo acchito, ma confrontarla con altre fonti.

Internet è un mezzo e come tutti i mezzi va gestito. Nei social network c’è di tutto come c’è di tutto nella comunità vera. Noi dobbiamo insegnare ad usarlo nella maniera migliore, poiché tali mezzi servano pure per delle azioni buone.

Il “muraiolo” Trump

“Ogni popolo ha il governo che si merita”

Joseph de Maistre

Gli Americani hanno votato il “nuovo” Presidente degli Stati Uniti. O almeno lo credono, poiché non so quanto possano cambiare le cose dopo l’elezione di un ricco imprenditore come Donald Trump. Non che Hillary Clinton fosse vicino al popolo più povero, ma Trump, con il suo aereo privato, da 100 milioni di dollari e bagni con rubinetti d’oro, lo è molto meno. Infatti, una persona ricca come lui, se avesse avuto a cuore gli operai del Michigan, li avrebbe già aiutati da tempo e in altri modi!

Dopo aver offeso chiunque, il magnate ha cavalcato l’onda populista della menzogna, ingannando gli americani che stanno economicamente male, dicendo loro che l’unica maniera per cambiare il sistema era lui stesso e non l’establishment guidato da Hillary Clinton. Ma come può un capitalista come Trump risolvere i problemi degli operai in Michigan, se il “sistema marcio” che sta schiacciando loro è lui stesso?

È legittimo lottare contro la globalizzazione che ha distrutto tutte le economie locali. Purtroppo, quello che mi preoccupa, non è la scelta del cambiamento, ma chi afferma tali scelte: ovvero Donald Trump: Bancarottiere, muraiolo, xenofobo, sessista, ecc. Non si fa mancare niente.

Anch’io sono per la democrazia, ma con la medesima è stato eletto anche un personaggio come Adolf Hitler. Per questo anche la reputazione di chi promette in campagna elettorale è molto importante, soprattutto al giorno d’oggi, in cui la verità è messa al bando dai nuovi “sofisti”.

Credo che il voto di Trump, da parte delle persone meno abbienti, sia stato un voto di protesta contro lo status quo americano e il sistema economico, capitalistico, globalizzato che sta distruggendo moltissimi posti di lavoro non solo in America.

Molti sono allarmati dalle condizioni pessime in cui li ha ridotti questo sistema che loro stessi avevano voluto, senza metterne in conto che prima o poi sarebbe finito. È una protesta contro la politica che non ha saputo scongiurare l’ineguaglianza e la povertà di questo mondo arraffone, ed è giusto cambiarlo.

Le persone, poi, riversano le proprie paure legittime in problemi indotti dalla globalizzazione, come l’immigrazione, e non nella vera causa che l’ha generata: ovvero il capitalismo estremo.

Infine, il Nazionalismo e la chiusura verso l’Altro, hanno sempre portato a guerre di supremazia fra le varie Nazioni. Per questo, non servono i sondaggisti per capire che stanno salendo al potere forze ultra-nazionaliste, sebbene io mi auguro che questo non accada. La Storia, purtroppo, non ci ha insegnato niente o come diceva George Santayana: “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”.

Anch’io sono per il cambiamento, poiché solamente rinnovandoci possiamo migliorarci, ma le qualità delle persone che vanno al potere sono altrettanto importanti. La mia perplessità sta nella buona o cattiva reputazione degli uomini che incarnano questa nuova “Rivoluzione” dello status quo.

La saggezza degli Indiani d’America – Terza parte

Le seguenti trascrizioni sono tratte dal libro: K. Recheis e G. Bydlinski, Amicizia con la terra. La via degli Indiani d’America, Edizioni Il Punto d’Incontro.

I bianchi credono che la luna sia solo la luna: noi diciamo che è nostra nonna. Loro pensano che il tuono non sia altro che il tuono: noi lo chiamiamo nonno. Il sole è per loro una grande palla di fuoco: noi lo conosciamo come nostro fratello”

Willie Thompson Tehorwirate (Ramo Amaro), 12 anni, pg. 74.

Tra i Lakota avevamo tutti, deboli e forti, gli stessi diritti. Ognuno era tenuto a rispettare il diritto dell’altro al sostentamento e al vestiario e a far sì che nessuno fosse danneggiato in questo. Questo era ovvio così come lo era il fatto che il sole, l’aria pura e la pioggia fossero patrimonio di tutti. Tutto ciò che ci serviva per vivere ce lo dava la natura ed essa era inesauribile; sarebbe stato senza senso accaparrarsi cose o accumularle. Solo alla natura dovevamo la nostra forza ed energia e nessuno dei Lakota, prima di subire l’influenza del bianco, avrebbe mai pensato di dominare gli altri e averne potere. Nessuno era sottomesso all’altro, ma ognuno cercava di essere padrone di se stesso: madri, padri, fratelli, sorelle, si organizzavano spontaneamente per il benessere della comunità. E poiché riconoscevamo questa legge, nessuno di noi restava senza protezione od aiuto. Per questo motivo, nella società dei Lakota non esistevano né affamati né iper-nutriti, né uomini servili e neanche presuntuosi, nessun carcere, nessun giudice, nessun ospizio, orfanotrofio e nessun bordello”

Orso in Piedi, pg. 102.

Gli uomini venivano chiamati a far parte del consiglio della tribù per i loro meriti; così, pur di avervi un posto, uno preferiva essere povero, possedere pochi cavalli e vivere in una piccola tenda. La ricchezza, da sola, non aveva mai aiutato nessuno ad avere potere ed autorità. Anche se uno possedeva tanti cavalli non poteva comprarsi un posto tra i saggi”

Orso in Piedi, pg. 107.

Noi crediamo che l’amore per il possesso sia una debolezza da vincere e che chi è molto attaccato ai valori materiali mette in percolo la sua armonia interiore. Per questo motivo i bambini vengono incoraggiati già da piccoli alla generosità. La divisione dei regali, in pubblico, è collegata ad importanti cerimonie ed ha, essa stessa, un ruolo importante nei festeggiamenti di nascite, di matrimoni, di cerimonie funebri ed ogni qualvolta vogliamo rendere un onore particolare ad una persona o ad un avvenimento. In queste situazioni è consuetudine distribuire tutti i propri averi. L’Indiano dà facilmente ciò che possiede. Lo regala ai parenti, agli ospiti di un’altra tribù o di un altro ceppo d’appartenenza, ma prima di tutto ai poveri e ai vecchi, dai quali non può aspettarsi niente in cambio”

Oiyesa, pg. 103.

Sono venuto al mondo con la pelle color bronzo e con essa mi sento bene. Alcuni dei miei amici sono nati con la pelle gialla, nera, o bianca. Nessuno l’ha scelta e va bene così. Ci sono rose gialle, rose rosse e bianche, ognuna di esse è bella. Io spero che i miei figli vivano in un mondo in cui tutti gli uomini, di ogni colore, vadano d’accordo e lavorino insieme, senza che la maggioranza cerchi di uniformare gli altri al proprio volere”

Tatanga Mani, pg. 64.

Tratta tutti gli uomini come fossero tuoi parenti”

Proverbio Navajo, pg. 95.

La Quarta Rivoluzione Industriale ed il futuro del lavoro

 

Nel bellissimo libro La fine del lavoro, l’autore Jeremy Rifkin afferma che: “Durante la Prima rivoluzione industriale, l’energia prodotta dal vapore venne utilizzata per l’estrazione dei metalli, per la produzione del tessile e per la fabbricazione di una vasta gamma di beni che prima di allora erano stati manufatti. La nave a vapore sostituì quella a vela e la locomotiva prese il posto del carro a cavalli, migliorando notevolmente il processo di movimentazione delle materie prime e dei beni finiti […] La Seconda rivoluzione industriale ebbe luogo tra il 1860 e la prima guerra mondiale. Il petrolio iniziò a competere con il carbone e l’elettricità venne efficacemente imbrigliata per la prima volta, creando una nuova fonte di energia per muovere motori, illuminare le città e fornire comunicazioni in tempo reale. Come avvenne con la rivoluzione del vapore, il petrolio, l’elettricità e le invenzioni del periodo continuarono a spostare il peso dell’attività economica dall’uomo alle macchine […] La Terza rivoluzione industriale iniziò a prendere forma immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, ma solo ora sta iniziando ad avere un impatto significativo sul modo in cui la società organizza le proprie attività economiche. Macchine automatiche a controllo numerico, computer avanzati e programmi sofisticati stanno invadendo anche quella che è rimasta l’ultima sfera di esclusiva pertinenza umana: il dominio della mente. Appropriatamente programmate, queste «macchine pensanti» sono sempre più in grado di svolgere funzioni concettuali, amministrative e gestionali e di coordinare il flusso di produzione, dall’estrazione delle materie prime alla commercializzazione e distribuzione dei beni finali e dei servizi” (pgg. 110-111).

Benché le nuove tecnologie portano giustamente sollievo alla fatica lavorativa umana, esse, però, lasciano anche un grande vuoto: la “disoccupazione tecnologica”. Infatti, Jeremy Rifkin illustra molto bene i risultati che hanno determinato queste tecnologie: “Tra il 1981 e il 1991 si sono persi più di 1,8 milioni di posti di lavoro nell’industria nei soli Stati Uniti. In Germania, gli imprenditori stanno licenziando a un ritmo ancora più rapido, giungendo a cancellare 500.000 posti di lavoro in dodici mesi, tra l’inizio del 1992 e il 1993 […] negli Stati Uniti la produttività annuale, che è cresciuta per tutti gli anni Ottanta a un tasso appena superiore al 1%, con l’avvento della rivoluzione informativa e del re-engineering dell’ambiente di lavoro ha iniziato a crescere a ritmi superiori al 3%. Tra il 1979 e il 1992, la produttività del settore industriale è aumentata complessivamente del 35%, mentre il numero degli occupati è diminuito del 15%” (pgg. 30-31).

Laboursaving” e “re-engineering”. Queste sono oramai le parole che vogliono dire efficienza: massima produttività con minimi costi. Ma esse sono la causa della disoccupazione in costante crescita negli Stati economici più avanzati. Se si dà un’occhiata al tasso di disoccupazione storico degli Stati Uniti, o il tasso storico di disoccupazione nella Comunità Europea (soprattutto in quella giovanile) si può notare questo incremento.

Fra i vari esempi che Jeremy Rifkin propone ci sono: “Percy Barnevik è il chief executive officer della Asea Brown Boveri, un colosso svizzero-svedese da 40.000 miliardi che produce generatori elettrici e sistemi di trasporto […] ABB ha recentemente re-engineerizzato le proprie attività, tagliando 50.000 posti di lavoro, pur riuscendo ad aumentare il fatturato del 60% nello stesso periodo di tempo” (pag. 36).

Oppure un altro che parla della rivoluzione nel settore agricolo: “La rivoluzione meccanica, biologica e chimica dell’agricoltura ha messo sulla strada milioni di lavoratori agricoli: tra il 1940 e il 1950 la manodopera impiegata nel settore agricolo è diminuita del 26% e nel decennio seguente ha acutizzato la tendenza negativa, diminuendo del 35%. Il declino è stato ancor più drastico negli anni Sessanta, quando il 40% della rimanente forza lavoro occupata in agricoltura è stata sostituita dalle macchine. Allo stesso tempo, la produttività agricola è aumentata di più negli ultimi cento anni che in qualsiasi altro periodo, a partire dalla rivoluzione neolitica. Nel 1850, un lavoratore agricolo produceva abbastanza per il mantenimento di quattro persone; oggi, negli Stati Uniti, un singolo lavoratore produce abbastanza da nutrire settantotto persone” (pg. 188).

Nella puntata di Presa Diretta, Il pianeta dei robot, viene menzionato uno studio del 2013, di due economisti, Carl Frey e Michael Osborne The future of employment: How susceptible are jobs to computerisation? Dal suddetto studio emerge che nel prossimo futuro il 47% dei posti di lavoro rischia di essere eliminato dall’automazione nei prossimi 10-20 anni.

Ma anche nell’ultimo “Forum economico mondiale”, tenutosi a Davos, in cui si è parlato delle nuove tecnologie e della Quarta rivoluzione industriale, ne è uscito uno studio intitolato The Future of Jobs – Employment, Skills and Workforce Strategy for the Fourth Industrial Revolution, il quale sostiene che la prossima rivoluzione industriale, ovvero lo sviluppo in genetica, intelligenza artificiale, robotica, nanotecnologie, stampa 3D e biotecnologie, oltre a portare benessere alla società, porterà ad un ulteriore abbattimento dell’occupazione. Sul report si afferma che nel periodo 2015-2020, verranno persi 7,1 milioni di posti.

Alla fine di tutti questi dati preoccupanti, Jeremy Rifkin propone delle soluzioni per risolvere il problema della “disoccupazione tecnologica”: il reddito minimo di cittadinanza, di cui ho già scritto in un mio precedente post; e la diminuzione delle ore settimanali. Per questo ultimo caso, uno degli esempi riportati dall’autore, è quello dell’azienda Digital Equipment, la quale: “ha offerto ai propri dipendenti l’opzione di lavorare quattro giorni la settimana con una riduzione della retribuzione del 7%: dei 4000 dipendenti dell’azienda, 530 […] hanno scelto la settimana abbreviata. La loro decisione ha salvato 90 posti di lavoro che sarebbero altrimenti stati sacrificati al re-engineering” (pg. 360).

Dopo tali dimostrazioni ci potrebbe venire da pensare a cosa serve massimizzare i costi e la produzione, attraverso l’automazione, se poi non c’è nessuno a cui vendere ciò che produciamo? In fondo sono le persone che consumano non i robot!

Salvare i posti di lavoro o il lavoratore? Queste saranno le grandi questioni del prossimo futuro, poiché per quanto possiamo essere lieti dell’avvento tecnologico che solleva il lavoratore dallo sforzo fisico, togliamo pure il lavoro a moltissime persone che con quel mestiere avrebbero il modo di consumare. E fintantoché restiamo in un sistema economico mercantile, basato sulla domanda e sull’offerta, in questo maniera la domanda diminuirà contrapponendo un’offerta sovrabbondante!

Chi consumerà? L’automa?

A meno che non intervenga un nuovo sistema economico che sostituirà il suddetto sistema, ormai obsoleto per questi nostri tempi.

La contemplazione della Bellezza

“La bellezza salverà il mondo”

Fëdor Dostoevskij

L’altro giorno, mentre ero a Sirmione e stavo osservando il magnifico paesaggio che si estendeva davanti ai miei occhi, sono stato travolto da una sensazione di benessere talmente forte che ha fatto sorgere una domanda dentro di me: “Come può una persona, dopo avere avuto un’esperienza del genere, non volgersi al Bene?”

L’estasi che è derivata dalla contemplazione di tale Bellezza mi ha reso migliore ed ho pensato che come me, moltissime altre persone avrebbero potuto esperirla.

La foto ovviamente non rende bene quello che si prova veramente nella realtà, poiché il reale vive di tutti i sensi mentre con la foto gode solamente la vista. In quel momento non ho provato una visione estetica semplice, ma un’esperienza più profonda, che ti travolge l’anima.

Per me l’esperienza del Bello non è solamente una questione culturale. Può anche essere soggettiva, come sosteneva Kant, ma non può che essere un istinto ancestrale, un sentimento che ci riporta alla purezza del nostro essere. Infatti, non serve aver frequentato le scuole per percepire tale incanto. Chiunque rimarrebbe abbagliato dall’esperienza del Bello.

Io credo che la Bellezza abbia a che fare qualcosa di più della semplice realtà. A quel punto mi è tornato alla mente un passo di Platone, il quale scrisse nel Fedro: “ogni anima d’uomo contemplò i veraci enti […] e queste, quando vedono alcuna similitudine degli enti di lassù, ne sono percosse; e non son più in sé, e ignorano che passion sia la loro, per la confusione del sentimento” . Cosicché la Bellezza diviene un oggetto di contemplazione anche del Vero, in cui la nostra anima si è immersa prima di rinascere su questa terra, ma che purtroppo ha dimenticato.

La contemplazione del Bello è dunque accessibile a tutti, purché ci si lasci andare a tale fascino. Poiché il mondo possa diventare veicolo del Bene, di cui ne abbiamo tanto bisogno in questi nostri tempi.

Il “centro studi sintesi” ha collocato il Comune di Sirmione al 7° posto della classifica “Borghi Felici 2015”, classifica assegnata a quei comuni che godono della migliore qualità della vita. Come li capisco!

Ciò che lega il terrore

Mentre riflettevo sulla strage di Monaco, dello scorso 22 luglio, notavo un filo sottile che legava vari attentati terroristici finora eseguiti. Ciò che univa gli atti non era la religione o l’etnia, bensì il malessere psichico, legato ad un abuso di psicofarmaci. Nel post “La teoria dell’uomo buono” affronto tale problema.

Venerdì scorso, mentre era in atto l’azione di polizia di Monaco per arrestare i “tre presunti terroristi”, molti di noi avevano pensato ad un attentato di matrice islamica. Ma col passare delle ore diventava evidente che il gesto non era frutto di un componente dell’Isis, ma di un ragazzo di nome Ali David Sonboly, il quale era in cura per depressione e voleva vendicarsi degli atti di bullismo che aveva ricevuto dai suoi compagni.

Queste stragi non possono più essere quantificate come casi isolati. Esse sono i sintomi di una malattia che in Occidente si sta sviluppando, ma non ne siamo ancora a conoscenza, poiché nessuno ha il coraggio di mettere in dubbio ciò che siamo diventati, in questa società così frenetica che non aiuta più gli ultimi. I gesti di questi terroristi sono imperdonabili e indifendibili, ma terminato il cordoglio non possiamo dare sempre la colpa agli altri senza farci un serio esame di coscienza.

Nell’attentato di Nizza, del 14 luglio scorso, l’attentatore Mohamed Lahouaiej Bouhlel aveva “disturbi psichici seri”, secondo il padre.

Il 24 marzo del 2015, il co-pilota Andreas Lubitz, del volo Germanwings, fece schiantare l’aereo. Le indagini dimostrarono che Lubitz era inabile al volo a causa di una depressione legata a pensieri suicidi.

Con questo non voglio dire che tutti questi attentatori sono solamente dei pazzi scatenati e non esiste anche un motivo morale del gesto, ma sicuramente l’uso di psicofarmaci inibisce la ragione.

Basta leggere li foglio illustrativo dei vari antidepressivi per rendersi subito conto di quale “mina vagante” sia colui che li assume.

Il Dapagut è un antidepressivo al principio attivo della Paroxetina, sul foglio illustrativo a pagina 1 c’è scritto: “Dapagut viene usato nel trattamento della depressione”, a pagina 3 continua “se lei è depresso e/o soffre di disturbi d’ansia può a volte avere pensieri autolesionisti o suicidi […] Lei può avere con maggiore probabilità questo tipo di pensieri se: a- ha avuto in precedenza pensieri suicidi o autolesionisti; b- è un giovane adulto. Informazioni provenienti da studi clinici hanno mostrato un aumentato rischio di comportamento suicidario negli adulti di età inferiore ai 25 anni con disturbi psichiatrici e trattati con antidepressivi”.

La Duloxetina Alter è uno degli antidepressivi più venduti al mondo. All’interno del foglio illustrativo, a pagina 1 c’è scritto: “La Duloxetina viene usato per trattare la depressione”, poi a pagina 2, continua: “Se è depresso e/o presenta stati d’ansia qualche volta può avere pensieri di farsi del male o di uccidersi”.

E meno male che dovrebbero essere questi stessi farmaci a farci guarire dalla depressione!